giovedì 29 dicembre 2016

OLTRE 100.000 VISUALIZZAZIONI. AUGURI DA #BUSILLISBLOG



di FRANCESCO GALLINA





Del 2017, le certezze sono poche. Nuove turbolenze esistenziali si stagliano all'orizzonte. L'incarico di ricoprire una cattedra liceale, a 24 anni, è stata una conquista non scontata: è giunta inaspettata, un mese fa. Inaspettata come queste 100.000 visualizzazioni. Solo a luglio festeggiavo con voi, a un anno dalla sua fondazione, le 55.000 visualizzazioni di #busillisblog, questa strana creatura fatta di poesia, arte, parmigianità, storia, filosofia e tante golose curiosità legate al mondo della cultura. Passati cinque mesi, eccoci a un nuovo importante traguardo. 
50.000 visualizzazioni in cinque mesi significa una media di 10.000 lettori mensili.

Questo post è dedicato a tutti voi che, casualmente o sistematicamente, sostenete questo progetto con le vostre letture, la vostra partecipazione, i vostri dibattiti, la vostra presenza e, soprattutto, le vostre condivisioni. Non possono essere ringraziamenti patriottici, o perlomeno non possono esserlo del tutto, perché di 100.000 visitatori, 80.000 provengono dal territorio italiano, ma la vera sorpresa sono i restanti 20.000. Siete meno, certo, ma voi, voi che leggete dagli Stati Uniti, Francia, Germania, Russia, Regno Unito, Svizzera, Spagna, Irlanda, Bulgaria, voi, proprio voi, avete reso #busillisblog internazionale.

E quindi... grazie, thanks, merci, danke, spasibo, grasias a tutti voi! Voi che avete apprezzato le bellezze parmigiane, voi che avete giudicato originale il taglio e lo stile degli articoli, voi che frequentate assiduamente la rubrica settimanale Un poeta a caso, ma non troppo, voi che siete capitati accidentalmente e vi siete affezionati, voi che ci siete capitati per caso, voi che ci avete dato solo una sbirciata, voi che mi avete contattato su Facebook per conoscermi e avere consigli di lettura e di viaggio. Voi che, insomma, avete avuto fiducia in me.

Ecco la TOP 10 degli articoli più letti in assoluto:












Il futuro di #busillisblog è un... busillis. Qualche gradino è stato salito. Nuove collaborazioni sono iniziate: ad esempio, sono curatore della pagina culturale del quotidiano online Il caffè quotidiano, dove nella mia 'Drogheria dell'Arte' potrete trovare, ogni settimana, pagine dedicate all'arte parmigiana (e non solo): http://www.ilcaffequotidiano.com/drogheria-dell-arte/

Salire per il solo gusto di salire non ha alcun senso, a meno che non si voglia salire sulle spalle dei giganti per prendere coscienza della nostra Civiltà e imparare a rialzarsi dagli errori, propri e della Storia. E su quelle spalle, robuste e possenti, ammirare i frutti migliori dell'umanità, punti imprescindibili per guardare avanti, verso l'orizzonte. E proprio da quei punti, #busillisblog ha iniziato la propria esistenza. Concludevo così il post n.1:  

Non ho la più pallida idea di quali pieghe prenderà questo blog, ma puntualmente offrirà spunti di riflessione, analisi, snack o trucioli di pensiero su problemi attuali, legati a persone di cui valga la pena spendere due parole, critica letteraria, poesia, teatro, cinema, storia, viaggi, scuola, filosofia. E, se sbatterò la testa contro uno spigolo, anche di fashion, talk show e scie chimiche; ma dovrei sbatterla forte, molto molto forte. Dev'essere successo anche a Euclide quando scrisse che "un punto è ciò che non ha parti". Non scherziamo! I punti non solo hanno parte, ma anche arte.

Punto. O forse no.


(buon 2017!)



sabato 17 dicembre 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: LEONARDO SINISGALLI



di FRANCESCO GALLINA




Su un asfalto arrossato dal sole al tramonto, giocano, i bambini giocano anche durante la guerra. Non hanno molto, se non i centesimi di rame del Reno d'Italia, che lanciano contro il muro facendole rimbalzare a terra. Scatenati, si lanciano parolacce e "dolcissime ingiurie", dando adito a tutta la loro impulsività infantile. C'è del tenero, nei versi di Leonardo Sinisgalli che proponiamo per la consueta rubrica del sabato di #busillisblog, tratti da Vidi le muse  (1943). Eppure non possiamo non pensare al contesto in cui la raccolta poetica esce, nel vivo della Seconda Guerra Mondiale. Anche i bambini fanno la guerra, sono capaci di una seppur innocente violenza. Eppure violenza rimane. Basta poco per scatenare la guerra, basta poco per mettervi fine.  E così è anche nel gioco delle monete rosse: quando l'energia fanciulla svanisce, ritorna la pace. Resta sulla scena un ultimo bambino: il vincitore.
Accompagniamo i versi di Sinisgalli con una foto quanto mai attuale: anche in mezzo alle macerie dei carri armati si può giocare. Giocare alla pace, in Siria, a Kobane.



