mercoledì 30 marzo 2016

STUDENTI SVOGLIATI, STUDENTI STRESSATI



di FRANCESCO GALLINA








Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, 
e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, 
anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, 
è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.

A. Gramsci, Quaderni dal carcere



Il Governo italiano, che sia di destra o di sinistra, continua inesausto con la tiritera della Cultura: l'Italia deve valorizzare la Cultura! Il problema è che, non essendo colto, il Governo non specifica quale Cultura. Esiste anche la Cultura nazista, per dire. Persino i kamikaze hanno una Cultura, e ha la C talmente maiuscola che per essa uccidono e si suicidano. 

L'OMS salta fuori con il suo solito studio quadriennale studio sul benessere degli studenti, evidenziando il presunto grande stress a cui gli studenti sarebbero sottoposti. Cosa c'entra con la Cultura? C'entra, c'entra. E c'entra prima di tutto Antonio Gramsci che, intelletto fino qual'era, aveva compreso quanto la scuola non dovesse essere un divertimento, semmai un terreno minato e proprio per questo di crescita intellettuale. Lo studio concepito da Gramsci è fatica, lavoro, sudate carte, non un circo. Ecco allora una prima umile e importante proposta di Cultura da cui la scuola dovrebbe ripartire: la Cultura del lavoro, della serietà e dell'impegno. Anche con la c minuscola. 

Ora, perché gli studenti sono stressati? Perché gli insegnanti pretendono troppo? Perché ci sono docenti che fanno i docenti tanto per prendere la busta paga? Perché certi insegnanti non amano fornire chiarimenti e sono soporiferi? C'è anche questo, inutile nascondercelo, eppure l'OMS parla dello stress degli studenti, chiamandoli studenti. Anche Leopardi era stressato, stressatissimo, ma mai s'è pianto addosso, anzi, eroicamente vantava i suoi titanici sforzi. 

Stiamo attenti. E se invece i presunti "studenti" di cui parla l'OMS fossero stressati propri perché costretti a studiare quello che non vogliono studiare? Per intenderci: se la scuola di massa è obbligatoria, non si dovrebbe forse ragionare sull'obbligatorietà? E se fossero le scelte poco ragionate di genitori e ragazzi a determinare le eterne lamentele e la prima causa del degrado scolastico? La scuola è un mondo troppo eterogeneo per tracciare machiavelliani quadri sistematici universalmente validi, ma se il pubblico esterno alla scuola (epidemiologi dell'OMS in primis) frequentasse la scuola per davvero, si accorgerebbe subito che la causa prima del disagio studentesco è obbligare i ragazzi a frequentare i licei. Perché la considerazione sociale è importante, e dire che proprio figlio frequenta un Istituto diventa sotteso motivo di vergogna, mentre nessun pudore si ha nel cacciare a forza il pargolo entro scuole che non gli si confanno per talento e carattere. Noto è il tentativo degli Istituti di trasformarsi nominalmente in licei, per evitare calo degli iscritti. Eppure, almeno teoricamente, gli Istituti non sono così semplici come può sembrare: le sezioni di meccanica, informatica e chimica, ad esempio, sono decisamente impegnative.

L'incontro/scontro con la realtà scolastica difficile e impegnativa del liceo è, quindi, la prima disastrosa ragione del perché la scuola italiana sta progredendo verso una deriva che è semplicemente ingenuo nascondere. Le promozioni a fine anno non rispecchiano nel modo più assoluto la qualità della scuola italiana, perché i 6 politici sono perlopiù 4 en travesti. 

L'epidemiologo Franco Cavallo sostiene che i programmi devono essere "ritarati i programmi, che sono ancora legati alle superiori di una volta che selezionavano molto". Che i programmi vadano rivisti è sacrosanto, ma devono essere rivisti in quanto ingessati, involgarenti le discipline e banalizzanti i contenuti. Cavallo, invece, tira fuori dal cappello la questione della selezione, come se selezionare fosse un crimine, un delitto da mettere in pratica solo in casi estremi. Allora si capisce perché un ragioniere come Montale scrivesse così bene pur essendo uscito da un istituto per ragionieri e perché gli odierni liceali di quinta non solo non hanno voglia, ma non sanno (in maggioranza eh!) né parlare né scrivere. Che è il primo gradino necessario per saper studiare, cosa che elementari e medie, in quanto non selezionanti, non coltivano più con serietà (eccezioni a parte). Dagli studenti non si può più pretendere il mondo, certo, ma non sta né in cielo né in terra che la scuola debba essere un'industria.



