lunedì 9 maggio 2016

CHI DI MORALISMO FERISCE, DI MORALISMO PERISCE




di FRANCESCO GALLINA








Il fascismo dell'antifascismo. I cortei antinazisti che sono più nazisti dei veri nazisti, nuocendo autori di libri e - ancor prima - librai. E poi l'immoralità dei moralisti e la mafia dell'antimafia. In fin dei conti, fascismo e mafia non indicano altro che stati universali dello spirito. Per essere mafioso non serve essere legato alla Mafia, nemmeno alla Camorra, neppure alla 'Ndrangheta: è solo una questione di maiuscole. Come il Fascismo è morto con Mussolini, il fascismo continua ad esistere da quando l'uomo è nato, e con esso la mafia. Siamo tutti potenziali fascisti e mafiosi pur non aderendo alla Fiamma Tricolore e a Cosa Nostra. Il modo in cui Gesù è stato condannato a morte, ad esempio, è mafioso, e Robespierre era paranoico tanto quanto Mussolini. Insomma, duri e puri, come li vuole l'Islam vero (perché il moderato non è Islam). 

Grande è stato in questi giorni lo scalpore intorno alla figura di Pino Maniaci, paladino dell'antimafia fino a che non è stato beccato con le mani nel sacco. Paladino, quindi semieroe, perché eroi veri, in Italia, li si diventa solo dopo morti. Perché è scoppiato lo scandalo? Perché Maniaci si atteggiava a puro, e i puri sono destinati alla tempesta non appena si fanno autori della prima impurità. In questo caso, impurità grave, se facciamo riferimento a un signore che ha passato la propria vita a fare le pulci alla Mafia e, dalle intercettazioni, risulta un qualsiasi bullo di periferia che si vende per due soldi. Difeso, fra l'altro, da un inquisitore d'oro del calibro di Ingroia. 

Se non ci fosse la Mafia, l'Antimafia non saprebbe come sopravvivere. E l'Antimafia deve sopravvivere. Devono sopravvivere i film, le fiction, le serie TV. Saviano non esisterebbe, e con lui le sue romanzate impregnate di retorica. La Mafia si arricchisce, l'Antimafia pure. L'una non può prescindere dall'altra, legate da invisibili cordoni ombelicali. Questo non significa che non si debba combattere la mafia, ma che non si dovrebbe fare la morale attorno alla mafia. Si è non-mafiosi sulla base di quello che si fa e di quello che si pensa, per come si pensa. Credere che la mafia debba essere sconfitta da eroi è il primo passo per fomentarla. Non significa abbassare la testa, ma tenerla alta senza fare - come dicono a Oxford - gli sboroni. I detentori della Verità. 

In Italia siamo assetati di eroi, perché gli eroi ci assolvono dal Male. Dimenticandoci che esiste anche il male, più piccolo, ma ugualmente mafioso. Gli eroi sono perfetti, sì, ma fino a quando arrivano le intercettazioni che li incastrano per crimini anche secondari, ma è sufficiente questo perché crollino i castelli di sabbia, le idealizzazioni, i miti. E si ritorni con i piedi per terra.

Ecco allora esempi illustri di mafiosi santi dell'antimafia, come Ivan Lo Bello, indagato indagato per associazione a delinquere nello scandalo Tempa Rossa e Antonello Montante, delegato per la legalità in Sicilia, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e, ultimo ma non ultimo, Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo, grande promotore di iniziative contro i racket e la criminalità organizzata, condannato in primo grado per aver chiesto e intascato una tangente da centomila euro. Le icone, i simboli, gli dei. Ma quando dio muore, arriva l'apocalissi, e lo stesso infido moralismo da lui proclamato gli ricade contro con ancor più veemenza. Perché il moralista cresce moralisti, e i moralisti figli sono persino peggiori dei moralisti padri. A meno che non si voglia sempre e comunque pensare al complotto. Poi, certo, ci sono i magistrati come Davigo che si sentono autorizzati a sparare sentenze dall'alto di quelle che Stefano Livadiotti chiama le ultracaste. E allora si generalizza dicendo che tutti i politici rubano, che può anche essere vero, ma allora, per par condicio, non andrebbero sottaciute le malefatte dei giudici, quelli che reputiamo puri.

E allora, come non ricordare l'articolo apparso il 10 gennaio 1987 sul "Corriere della Sera", in cui Leonardo Sciascia dichiarava che  il modo migliore per fare carriera in politica e in magistratura era dichiararsi antimafioso. In altre parole, fare dell'Antimafia uno status symbol, un instrumentum regni per ottenere soldi e potere. Quel che rimproveriamo a Sciascia è aver tirato in ballo Borsellino, non perché Santo, ma perché magistrato onesto. Ma, al di là di Borsellino, il discorso non faceva una piega: sul "Giornale di Sicilia" Sciascia non aveva peli sulla lingua a sostenere che il potere dell'Antimafia "è molto simile, tutto sommato al potere mafioso e al potere fascista". Il Potere che detiene la Verità, ma dimostra prima o poi impotenza e falsità. 

Un po' come Nogarin, adepto del gruppo dei neopuri, denominati volgarmente grillini, cioè quelli che vaffanculizzavano e con urla hitleriane urlavano di cacciare dalla politica chi fosse anche solo colpito da un avviso di garanzia. Nogarin sarà anche innocente, ma adesso come la mettiamo, con Casaleggio jr che teme di perdere le elezioni e Di Maio che fa il garantista? Eppure, fosse stato del PD o della Lega, i grillini avrebbero detto su di lui peste e corna. E ora, invece, che di mezzo c'è la Raggi e Di Maio, gridano al complotto. Sono stati i poteri forti, dicono. 

Come fare senza eroi? Ma, poi, gli eroi, sono davvero indispensabili? Senza Maniaci (o chi per lui) non sarà più come prima? Tutte panzane. La giustizia non ha bisogno di eroi, gli eroi non hanno bisogno della giustizia. Perché? Perché gli eroi sono fuffa, come la morale. I giustizialisti e i moralisti - Alberto Sordi insegna - sono la razza peggiore.