[I FANCIULLI BATTONO LE MONETE ROSSE]

da VIDI LE MUSE di LEONARDO SINISGALLI





I fanciulli battono le monete rosse
contro i muri. (Cadono distanti
per terra con dolce rumore.) Gridano
a squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
e dolcissime ingiurie. La sera
incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue:
il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
la sua mano vittoriosa.


UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: LEONARDO SINISGALLI




di FRANCESCO GALLINA



Su un asfalto arrossato dal sole al tramonto, giocano, i bambini giocano anche durante la guerra. Non hanno molto, se non i centesimi di rame del Reno d'Italia, che lanciano contro il muro facendole rimbalzare a terra. Scatenati, si lanciano parolacce e "dolcissime ingiurie", dando adito a tutta la loro impulsività infantile. C'è del tenero, nei versi di Leonardo Sinisgalli che proponiamo per la consueta rubrica del sabato di #busillisblog, tratti da Vidi le muse  (1943). Eppure non possiamo non pensare al contesto in cui la raccolta poetica esce, nel vivo della Seconda Guerra Mondiale. Anche i bambini fanno la guerra, sono capaci di una seppur innocente violenza. Eppure violenza rimane. Basta poco per scatenare la guerra, basta poco per mettervi fine.  E così è anche nel gioco delle monete rosse: quando l'energia fanciulla svanisce, ritorna la pace. Resta sulla scena un ultimo bambino: il vincitore.
Accompagniamo i versi di Sinisgalli con una foto di Odd Andersen, scattata a Sarajevo nel 1996, alla fine della guerra in Bosnia ed Erzegovina.



[I FANCIULLI BATTONO LE MONETE ROSSE]

da VIDI LE MUSE di LEONARDO SINISGALLI





I fanciulli battono le monete rosse
contro i muri. (Cadono distanti
per terra con dolce rumore.) Gridano
a squarciagola in un fuoco di guerra.
Si scambiano motti superbi
e dolcissime ingiurie. La sera
incendia le fronti, infuria i capelli.
Sulle selci calda è come sangue:
il piazzale torna calmo.
Una moneta battuta si posa
vicino all’altra alla misura di un palmo.
Il fanciullo preme sulla terra
la sua mano vittoriosa.


sabato 10 dicembre 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: SANDRO PENNA



di FRANCESCO GALLINA



In mezzo al germogliare di ermetismi vari e compositi, Sandro Penna si mantiene su quella che Pasolini definì la 'linea antinovecentesca', il che equivale a versi nitidi e comprensibili grazie all'uso di un linguaggio quotidiano e di una sintassi semplice. Lungi da retorici grovigli e immagini visionarie, Penna abbraccia una fluida narratività, donandoci graziose descrizioni agrodolci, spesso incentrate sulle figure di fanciulli e giovani uomini, vera e propria ossessione (omo)erotica del poeta. Per la consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog propone [La veneta piazzetta], breve idillio contenuto in Poesie, la prima raccolta di Penna del 1939. Sullo sfondo di una solitaria piazzetta veneta si staglia l'immagine luminosa e vitale di un ciclista che si rivolge all'amico (a piedi o in bici?) con una breve, incisiva domanda. Due sole parole, un profondo e ambiguo interrogativo.
La accompagniamo con un olio su tavola dal titolo Ciclista (1926), opera di Enzo Benedetto, importante esponente del secondo futurismo italiano e in qualche modo predecessore del Neofuturismo.


[LA VENETA PIAZZETTA]

da POESIE di SANDRO PENNA







La veneta piazzetta,
antica e mesta, accoglie
odor di mare. E voli
di colombi. Ma resta
nella memoria – e incanta
di sé la luce – il volo
del giovane ciclista
vòlto all’amico: un soffio
melodico: «Vai solo?».


giovedì 8 dicembre 2016

LATINO POLITICHESE? NO, GRAZIE.



di FRANCESCO GALLINA







Dobbiamo al grande politologo Giovanni Sartori il peccato originale dell'aberrante latinorum politichese odierno che, per traducianismo ereditario, sta sviluppando i suoi balordi effetti nella lingua (tele)giornalistica. Non c'è quotidiano che non ne sia sedotto. Mai moda neologistica fu più pestilenziale.
Era il 1993: nasceva la Seconda Repubblica e l'allora DC Sergio Mattarella propose una nuova legge elettorale (maggioritaria per tre quarti e proporzionale per un quarto), che passava al vaglio con il referendum del 18 aprile. È lì che, sul Corriere della Sera, Sartori conia il neologismo Mattarellum. Ve lo riporto direttamente dall'archivio del  «Corriere»http://archiviostorico.corriere.it/1993/giugno/19/riforma_profundis_co_0_93061915707.shtml