lunedì 28 marzo 2016

PER UN RINASCIMENTO PARMIGIANO: PARMA NON HA PAURA



di FRANCESCO GALLINA


Parma. Ottobre 2015. Un africano scavalca acrobaticamente la cancellata del palazzo in cui vivo. Sono le 2 di notte. Nel cortile ci sono garage - alcuni aperti - e almeno una ventina di biciclette. Il furfante gira, circospetto. Il buffet di bici è ghiotto, sebbene siano tutti vecchi catorci. Eppure ne adocchia una, appena più bella delle altre, legata con doppio catenaccio a una Graziella e contemporaneamente alla rastrelliera. Il catenaccio è resistente, con spesso strato interno di ferro e resistente rivestitura di gomma esterna. L'africano (si può dire africano o passo per razzista?) può scegliere tra venti bici, ma solo quella lo affascina, a tal punto che vi si avvicina e inizia a trafugare. Nell'arco di cinque minuti riesce a spaccare uno dei due catenacci (mistero della fede!), prende la bici, fa una telefonata. Intanto passeggia serenamente davanti alle telecamere che lo riprendono. Evidentemente, delle telecamere non gliene frega una fava. Sa che, comunque vada, resterà impunito. Prende la bici, si avvicina al cancello, alto più di due metri, e, senza alcun appiglio a cui appoggiarsi, scaraventa la bici a un camerata che lo raggiunge dall'altra parte. 
Piccolo dettaglio: quella bici era la mia. Ma per provvidenza manzoniana (?) la bici è ancora mia. L'ho ritrovata senza fanalino, senza cestello, senza luci, ma l'ho trovata e, grazie a un appostamento da 007, sono riuscito a braccare l'africano (un altro, mica quelli del video) e ho consegnato l'energumeno nelle mani della polizia (o erano carabinieri? la differenza?). Ma le mani della polizia e della magistratura sono buche e, come confessano le guardie stesse, il giovane passerà la notte in caserma; il giorno dopo verrà lasciato libero. Posso chiedergli di pagarmi quanto tolto? No, mi dicono i poliziotti (o erano carabinieri? la differenza?), può farlo solo se sporgo denuncia. E io non sporgo denuncia, perché perderei soldi e tempo, ma soprattutto soldi. Per un disoccupato i soldi sono importanti. Inutile nascondercelo, l'africano non avrebbe risarcito, facia 'd tola com'è a negare l'evidenza. 

Facciamo un balzo indietro. 2006-2008. Tre anni di notti insonni, notti nevrotiche. Il bar sotto casa mia diventa discoteca di depravati multietnici (multietnico fa più chic che africano, vero?) che gridano, cantano, alzano la musica a tutto volume. Avremo chiamato la polizia almeno 200 volte, finché una bella sera un carabiniere risponde (testimoniano le registrazioni telefoniche) che non può  mandare due uomini contro cinquanta esagitati. Cazzi nostri, insomma. Si apriva una questione filosofica: chi è meno degno, gli africani che fanno baraonda  o i carabinieri che palesemente non intervengono facendo rispettare la chiusura del locale alle 10?
2016: la gestione del bar è in mano ad altri stranieri, che accendono motori interni che disturbano la quiete notturna. Dalla padella alla brace. 





Ai tempi non esisteva il politically s-correct di #busillisblog, ma soprattutto non esisteva Parma non ha paura. Comitato per la sensibilizzazione sui temi della sicurezza, Parma non ha paura è stato fondato circa un mese fa da Luigi Alfieri, dopo che tra il 7 e l'8 febbraio ha sventato un furto di ladri in casa propria, in piena notte. Per chi non fosse parmigiano, Luigi Alfieri è uno dei maggiori scrittori e validi intelletti di casa nostra, che ha esportato la parmigianità in Italia e nel mondo, scrivendo libri come il fortunato Parma, la vita e gli amori. Storia della città dal mille al millenovecento (MUP, 2007) e Il sole e la neve, tradotto in diverse lingue. Luigi Alfieri è citato nel nono volume dell'enciclopedia Storia di Parma tra gli scrittori di rilievo degli ultimi 800 ottocento anni di letteratura parmigiana. 

Orbene, Parma non ha paura non è solo un comitato, ma un instant book, dal titolo omonimo, appena pubblicato, il cui ricavato sarà interamente devoluto ad un'anziana signora derubata. L'obiettivo è raccogliere 3000 euro. Ma Parma non ha paura è soprattutto un progetto volto a prosciugare il pantano stantio in cui Parma è sprofondata almeno a partire dagli anni '80 fino ai giorni nostri, dal punto di vista etico, politico, economico e culturale, fino a lasciarci sfuggire ignobilmente il Parmigianino parcheggiandolo a Roma, quando avremmo potuto guadagnarci su fior di quattrini. Le mostre si riducono e sono mal organizzate, gli eventi culturali ci sono ma sono o mal pubblicizzati o di scarso spessore. Eppure, secondo l'assessora (mi devo adeguare al vocabolario boldriniano, sorry) Laura Ferraris, la cultura a Parma è #piùmigliore. E siamo noi gli sgrammaticati, perché lei ci assicura che è permesso dirlo. Insomma, sono almeno vent'anni che Parma non è più quella attiva e dinamica del Dopoguerra, quella che Alfieri racconta facendo venire la malinconia anche a chi come me  non ha vissuto gli anni '60 (ma ha amato alla follia le grandi mostre di inizi anni 2000).