Ma non finisce qui. Nel 2005, la legge Mattarella è sostituita dalla legge elettorale il cui relatore è Calderoli. Non ci vuole molto perché il Sartori si ingegni e coni a fine 2005 il fortunatissimo Porcellum  (premio di maggioranza e soglie di sbarramento), poi chiamato calderolum e dichiarato incostituzionale nel 2013. E a buona ragione, dato che il suo stesso estensore, Calderoli, appunti, la definì una "porcata".
Non c'è il due senza il tre. Ecco che arriva Renzi e sboccia l'Italicum, che prevede premio di maggioranza, soglie di sbarramento e collegi plurinominali. A Sartori Italicum non garba, e propone Bastardellum, sempre sul Corriere della Sera.
Intanto, però, nel 1995 nasce per mano di Pinuccio Tatarella il Tatarellum legge concepita per regolare il sistema elettorale regionale a statuto ordinario. Nel 2007 il PD propone con Salvatore Vassallo il mai approvato Vassallum. Nel settembre 2010, è Casini a coniare il termine Provincellum, avanzando una proposta di legge elettorale nazionale che si adeguasse alle leggi dei consigli provinciali. Non vogliamo certo dimenticare, poi, i meno conosciuti Matteum, fiorentinum, svizzerum,  e cangurum, per l'ispirazione al modello australiano, e maialinum, come Renzi definì il porcullum corretto, o ancora il Quagliarellum, il Verdinum o il grillino pregiudicatellum, usato per affossare l'Italicum.
Che poi, a me, Italicum, ricorda Italicus. E non è un bel sentire: chi sa della strage neofascista del '74, sa di cosa parlo. 

Il latino maccheronico fu magnifica e brillante arte di Teofilo Folengo. Lasciamo a lui il primato, insieme a pochissimi altri.
Oggi il latino non necessita di essere pagliacciato: lo è già a sufficienza nei programmi scolastici statali. Il vocabolario italiano e il lessico giuridico-legislativo è già attrezzato a dovere senza prendersi l'onere di aggiungere inutili parole. I grandi non ci fanno caso, ma i ragazzi non sono mica scemi e questo sfottio latineggiante potrebbe, a lungo andare, alimentare pensieri tipo: l'utilità del latino? coglionare!
Si usi il latino in modo intelligente e costruttivo. E, soprattutto, si riscopra l'uso di termini tecnici come uninominale, camerale, proporzionale, maggioritario, etc...

Perché ingolfare il lessico televisivo, già piatto e misero di suo, con inutili neologismi?

Cui prodest? Ops...


giovedì 1 dicembre 2016

ALLA RICERCA DI FOGLIE: L'ORTO BOTANICO DI PARMA


di FRANCESCO GALLINA




Ho un passato torbido. Pochi lo sanno, ma prima di appassionarmi alla letteratura, conducevo vita appartata alla ricerca di foglie. Agli inizi del nuovo millennio, avreste potuto vedere uno strano, piccolo figuro vagare per giardini con quadernetto in mano e penna. La fissa per la botanica mi condusse alla creazione di un erbario di quasi cinquecento foglie, tutte di specie differenti: dall'Aspidistra alla Ziziphus sativa, dal Kenaf al Karkadé, dal Tamarindo al Mirabolano, dall'Indaco selvatico alla Jojoba.
Luoghi prediletti di questo strambo tizio - io - erano gli orti botanici. Avevo - ed ho - una magnetica attrazione per gli orti botanici. Forse perché in origine avrei voluto diventare un botanico, poi le cose hanno preso una piega diversa. Di quei tempi è rimasto il sano spirito positivista del piccolo pazzo botanico alla ricerca della pianta rara. Animo che mi accomuna, scoprii più tardi, a Ranuccio I.