Una Parma entrata in quella che von Horvath avrebbe definito l'"era dei pesci", senza più Padri, senza più valide guide. E gli ideali? Fin troppi. Forse è il momento di rimboccarsi le maniche e sbattere in faccia la situazione in cui boccheggia l'ex piccola Parigi. Lo stato in cui versa la città è descritto con l'abilità di uno scrittore che ha svolto per anni il mestiere di cronista e capo redattore della Gazzetta di Parma. Dal centro in mano ai vu cumpra alla periferia inghiottita dai ladri, passando attraverso anziani truffati, quotidiani spacciatori in sella a bici rubate, negozianti che sono costretti a chiudere e gente che non vive più in pace. Una Parma, la nostra, che ha perso la bussola ormai da troppo tempo, novantaseiesima qual è nella classifica del "Sole 24" sulla sicurezza nei comuni. Siamo dietro Caserta, tanto per intenderci.

Le soluzioni proposte sono tante, ma prima di tutto viene ciò che per #busillisblog è da sempre un pilastro sacrosanto: il rispetto per chi la pensa diversamente, per chi esercita senza buonismi e perbenismi il proprio spirito critico. Le soluzioni si trovano solo immergendosi nei problemi della quotidianità (compresi i sacchi di rudo all'aria aperta), senza proclami e assurde promesse, ma con serietà, fermezza e civiltà. Perché cada una volta per tutte la leggenda secondo la quale esiste uno specifico mestiere di politico. Esiste gente competente e gente che non è competente. La Parma tratteggiata da Alfieri e dai simpatizzanti o amici del comitato, ha i tratti della depressa, impotente, le cui brillanti forze vengono ignobilmente soppresse da incapaci quaquaraqua. Alfieri la chiama congiura dei mediocri. Forse è ora che i parmigiani riscoprano l'antico sangue di una città che nel passato ha saputo essere vincente e competitiva, mettendo in campo intellettuali genuini, poeti o industriali che fossero. Uomini onesti, che avevano voglia di lavorare perché appassionati del lavoro che svolgevano. 

Forse è ora che Parma, dormiente perché alienata, riscopra sé stessa. Per riprendere possesso delle zone a rischio della città, il 31 marzo alle ore 21:30, a partire da Piazzale Barbieri, si terrà la camminata fotografica insieme a poeti, scrittori e personalità come Enrico Maletti, Gianpaolo Cantoni, Mauro Adorni, Corrado Medioli e, ultimo ma non ultimo, lo Dsèvod, la maschera parmigiana incarnata da Maurizio Trapelli. Ma anche per riscoprire le bellezze di Parma al chiaro di luna, bellezze che molti parmigiani, soprattutto quelli della nuova generazione, non conoscono affatto: è sufficiente che chiediate in giro ai primi passanti (parmigiani) che vi capitano sotto mano quali musei o quali tesori artistico-architettonici Parma custodisce. Io ho raccolto almeno una trentina di silenzi. Ma io sono anche quello dell'unica bici fottuta fra venti. Magari voi sarete più fortunati.

domenica 27 marzo 2016

PER UNA RIVALUTAZIONE DI PONZIO PILATO



di FRANCESCO GALLINA





Gerusalemme, 30 d.C. Un uomo ricopre una delle cariche più scomode all'interno della gerarchia imperiale romana. Quell'uomo è il praefectus della Giudea che, diversamente dai governatori di Siria ed Egitto, non dispone neppure di una legione. I quattromila uomini a sua disposizione sono reclutati tra la popolazione locale. Quell'uomo si chiama Ponzio Pilato e appartiene alla classe equestre, inferiore a quella senatoria. La regione che governa è provincia dell'impero da quando Augusto prende in mano una situazione degenerata con il governo del giudeo Erode, tanto abile militarmente quanto prepotente e crudele. Da semplice Stato cliente, la Giudea diventa dunque provincia, sebbene la resistenza opposta da Giuda di Gamala, che viene crocifisso insieme ai suoi seguaci. Pilato, per dirla in soldoni, ha il potere. Ma ne siamo sicuri? A ben vedere, il vero Potere lo detiene il Sinedrio, il consiglio di anziani, unico interprete della Legge mosaica, presieduto dal sommo sacerdote giudeo Caifa, che rimane in carica per l'intero mandato di Pilato, complessivamente 18 anni.