Dunque, uno dei miei rifugi prediletti era l'Orto Botanico della mia città, Parma, che proprio da Ranuccio I Farnese fu voluto come Orto dei Semplici. Era il 1630, e l'Orto non era dove noi lo vediamo, oggi, sotto la guida del Dipartimento di Bioscienze e della Soprintendenza (e sotto le amorose cure dagli Amici dell'Orto Botanico). Si trovava, invece, nei pressi dell'allora Facoltà di Medicina, per poi spostarsi nei pressi pressi della Chiesa di San Francesco (oggi di fronte alla Casa della Musica) e, infine, a partire dalla seconda metà del '700, nella sede attuale, all'angolo fra Strada Farini e Viale Martiri della Libertà. Ai tempi è Ferdinando I di Borbone ad amministrare Parma, uomo colto e determinato, che si circonda di intellettuali raffinati e competenti: uno è l'abilissimo ministro Guillaume Du Tillot, l'altro è l'architetto Ennemond Alexandre Petitot. E proprio Petitot a progettare la neoclassica serra dell'Orto, strutturato come un giardino all'italiana, con fontana centrale e vialetti perpendicolari di ghiaia che disegnano aiuole circondate da siepi di bosso. Sotto la guida del cattedratico Giambattista Guatteri l’Orto diventa centro di studi e si arricchisce di specie botaniche extraeuropee. Alla fondazione del nuovo Orto risale la piantumazione di un Ginko Biloba, tutt'ora esistente, che, per il suo notevole carico d'anni, è diventato il simbolo dell'Istituzione. 
In età napoleonica è Maria Luigia a prendere le redini dello Stato di Parma. Sono gli anni in cui si forma l'entomologo Camillo Rondani, che entrerà in contatto con il botanico e zoologo Giorgio Jan e il naturalista Pellegrino Strobel. All'austriaco Jan segue poi Giovanni Passerini, dal 1843 al 1893, periodo intenso e fruttuoso, in cui pubblica opere settoriali di grande spessore scientifico, per metodo e oggetto di studio, come Flora dei contorni di Parma, 'chicca' che reperite in versione digitalizzata (https://archive.org/details/floradeicontorn00passgoog). Una guida tascabile d'altri tempi all'insegna di fiori e piante. 




A proposito... quali meraviglie troviamo all'interno dell'Orto Botanico di Parma? Tante. La Ginko Biloba, dicevamo, che in autunno lascia cadere ai suoi piedi un tappeto di foglie dorate, ma anche altre piante orientali, come la Parrotia Persica, che si fa apprezzare per le sue gemme sanguigne e per le sue fioriture a capolino di un arancione acceso. Lungo il percorso ci imbatteremo in un cipresso calvo, ippocastani, pini, una sequoia gigante, un cerro, e - presso la serra - ninfee popolate da rospi, la Lemna minor o lenticchia d'acqua e gli stoloni  di Elodea (nota come "peste d'acqua") e, ancora, bonsai, piante grasse e piante insettivore, come la Venus acchiappamosche, la Drosera e la Heliamphora. E chiaramente la violetta di Maria Luigia, che solo un lungimirante imprenditore quale Borsari rese famosa in tutta Europa con il suo profumo (e che Verdi onorò chiamando la protagonista della Traviata... Violetta).



Ma non è ancora finita. Una volta entrati nell'Orto potrete visitare il Museo di Storia Naturale e, uscendo, sulla destra, l'antica Scuola di Botanica, che conserva numerosi erbari, fra i quali i più interessanti sono quello del botanico Giovanni Battista Casapini e della Contessa Albertina Sanvitale. Ma ve ne sono altri che in questi giorni, fino al 17 dicembre, potete visitare all'Orto Botanico in occasione della mostra Maria Luigia e le scienze nelle collezioni dell’Università (da venerdì a domenica dalle 15 alle 19, da lunedì a venerdì dalle 10 alle 13 solo su prenotazione per scuole e gruppi ).



Non vi resta che lasciarvi catturare dai profumi, dai colori - ora opachi ora intensi -, dagli scorci, dalle luci che colpiscono i legni e fanno brillare le cortecce, dalla rugiada, dalle chiocciole e dai tritoni. E forse, seduto a riflettere, potrete incontrare Petitot, o Passeri, intento a catalogare pollini, o quel piccolo ricercatore di foglie che divenne scrittore.



sabato 26 novembre 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: ARTURO ONOFRI