La Pasqua del 30 d. C. vede Pilato in seria difficoltà, lungi dalla stupida immagine di quello che si lava le mani. Pilato deve sbrigare una questione spinosa, che ha per protagonista non un giudeo, ma un galileo: Gesù. La Galilea, però, non è sotto la giurisdizione di Pilato perché, dalla deposizione di Archelao nel 6 d.C., passa sotto il dominio di Erode Antipa. Il Vangelo di Giovanni è nel giusto collocando il processo e la crocifissione di Gesù la vigilia della Pasqua ebraica, mentre i sinottici la collocano, probabilmente sbagliando, nel giorno di Pasqua. Cosa succede prima che Gesù venga giustiziato? Succede che, prima di passare nelle mani di Pilato, passa in quelle di Caifa che, insieme agli anziani del Sinedrio, decide di sbarazzarsi di Gesù grazie a un'infida accusa politica, quale la pretesa del galileo di essere il re dei giudei, che ne fa un sedizioso. Inoltre, se Gesù non fosse presto fatto fuori, Pilato ritornerebbe a Cesarea e svanirebbe la speranza di vederlo morto. In un primo momento Pilato propone di rilasciarlo secondo il costume che prevede la liberazione di un carcerato in occasione della Pasqua, ma la folla radunatasi o radunata (da qualcuno, si intende), minaccia di denunciare Pilato all'imperatore: ecco perché essere il praefectus della Giudea non era incarico ambito.

Ma il grande mistero, come tutti sappiamo - o crediamo di sapere - riguarda la scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro che lo custodiva. Sepolcro, ricordo, che è controllato da guardie affidate da Pilato ai sacerdoti. I sacerdoti, è chiaro, temono che il corpo di Gesù divenga fulcro di un culto estraneo al giudaismo. Perché vedere ingenuamente degli angeli negli angeli che appaiono alle pie donne? Mi spiego meglio: in Luca e Giovanni si parla di due angeli che invitano le donne, in visita al sepolcro, a fare ritorno in Galilea. Ma dobbiamo credere davvero siano angeli? O forse, più semplicemente, sono le guardie infingarde manipolate da Caifa, l'autore della crocifissione? Leggendo il Vangelo di Pietro, si scopre che i soldati vedano uscire due uomini che reggono Gesù, presentandoci il tutto come un intervento celeste. Ma questa è solo una mistificazione. Se Gesù fosse risorto, che necessità aveva di essere retto da due uomini? 

Il giallo è molto semplice. Dietro tutto c'è lui, Caifa, il geniale tessitore che, fatto trafugare il corpo, invita i seguaci di Gesù ad andare letteralmente "a quel paese", cioè la Galilea, per toglierseli dai piedi, se non per neutralizzare, almeno per deviare il cristianesimo. Caifa non tollera che Gesù elimini il suo prestigio agli occhi dei romani. Per questo si fa lui stesso promotore della resurrezione (ovviamente in senso criminoso), per cacciare astutamente gli apostoli lontano da Gerusalemme, nella speranza che la lezione di Gesù perisse con lui. Evidentemente, aveva fatto male i calcoli.

martedì 22 marzo 2016

LA SCUOLA-FARSA NEL CINEMA ITALIANO. UN CASO DI DEFORMAZIONE.



di FRANCESCO GALLINA



Un fotogramma del delizioso Être et avoir, film del 2002 diretto da Nicolas Philibert


Être et avoir, Stella, Les choristes, Entre les mures sono fra i più bei film di scuola prodotti in Francia negli ultimi vent'anni. Sono pellicole oneste, che affrontano il tema della scuola con stili e linguaggi diversi, ma offrono un'idea della scuola se non vera, perlomeno verisimile, alcuni - penso a Être e avoir - usufruendo del genere documentaristico. Una scuola ripresa nei suoi aspetti quotidiani, routinari, quasi meccanici, e altresì una scuola problematica, sfaccettata, complessa, che rappresenta sì un mondo a sé stante, ma che vive anche un rapporto osmotico con la società, quella rurale, cittadina o della banlieu. Sono film, quelli francesi, che rappresentano la scuola per quello che è, senza tanti barocchismi, ma soprattutto cercando di evitare la caricatura, lo stereotipo, la deformazione farsesca. 

Noi invece abbiamo Provaci ancora prof, Fuoriclasse, I liceali. E Notte prima degli esami
Cosa vorresti dire? Vediamo. Nelle prime tre serie TV (2 della Rai e 1 di canale 5) il professore è lo zimbello degli studenti, è sfottuto dagli alunni, è un sostituto del padre e della madre, è un investigatore, ha la testa fra le nuvole, si abbassa psicologicamente al livello adolescenziale, è un inetto o un eroe da fumetti, è un casinista, è un investigatore, un impiccione, è una macchietta, una tinca teatrale, uno che corre dietro la collega strafiga o del collega belloccio. In una parola: un coglione. Ma le serie sono fatte per intrattenere! Sì, ma si intrattiene anche senza svilire così pesantemente l'immagine del docente, già sfigato di per sé senza calcare la mano per farlo apparire sempre un cazzone. E se i docenti cazzoni ci sono, non sono tutta la classe docenti italiana. L'uso che si fa del grottesco non è intelligente, acuto, ficcante (alla Lucio Mastronardi), ma semplicemente stupido. 