di FRANCESCO GALLINA


Nel 1935, a distanza di sette anni dalla sua morte, esce del poeta romano Arturo Onofri il postumo Aprirsi fiore, che contiene perle in versi come quella che #busillisblog vi propone per la consueta rubrica poetica del sabato. Sei nell'assopimento di corolle costa di tre sestine formate da quattro endecasillabi e un couplet di settenari. Dopo una lunga parentesi fra crepuscolarismo e vocianesimo, scopriamo un Onofri più razionale nelle forme. Protagonista della poesia è una paradossale donna-angelo, ideale vibrante che racchiude in sé istanze contrastanti. Il suo corpo è il Tempo. C'è e non c'è. 
Ne risultano versi intrisi di filosofia quasi hegeliana: l'idolo femminino sembra la sintesi prodotta dallo scontro di opposti. 
Tra malinconia e vitalismo, la donna di Onofri sembra una delle tante protagoniste dei quadri del parmigiano Amedeo Bocchi, la cui arte preferiamo far descrivere dal critico d'arte Roberto Tassi, che in uno splendido volume edito da Guanda (Corona di primule, 1994) scrive: "La luce trapunta i vestiti delle donne, intenerisce le cosce, i seni, si fa delicato splendore sui visi, corre intorno ai capelli, distende le foglie di loto, brucia l'erba del prato, fa brillare l'acqua gelida di una caraffa, diventa parete d'oro, ala e fiume d'oro, rende squillanti i gialli di una camicetta, s'interna nella profonda malinconia di un volto. Da questa luce naturalmente il colore trae tutte le sue dovizie. Che a volte son rovesciate sulla tela senza timori, a volte trattenute in splendori internati. Ma più spesso il colore di Bocchi raggiunge un grado di intensità, che è sempre un poco al di sopra della quiete armonica, fino a toccare degli acuti che sembrano quasi dissonanze; si fa espressivo, non nell'eccesso dell'espressionismo ma già nel diapason fauves". 
Accompagniamo dunque Sei nell'assopimento di corolle con l'olio su tavola Nudo femminile con gatto (1973) conservato al Museo Bocchi di Parma.




SEI NELL'ASSOPIMENTO DI COROLLE

da APRIRSI FIORE (1935) di ARTURO ONOFRI





Sei nell’assopimento di corolle
tenere, appena schiuse, come cieli
brevi sul prato, e nello sguardo folle
dell’arse donne, i cui pallori aneli
traspaiono d’argento
nel dolce portamento.

Nutri ogni desiderio che discorda
col sospiro pacifico dell’erba
e vibri in seno a questa pietra sorda
l’antro della tua musica superba
con la quale assecondi
l’ansia di tutti i mondi.

Sei presente e non sei, come una forma
celeste che vegliando, pur s’oppone
al vegliare delle forme, e vuol che dorma
ciascuna, come dentro una prigione
nel suo proprio passato,
che in corpo ha modellato.


sabato 19 novembre 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CORRADO GOVONI




di FRANCESCO GALLINA



"Lo si può leggere fra Li Po e Po-Chu-i, senza troppo avvertire il salto dei secoli". Così Montale parlava della poesia govoniana in un articolo  sul «Corriere della Sera». C'era forse nel giudizio del poeta genovese un'esagerazione, ma non si sbagliava, su certe atmosfere che sembrano provenire direttamente dall'antica poesia cinese, quella del secolo VIII. Nella prima produzione di Corrado Govoni c'è innanzitutto il colore vivace con cui dipinge gli oggetti e una realtà che, altrimenti, sarebbe crepuscolare. Si respira decadenza, l'aria in cui ama oziare D'Annunzio nei suoi palazzi tripudianti di manufatti artistici. 
Nel primo volume di poesie Le fiale, pubblicato nel 1903, il Govoni pre-futurista sembra provenire da quel mondo raffinato, strutturato su delicate analogie. Per la consueta rubrica del sabato, #busillisblog propone un sonetto. Il poeta non si sofferma sull'arte cinese, ma giapponese: immersi nel profumo del mughetto e della peonia, scorgiamo una fanciulla tipica delle case di piacere, mentre trapunta "d'insetti un paravento". Il tutto si rispecchia in un fiabesco laghetto color "maiolica lampone". Puro liberty.
Accompagniamo la poesia con  un inchiostro su carta di Wang Mian, risalente al secolo XIII: un delizioso Pruno in fiore conservato a Taibei.



VENTAGLI GIAPPONESI: PAESAGGIO


 da Le fiale (1903) di CORRADO GOVONI.






La casina si specchia in un laghetto, 
pieno d'iris, da l'onde di crespone, 
tutta chiusa nel serico castone 
d'un giardino fragrante di mughetto. 

Il cielo dentro l'acque un aspetto 
assume di maiolica lampone; 
e l'alba esprime un'incoronazione 
di rose mattinali dal suo letto. 

Sul limitare siede una musmè 
trapuntando d'insetti un paravento 
e d'una qualche rara calcedonia: 

vicino, tra le lacche ed i netzkè, 
rosseggia sul polito pavimento, 
in un vaso giallastro una peonia.


lunedì 14 novembre 2016

VALERIA PANICCIA A PARMA PER IL READING DEL SUO LIBRO "PASSEGGIATE NEI PRATI DELL'ETERNITÀ"









#busillisblog sostiene e prende parte al progetto dei Silentia Lunae Tra Suono e Silenzio, prezioso documentario che si sta girando in questi mesi al Cimitero della Villetta. Tra i protagonisti la scrittrice e attrice Valeria Paniccia, che giovedì 17 novembre alle ore 17 terrà alla Pinacoteca Stuard una lettura scenica del suo libro Passeggiate nei prati dell’eternità edito da Mursia, accompagnata dalle musiche di Hector Berlioz, Franz Schubert, Clara Schumann, con Maria Caruso (soprano) e Francesco Melani al pianoforte. L’ingresso è aperto a tutti gratuitamente.




Il regista Alessandro Guatti e la film maker indipendente Maria Caruso introdurranno brevemente il progetto di film indipendente su cui stanno lavorando: un work in progress che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Parma e la collaborazione con Ade Spa per le riprese, e che sarà sostenuto da crowdfunding grazie all’impegno di un cast motivato a catturare per il grande schermo un tema antropologico molto affascinante: il rapporto di equilibri, nella Città della Musica, tra storia, passione, vita e immaginario collettivo.

Valeria Paniccia ha a sua volta realizzato una serie di documentari per la RAI intervistando, nei cimiteri monumentali più belli d’Europa e del mondo, personaggi come il premio Nobel Josè Saramago, Gae Aulenti, Margherita Hack, l’attore Toni Servillo e tantissimi grandi nomi della cultura. Dalla sua esperienza è nato il libro “Passeggiate nei prati dell’eternità”.

Attrice di talento, Paniccia, con la sua suggestiva lettura ci rivelerà personaggi e angoli interessanti della Villetta. I suoi testi ci porteranno a conoscere dei cimiteri monumentali, patrimonio artistico dell’umanità, gli angoli più sensuali e remoti, velati di un erotico abbandono, attraverso storie di vita, figure della scultura, racconti affascinanti e inusuali da lei raccolti nelle sue memorabili passeggiate.

“Il libro e il lavoro di Valeria Paniccia sono una grande fonte di ispirazione per me e mi hanno incoraggiata a credere in questo progetto di film indipendente,” dice Maria Caruso, che da otto anni collabora e al progetto culturale Città della Memoria coordinato dal Dott. Giancarlo Gonizzi, per le ricerche sui percorsi musicali inseriti all’interno del Verdi Festival. “A questo lavoro – continua la Caruso - ha aderito non solo il regista Alessandro Guatti, che l’anno scorso ha ottenuto una menzione al Festival di Cannes per un cortometraggio cui ha collaborato, ma un numero di musicisti di fama internazionale e anche artisti locali, attori, poeti, persone coinvolte nella vita culturale. E’ bellissimo vedere questa risposta ad un’idea che mi permette di ampliare il mio percorso parallelo di antropologia culturale e tecniche del documentario fatto negli U.S.A. e continuato qui con alcuni altri documentari negli scorsi anni.”

Tra Suono e Silenzio intende esplorare, attraverso il pellegrinaggio di musicisti di oggi al Cimitero Monumentale della Villetta, la storia della musica e il sottile rapporto tra ispirazione, memoria, eternità e presente che un luogo come questo può ispirare. Tantissimi musicisti hanno già aderito al progetto: una vero e proprio pellegrinaggio musicale ideale verso il luogo dove riposano Paganini, Bottesini, Migliavacca, Pizzetti. Tra gli intervistati, il Maestro Marco Faelli, l’esperta di storia Laura Faelli, il violinista Maurizio Cadossi, il contralto Federica Bartoli, l’attrice Cristina Chiaffoni, il Maestro Carlo Lo Presti, chitarrista e docente di Storia al Conservatorio Boito, il Maestro Corrado Medioli, William Tedeschi,  il fisarmonicista Ion Nani, i membri di Famija Pramzana, il poeta dialettale Enrico Maletti, lo scrittore Francesco Gallina. Prossimamente, tanti altri nomi ancora si aggiungeranno, tra cui il musicologo Massimo Arduino, direttore dello streaming del Teatro Carlo Felice di Genova, la violinista Rosa Segreto, sorella di Vincenzo Raffaele Segreto recentemente scomparso, l’arpista Padre Lorenzo Montenz, il Maestro Valerio Galli, il compositore Luca Tessadrelli, vari membri del Conservatorio Boito e molti altri ancora.

Il reading verrà filmato e inserito nei materiali del documentario che saranno resi fruibili tramite le app collocate recentemente al Cimitero della Villetta grazie a un progetto di Ade Spa e del Comune di Parma.

sabato 12 novembre 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: JOLANDA INSANA



di FRANCESCO GALLINA



I veri poeti non fanno rumore
se non per qualche scheletrico istante
appena dopo il rigor mortis:
un trafiletto sui giornali
–  se va di lusso –  
e rotolano giù subito nell’oblio. 