L'insegnante è tutto tranne che un insegnante. E il bidello è tutto fuorché un bidello. E il preside è tutto fuorché il preside, non fosse che lavora nella sala della presidenza, con cartellino in bell'evidenza. Il docente non insegna, o quel che insegna è banalizzato, subisce un bestiale volgarizzamento adatto ad pubblico generalista capra, o considerato tale (che poi non è così cretino come si suole pensare). Se si parla di Dante, ad esempio, non si parla seriamente di Dante, anche solo per dieci secondi, ma di Beatrice, perché la trama si colleghi alla ragazzina lasciata dal pompato di quinta, per dire che Dante è un romanticone anche se Beatrice non se lo fila. Ecco, robe del genere, da scagliare imprecazioni malefiche agli sceneggiatori, comprese le interrogazioni all'acqua di rosa ("dimmi cos'hai studiato"), i programmi vecchi di cinquant'anni e l'immancabile imperativo categorico donmilaniano del "non bocciare". Non sia mai. Che viene da chiedersi se davvero le cose stanno così: la scuola italiana, si sa, è messa molto male e tende ad imboccare derive aberranti da fiction (non sto esagerando, cari miei lettori). Provare per credere. Ma esiste anche gente seria, che svolge degnamente il proprio lavoro e studenti intelligenti che, benché non siano da 10, sono persone che prendono la scuola con filosofia, anche se magari la filosofia non la studiano. Maestri e professori come il protagonista di Être et avoir, senza tanti grilli per la testa, che impegnano la propria professione al servizio di studenti che non sono santi, ma neppure dementi stralunati. Maestri modello, anche se non idealizzati. 

La scuola può essere una brutta bestia, si sa. Ma è un osservatorio d'eccezione della realtà in cui viviamo e siamo destinati a vivere, una cartina tornasole infallibile. La scuola merita sceneggiature brillanti, ma non per questo mistificanti e clownesche. 

Ah, già, poi c'è il film più amato dagli maturandi invasati, Notte prima degli esami, da non buttare del tuttoi. Ma c'è anche il professor Faletti che si fuma un bello spinello insieme a uno studente. Vietato fumare spinelli? Macché: vietato fare film scemi!

sabato 19 marzo 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: GIOVANNI GIUDICI


di FRANCESCO GALLINA


Alienazione è smarrimento, disorientamento, nevrosi. Alienazione è perdita di sé, trasferimento di diritti ad altri, perché svolgano i compiti al posto nostro, perché vivano la nostra vita non degna di essere vissuta. Alienazione fa rima confusione, perché confonde l'interno con l'esterno e viceversa. Alienazione è scompenso, lacerazione, squilibrio, alterazione. Si perde di vista l'esistenza. Ci si riduce a vegetali.
L'alienazione è il fulcro della poesia del ligure Giovanni Giudici, tratta da La vita in versi, che #busillisblog vi propone per la sua consueta poetica rubrica del sabato. In accompagnamento, una delle firme più interessanti e meno conosciute del secolo scorso, Pavel Filonov, avanguardista russo vissuto a cavallo fra '800 e '900, le cui tele, considerate degenerate ai tempi dello stalinismo, sono state riconsegnate al pubblico dalla perestrojka di Gorbaciov.  



MI CHIEDI COSA VUOL DIRE

da LA VITA IN VERSI (1965) di GIOVANNI GIUDICI


Pavel Filonov, Undici teste, 1934-1935



Mi chiedi cosa vuol dire
la parola alienazione:
da quando nasci è morire
per vivere in un padrone

che ti vende – è consegnare
ciò che porti – forza, amore,
odio intero – per trovare
sesso, vino, crepacuore.

Vuol dire fuori di te
già essere mentre credi
in te abitare perché
ti scalza il vento a cui cedi.

Puoi resistere, ma un giorno
è un secolo a consumarti:
ciò che dài non fa ritorno
al te stesso da cui parte.

È un’altra vita aspettare,
ma un altro tempo non c’è:
il tempo che sei scompare,
ciò che resta non sei te.

giovedì 17 marzo 2016

DIETRO AL PERBENISMO C'È IL SADISMO: EDMONDO DE AMICIS



di FRANCESCO GALLINA





Che Collodi fosse un ubriacone e giocatore d'azzardo, nessuno lo dice. Non era una cattiva persona, anzi, gli piaceva vestire i panni del toscanaccio dal cuore buono. Ma Collodi non era un perbenista: nel suo viaggio di iniziazione al mondo adulto, Pinocchio ne fa di cotte e di crude, provando sulla sua pelle  le conseguenze degli errori. Non ci sono leggi patriottiche che si riversano sopra il suo capin di legno. Pinocchio non è una storia patriottica.

Cuore, invece, sì. Impregnato fino al midollo di lacrimevole patetismo, il romanzo di De Amicis è - come quasi tutti i suoi altri - paladino di valori che non sono altro che luride teorie che la società appioppa sulla testa dei bambini. Non c'è vera libertà, in Cuore, perché Enrico, il narratore, è ingabbiato dalle paralizzanti leggi di uno Stato padrone. Ampollosa teatralità, gestualità monumentale, tono predicatorio, moralismo al glucosio: questo è Cuore, un agglomerato di sentimentalismo che trasuda valori egemonici quali la sacralizzazione della Patria e del corpo femminile, la figura del Padre despota, la venerazione dell'esercito, l'esaltazione dell'amicizia e della famiglia. Non solo: come vi abbiamo dimostrato, il comportamento del signor Alberto, padre di Enrico, anticipa caratteri boldriniani di buonismo inconsulto, nascondendo alla vista di Nelli "il gobbino" il quadro di Rigoletto, il gobbo, perché l'ospite non si offendesse, Rohani ante litteram (http://busillisblog.blogspot.it/2016/02/il-politically-correct-lha-inventato-e.html). Ma in tutta questa perfezione c'è qualcosa che dovrebbe far riflettere: la morte. Tutto gronda morte, dolore, magone, disperazione, depressione. Non si può essere felici, nella vita, perché c'è sempre da pensare a chi ha il piede storto, a chi è povero, a chi è cieco, a chi è sordomuto, a chi è rachitico, a chi ha freddo per l'arrivo della neve. E questo non è patriottismo e paternalismo, ma nevrosi bella e buona. 

E allora mi sono chiesto: chi era De Amicis? Già conoscevo la vicenda del figlio, suicida a 22 anni, poi mi sono imbattuto nella questione letteraria di Conclusione, romanzo scritto da un tal Calista, che è lo pseudonimo della moglie Teresa, che parla fa intendere tradimenti e violenze, litigi e incomprensioni, adulteri e scenate. Pura invenzione? Mica tanto, se leggiamo le confessioni all'amico Turati, in cui descrive un vero e proprio male di vivere che pervade il clima familiare. Fra l'altro, Edmondo e Teresa si separano burrascosamente, conoscendo oltretutto che il secondo figlio è frutto di un tradimento. Una vita amara, infelice, insopportabile. Non che la moglie fosse un angelo (ne ricaviamo una figura di donna altera e formale), ma sicuramente Edmondo predica bene e razzola male. Dietro alla melassa di consigli e divieti dati a Enrico Bottini dai suoi opprimenti familiari (fai questo, fai quello, rispetta tutti, ama tutti, e sticazzi), c'è la tragedia. Dietro al perbenismo e al buonismo c'è una sottesa e repressa forma di infida violenza. 

martedì 15 marzo 2016

L'UMANIZZAZIONE DELLA MEDICINA: L'ASS. "AMICO MEDICO"


di FRANCESCO GALLINA







A Pietro 
Carcere di Rebibbia 
20/03/2013

Con quel fazzoletto a righe gialle e rosa, stretto fra le mani, avrebbe potuto fare uno dei suoi tanti numeri di prestigio: infilato nella sua manica destra, state sicuri che l’avreste ritrovato dietro al colletto della vostra camicia.
Là, in quella piazzetta di città quasi deserta, fra gli abiti neri a lutto e qualche disperato singhiozzo, pochi conoscevano la sua identità o – perlopiù – si chiedevano dove l’avessero intravisto. Per alcuni, quel volto asciutto dai baffi a manubrio e dalle folte sopracciglia, sembrava ricordare una figura stravagante, di quelle che avresti potuto incontrare al Reparto di Oncologia, magari al quinto piano e magari nella grande stanza numero 5: quella dei Clown, che si affacciava sul parco giochi.
Anche quelle grosse lacrime che gli rigavano il volto lo rendevano pressoché irriconoscibile.
Perché Drin Drin non lo si vedeva mai piangere, nemmeno nelle situazioni più drammatiche. 
Drin Drin, il nome d’arte che Claudio si era dato, voleva che dai semi del suo lavoro fiorissero piccole gioie, dolci conforti. E niente più. Ma le lacrime, quelle no.