Questo è l'incipit di una mia poesia. Non so quale valore abbia - se ne può avere qualcuno -, ma sono certo della sua verità. Fatte alcune eccezioni, ai giorni nostri i Maestri del Verso faticano a sopravvivere presso il vasto pubblico. Carenza di attenzione che si verifica già in vita, per poi cronicizzarsi definitivamente post mortem, non fosse per gli 'addetti al settore' e per qualche vero amante della Poesia. Quando è morta Jolanda Insana, il 27 ottobre scorso, ho avuto un'amara sensazione di menefreghismo generale da parte dei media nazionali. Perché è sacrosanto esaltare Bob Dylan, ma ci si aspetterebbero due righe, due parole anche sui poeti di casa nostra. Notevole l'articolo dedicato dal 'Manifesto' alla poetessa messinese scoperta da Raboni. Non me ne sovvengono altri, se non un piccolo spazio sul Corriere. La morte, in letteratura - e in critica letteraria, soprattutto - non è morte, ma nuova vita. Si riprendono in mano le opere di una vita, e si tirano le somme, secondo parametri critici diversi, ma si tirano. Si devono tirare. La morte, in letteratura, può essere la straordinaria occasione per scoprire i sempreverdi frutti artistici di una poetessa appartata, ma dalla notevolissima verve linguistica e stilistica. Insana nasce come poetessa della sciarra, termine di origine tedesca che sta ad indicare la rissa, l'alterco accesso e chiassoso, che in Insana diventa mezzo per conquistare la libertà dalle violenze a cui la vita è spesso sottoposta. Dal suo io ferito e dolorante sgocciolano indignati epigrammi di invettiva. Questo che proponiamo per la consueta rubrica poetica del sabato, è tratto dal poema monologo La stortura del 2002. Accompagniamo i versi con un murale dell'artista ecuadoriano Oswaldo Guayasamín.


 da LA STORTURA di JOLANDA INSANA






il fango di Sarno dispiega la forma della mente del paese
e mentre si indaga sul magistrato
che denuncia ricatti e confusione
scappa il condannato per mafia bancarotta eversione

nella fossa biologica precipitano i nomi delle cose
e tutti a sciacquarsi le palle con 35 ore sì 35 ore no

niente rottamazione di dentiere
sepolcri iperbarici o strumenti di riabilitiazione
mentre la detrazione fiscale per spese mediche
scende dal 22 al 19%
per dare una mano all’evasione
e l’inflazione è sotto il 2%
ma il latte è aumentato più del 10%
insieme al gas alla luce e al telefono
e al 27% resta ferma la tassa sul reddito da interessi
che a tasso 0,25% il Credito Italiano dà
ai risparmi del poveretto

a quando la rottamazione dei vecchi
per non pagargli la pensione e l’assicurazione?



lunedì 7 novembre 2016

"I VIZI DANTESCHI. DAI CODICI AI MANGA". CONFERENZA A CAORSO, 12 NOVEMBRE, ORE 16



di FRANCESCO GALLINA








Dai codici miniati del ‘300 fino ai manga giapponesi, l’Inferno di Dante è stato fonte di ispirazione per illustratori ed artisti di ogni tempo, che lungo questi 700 anni hanno onorato il capolavoro del Sommo Poeta attraverso espressioni e stili diversi. La conferenza, a cura del medievista Francesco Gallina, ha lo scopo di proporre alcuni dei passi più affascinanti della prima cantica della Divina Commedia, accompagnati dalle opere di artisti più o meno conosciuti del panorama internazionale: da Sandro Botticelli a William Blake, da Gustave Doré ad Amos Nattini, fino a Go Nagai e oltre. Un viaggio fatto di tinte fosche, ma anche di irresistibili parodie.


L’incontro, patrocinato dal Comune di Caorso e dal Comitato di Cultura caorsano, è rivolto al pubblico di ogni età. Modereranno la conferenza le prof.sse Patrizia Vallavanti e Francesca Forelli. Vi aspettiamo all'interno della Rocca Mandelli, Piazza della Rocca, 1° piano - destra, il 12 novembre alle ore 16.






Francesco Gallina ha 24 anni e vive a Parma. Nel 2016 riceve la Laurea in Filologia Moderna con una tesi dal titolo Sotto bella menzogna. Influenze eterodosse e catare nel 'Convivio' e nella 'Commedia' di Dante Alighieri: il lavoro di ricerca si posiziona primo in classifica al Premio La Ginestra, e sarà pubblicato nel 2017. 
Nel 2015 la tesi triennale La poetica musicale nel Decameron vince il Premio Casentino, fondato da Carlo Emilio Gadda e ora presieduto dal prof. Silvio Ramat, ed è pubblicata per i tipi della Helicon. 
Dal 17 aprile al 17 maggio 2014 è stato candidato al DANTE D'ORO dell’Università Bocconi di Milano.
Blogger e autore di opere di poesia, narrativa lunga e breve con preferenza per il genere giallo e storico, ha ricevuto numerosi riconoscimenti letterari a livello nazionale ed internazionale . 
È autore di articoli e saggi accademici su letteratura, poesia, filosofia e arti dello spettacolo. 