Queste sono le prime righe di Drin Drin, il racconto epistolare che ha avuto l'onore di giungere primo classificato al Premio Nazionale Amico Medico, indetto dall'omonima Associazione di Pescara, presieduta dal dott. Paolo Angelucci. La cerimonia di premiazione, presentata dalla professoressa Valentina Palleri, si è svolta il 13 marzo 2016 nella monumentale Sala Consiliare del Comune di Pescara, alla presenza di medici professionisti, autorità politiche e critici letterari, fra i quali Daniela Quieti, Fulvia Marconi, Gina Codovilli, Roberto Sarra. 





Di cosa parla Drin Drin? E soprattutto, chi è Drin Drin? Un uomo problematico, con un passato da giovane tossicodipendente, annoiato della vita, che rischierebbe di finire dietro le sbarre se solo un bambino affetto da cancro non lo riportasse sulla retta via, prima di morire. Drin Drin è la storia di un'opportunità, ma è anche un invito a saper sfruttare al meglio il proprio tempi, le proprie virtù, i propri talenti. Drin Drin è l'avventura di un clown terapeuta che, grazie a una laurea in psicologia che credeva essere carta straccia, offre la sua professionalità e il suo sorriso a chi è sacrificato entro le pareti di un reparto oncologico pediatrico. Drin Drin è l'elogio della buona deontologia medica, ma anche la celebrazione di un ospedale non solo a misura di bambino, ma a misura d'uomo: un ospedale umanizzato, accogliente, vicino ai pazienti.

E questo è proprio il cuore pulsante di Amico Medico, associazione nata pochi anni fa, il cui fine è stimolare il dibattito intorno al rapporto medico/paziente, offrendo momenti di ascolto, incontri, conferenze, campagne di prevenzione, grazie alla preziosa collaborazione delle realtà ospedaliere locali e degli esperti del settore come Sabatino Trotta, primario del reparto di Psichiatria e presidente della Commissione Scientifica Amico Medco, Alessandra Lupone, presidente dell'associazione Clown Doc, e tanti altri operatori sanitari. 

Perché la scienza non sia asettico studio di nozioni, sterile applicazione di principi. Perché la scienza sia anche impegno civile, antropocentrico, umano. Perché la filotecnìa si sposi alla filantropia. Perché la scienza e la medicina non siano simulacri che incutono soggezione, ma discipline gestite da professionisti competenti e, soprattutto, amici. 

sabato 12 marzo 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: ENNIO FLAIANO



di FRANCESCO GALLINA

La valigia delle Indie è l'ultima sezione dell'Autobiografia del blu di Prussia (1974) di Ennio Flaiano, che contiene canzoni, epigrammi e poesie. La rara produzione poetica di Flaiano non è impegnata, ancor meno elitaria, ma è poesia passata al setaccio della satira e dell'ironia, come in questa che #busillisblog oggi vi propone per la consueta rubrica del sabato, accompagnandola con l'olio e inchiostro su carta di Klee. Al centro dell'attenzione, un gatto. Un gatto che è un'essenza, un surrogato semidivino. Scienziato, Filosofo e Teologo si mettono sulle sue tracce e, mentre il secondo continua a cercare, il primo e l'ultimo operano deduzioni sul puro nulla. Dopotutto, dietro questa semplice piccola poesia si nasconde grande verità: il rischio che Scienza e Teologia diventino la stessa disciplina. In altre parole: scientismo.



IL GATTO

di ENNIO FLAIANO



Paul Klee, Gatto e uccello, olio e inchiostro su carta, 1928



Lo Scienziato cerca un gatto,
un gatto nascosto
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma ne deduce che è nero.

Il Filosofo cerca un gatto,
un gatto che non c'è
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma continua a cercare.

Il Teologo, oh il Teologo
cerca lo stesso gatto.
Non lo trova ma dice
di averlo trovato.

giovedì 10 marzo 2016

LE PETALOSE CONSEGUENZE, OVVERO DELLO SCRIVERE A SCUOLA


di FRANCESCO GALLINA






La scuola non insegna a scrivere. O, se lo fa, lo fa en passant, perché c'è da fare: lo Stato pretende i temini, e allora "facciamo i temini". Tutto qui. E se non c'è da fare di tutta l'erba un fascio, si ammetterà che qualche caso di docente disposto a insegnare la scrittura c'è, ma sono pochi a farlo dignitosamente. La tendenza è leggere, perché circola l'idea che si impari a scrivere solo leggendo. E invece no. Si impara a leggere leggendo, si impara a scrivere scrivendo. Sarebbe come dire che il critico d'arte, che legge e interpreta l'opera d'arte, è di per sé un artista. In altre parole: saper "leggere" la Gioconda equivarrebbe, seguendo questo fallace ragionamento, saper dipingere la Gioconda, o per lo meno saper dipingere. Che, in altre parole, è il ragionamento di tanta arte contemporanea. Ma ne parleremo altrove.

Il #busillis di oggi è la scrittura. I ragazzi non sanno scrivere. Tutti? No, la maggior parte. E chi te l'ha detto? Ho letto i loro lavori. Ma hai 23 anni! Sì, ho 23 anni, ma ho la sfiga di voler insegnare nella scuola italiana, il che mi porta a frequentare la scuola italiana e chi vi fa parte. La verità non esiste e non è una, ma le tendenze esistono, e la tendenza prevalente è che i ragazzi, oltre a non capire quello che leggono, non sanno scrivere. Non sanno tenere in piedi discorsi logici, posseggono un bagaglio lessicale striminzito, non controllano quello che scrivono. Alle superiori, così, assistiamo a catastrofici macelli, in linea con l'analfabetismo funzionale, per cui si sanno leggere le parole, ma non le si sanno capire. Ci si ferma al significante, se va bene. Se va male, non si capisce neanche quello.

Alle superiori - licei compresi - è dover ripartire da zero, o stilare giudizi sulla base di prove Invalsi. Si tende a non dare più alcun valore al significato delle parole, alle intenzioni di un autore, all'interpretazione che non sia solo un escremento di inchiostro buttato giù tanto per riempire mezzo foglio protocollo. Le analisi testuali ne sono un perfetto esempio: dotate di ogni spiegazione, chiedono informazioni già date in partenza, così che allo studente non resta che compilare una banale brodaglia ed uscirsene dagli asfissianti corridoi.

Poi passeranno tre anni, se va bene, e toccherà al professore universitario sorbirsi testi senza capo né coda, che saranno corretti, o magari no, e il laureato si troverà con voti alle stelle pur non sapendo costruire una frase. Si sta parlando di frasi, proposizioni di senso compiuto, non di Commedia dantesca. Ma sembra voler il Paradiso.

Detto questo, la maestra Margherita ha strumentalizzato quello che il piccolo Matteo ha scritto. L'ombra funesta degli adulti è evidente: i genitori che hanno messo mano al brevetto per fare soldi. Siamo passati da una cretinata ai soldi. Non male. Ah, già, poi c'è l'Accademia della Crusca, verso cui nutro grande stima ma che, in tal caso, mi sembra di essere caduta in basso. Quello che dice, linguisticamente parlando, è corretto. Ma se i bambini non sanno scrivere, di cosa se ne fanno della linguistica?

Cincinnare, sdallare, smoggoso, dondoloso, cernieroso, paceggiare, brontolite, sbrocchevole. Queste e altre cinquecento proposte sono giunte in men che non si dica alla cassetta della posta della Crusca, la quale avrà capito in quale boutade è finita. Ora, qual è la funzione della scuola italiana? Tirare in ballo la Crusca perché i genitori abbiano la meglio sui docenti quando questi danno 4 nelle miserande prove dei figli? O insegnare umilmente a partire da zero e provare a crescere, se non letterati, almeno (ed è già tanto) scrittori dignitosi? Fare cose normali, istruire. Tutto il resto è inutile, cioè petaloso.

sabato 5 marzo 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: GIORGIO BASSANI



di FRANCESCO GALLINA


#busillisblog festeggia i cento anni dalla nascita di Giorgio Bassani, autore del celeberrimo romanzo Il giardino dei Finzi-Contini (1963), tanto criticato per l'apparente neosentimentalismo dall'allora Gruppo 63, quanto oggi poco letto, oserei dire sconosciuto dalle generazioni del secolo XXI. Se la narrativa ha conosciuto il plauso del grande pubblico, la poesia di Bassani, invece, è direttamente finita nel dimenticatoio, materia per esperti (come ormai la vera poesia) e poco più. Entrando in un periodo di forti sconquassi letterari post-bellici, Bassani resta sempre aderente a un certo classicismo che, se da un lato gli rende onore, dall'altro non riesce a immergersi appieno entro le nuove future avanguardie. E a volte, purtroppo, la poesia, per essere riconosciuta (e ricordata), ha dimostrato di doversi asservire alle mode, nel' '900 soprattutto. 
Per la consueta rubrica poetica del sabato, vi proponiamo una suggestiva lirica contenuta nella raccolta Storie di poveri amanti e altri versi, del 1945, accompagnata dalle Muse inquietanti di Giorgio De Chirico, olio su tela del 1918 ambientato proprio in quel di Ferrara.


VERSO FERRARA

da STORIE DI POVERI AMANTI E ALTRI VERSI (1945) di  GIORGIO BASSANI



G. De Chirico, Le muse inquietanti, olio su tela, 1918, dettaglio.


È a quest’ora che vanno per calde erbe infinite
verso Ferrara gli ultimi treni, con fischi lenti
salutano la sera, affondano indolenti
nel sonno che via via là spegne pievi rosse, turrite.

Dai finestrini aperti l’alcool delle marcite
entra un po’ a velare il lustro delle povere panche.
Dei poveri amanti in maglia scioglie le dita stanche,
fa deserte di baci le labbra inaridite.