martedì 1 novembre 2016

«MI DIÈ BIBBIENA DOPPIA VOLTA»: LA CHIESA DI SANT'ANTONIO ABATE A PARMA



di FRANCESCO GALLINA










Sono banditi foto e video. Perché quella di cui vi stiamo per parlare è una delle chiese meno visitate, ma anche più preziose di Parma. Le opere che contiene devono essere tutelate perché hanno un valore immenso. Per questo, per la prima volta, #busillisblog non vi può mostrare foto dell'interno della stupefacente Chiesa di Sant'Antonio Abate di Parma. Prendetelo, allora, come un sottaciuto invito ad alzarvi dalla poltrona e immergervi nell'irresistibile pomposità del barocco. O, meglio, barocchetto.

La storia dell'edificio è attorcigliata come una colonna del Bernini. Tutto ha inizio dallo stato di degrado in cui giaceva l'antico Ospedale dei Cavalieri di Sant'Antonio. Come sempre in questi casi, servivano mecenati dotati di denaro e gusto per il bello: si fecero avanti, dunque, il cardinal Antonio Francesco Sanvitale e addirittura papa Clemente XIII, che non solo sborsarono fior di quattrini (in realtà, scudi), ma interpellarono anche uno dei massimi architetti e scenografi del barocco italiano a cavallo fra il '600 e il '700: Ferdinando Galli da Bibbiena. I lavori iniziarono nel 1712, ma fu sufficiente la morte del Sanvitale per bloccare il cantiere, che sarebbe stato ripreso solo nella seconda metà del secolo XVIII per volere del vescovo Camillo Marazzani.

Ritorniamo al Bibbiena, che 'firma' i progetti. L'esecuzione, però, è affidata ad altri artisti.
La facciata imponente e chiaroscurale è ad opera di Francesco Antonio Albertolli. Dietro cupe grate (non invitanti - di certo - ma necessarie per scongiurare il vandalismo dilagante) si possono apprezzare, nei vestiboli laterali, i monumenti nicchiati alla Carità e alla Sapienza. In particolare, nel vestibolo di destra è murata la tomba dell'illustrissimo conte Pier Maria Rossi di San Secondo, il cui figlio sarà ricordato per aver commissionato il castello di Torrechiara.  Ma ora entriamo in chiesa.

Subito mi colpisce una scurissima lapide, scurissima perché estremamente polverosa come tutto l'interno ad aula unica che necessiterebbe di una pulizia e di una restaurazione quasi totale. Sopra la lapide è inciso un sonetto in endecasillabi. È la chiesa che si rivolge a noi e ci dice: "Mi diè Bibbiena e forma e doppia volta / che il firmamento adombra e il Paradiso [...]". Ed eccola la doppia volta. Puntando il naso verso l'alto ci sovrasta in tutta la sua originalità: 31 trafori della prima volta inferiore permettono allo spettatore di intravedere la centrale apoteosi di Sant'Antonio e le laterali scene di angeli affrescate dall'abate Giuseppe Peroni. La tecnica di composizione non è michelangiolesca, ovvero l'abate non dipinge piegato contro il soffitto, ma realizza le forme a terra e le incolla al soffitto in un secondo momento. Alcune di queste, infatti, stanno scollandosi. Perché una doppia volta, e per di più osservabile attraverso fori? Forse perché il trascendente, che sta oltre la prima volta celeste, è intellegibile a tratti? Restando con lo sguardo rivolto verso l'alto possiamo ammirare le statue della beatitudini: una, sempre vicina all'ingresso, è la prima ad aver ricevuto - per metà - la recentissima pulitura. Quando entrate, gettateci subito uno sguardo, perché vi dirà quale luminosità ebbe e quale luminosità avrà la chiesa, una volta restaurata.

Avviciniamoci all'abside: sulla parete di fondo colpisce l'affresco del Peroni, che raffigura un Sant'Antonio tentato dal diavolo. Poco più su una splendida raggiera di legno dorato. Degli altari laterali l'opera più pregevole è una Fuga in Egitto del Cignaroli. La grande assente è la Madonna di San Girolamo, olio su tavola che potete ammirare in tutta la sua bellezza alla Galleria Nazionale di Parma, ma che un tempo si trovava proprio nell'abside, voluta da Briseide Colla per onorare il marito Ottaviano Bergonzi a lui, il grande, inimitabile: Correggio. 

Siamo giunti al termine, ma prima di uscire non dimentichiamo l'organo Poncini-Negri ancora funzionante e la Via Crucis di Emilio Trombara. Il primo marchio Barilla era il suo.