lunedì 4 luglio 2016

CRITICA DELLA RAGION KAMIKAZE



di FRANCESCO GALLINA







La saga di Giuseppe Cruciani contro i nazivegani (come Cruciani ha definito il mondo vegan & co.), ha visto un animalista gridare al microfono: "Non c'è nessun essere umano che vive per morire". Molto interessante l'affermazione, ma solo perché radicalmente sbagliata. E se volevate leggere un articolo contro i vegani, non vi accontenterò, cari lettori. Ci divertiremo invece a smontare la proposizione a partire dall'eccezione - non per niente eccezionale, anzi, proliferante - che la nega.

Stiamo parlando esattamente di coloro che vivono per morire. Stiamo parlando dei kamikaze e della loro logica. Feuerbach la definirebbe "antropologia rovesciata". In altre parole, non si vive sapendo di morire, ma si muore convinti di vivere. Il misero e scialbo passaggio sulla Terra non merita di essere goduto, perché c'è un aldilà più bello, armonico, splendente: l'obiettivo è quello, ovvero qualcosa di non tangibile, ma puramente trascendentale. Materiale e astratto si sovvertono, cioè l'Idea, detta altrimenti Dio, diventa l'unica luce sotto la quale ci si pone per essere illuminati. Fuori da quel lampione c'è solo il buio, l'oscuro male del mondo. Il male del mondo lo si elimina solo eliminandosi dal male stesso.

Il kamikaze non crede nella morte, ma nella rinascita. La morte è solo una porta attraverso la quale accedere alla nuova vita. Per questo il kamikaze non ha paura di morire, non teme di sentire dolore, perché Dio gli dà il potere dell'atarassia, cioè l'impotenza. Si sente potente, ma è solo un illusione, come quella in cui crede. E vi crede in modo innato o predeterminato, ma perché è una legge (!) a cui è stato indottrinato da parte dello Stato o della famiglia. Quando parliamo di Islam, ad esempio (ma il kamikaze non è solo islamico), religione e Stato sono sullo stesso piano: la religione si è fatta Stato, il piano giuridico e quello religioso sono del tutto coincidenti. Le leggi maomettane sono leggi costituzionali.

Il kamikaze non è dunque educato alla morte, ma al martirio. Ed è martirio in nome dell'amore. Amore per l'Idea, amore per Allah (o per qualsiasi Dio a cui ci si sottomette). Il prezzo della sottomissione è la Felicità, quella roba inesistente di cui noi uomini parliamo da tremila anni almeno, senza cavarci una forca. Ma chi muore in nome dell'Idea, muore cercando di migliorare anche la condizione terrena, materiale, nella sua terra minacciata dal Nemico. I terroristi sono accecati dall'Amore, l'Amore che solo il loro Dio può permettergli.

Il martirio è un atto di così alto valore che non è concesso a tutti nello stesso modo. Le modalità con cui ci si deve suicidare ammazzando altri uomini è dettato dalla Legge Islamica. Perché la Legge Islamica è Istituzione, sistema educativo, colonna portante della società e dell'individuo. Ad esempio, il moderato Rouhani, con cui l'Italia stipula accordi economici, è grande promotore del martirio in Iran, sulla scia di quanto dettato da Khomeini, il grande fondatore della Repubblica Islamica iraniana.

Un attimo: tu ci hai parlato di Islam, ma la parola kamikaze è giapponese. Certo, e la prima unità kamikaze risale alla Seconda Guerra Mondiale, guerra patriottica tanto quanto la prima, guerra ideologica, dove si veneravano, per l'appunto, Idee, non idee (con la i minuscola). Quando un kamikaze si suicida riferendosi alla sua più alta Idea, noi Occidentali perbenisti abbiamo la sicumera di escludere che c'entri la religione. No!, diciamo, non è così! E allora, se non è così, perché kamikaze significa vento divino?



sabato 2 luglio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: MARIA LUISA SPAZIANI



 di FRANCESCO GALLINA


C'è un ultrasuono invisibile che pervade la natura e l'universo. Una forza panica, che tutto avvolge, una divinità panteistica che solo pochi possono cogliere, dietro "segni umbratili di nervi". Le parole non bastano, sono insufficienti. E allora ecco che ci si affida a segni imprevedibili, a un lessico alieno al linguaggio umano. Maria Luisa Spaziani raccoglie ne La traversata dell’oasi. Poesie d’amore 1998-2001 (Mondadori, 2012) liriche leggere ma nello stesso tempo criptiche, come è la Verità che al suo amato Eugenio Montale si spalancava oltre la matassa del "filo da disbrogliare". Per la Spaziani, Montale è uno stigma incancellabile: il primo verso richiama inequivocabilmente Non chiederci la parola, manifesto della poetica montaliana. A due anni dalla morte della poetessa torinese, #busillisblog propone una sua poesia, accompagnandola con un'opera d'arte del contemporaneo Fernandez Arman, Violin on orange canvas with pressed paint tubes (2002). Niente parole. Solo tubetti di colore che sgocciolano musica. Forse non la immaginava nemmeno Bach.



[NON CHIEDERMI PAROLE, OGGI NON BASTANO] 

in LA TRAVERSATA DELL'OASI 
di MARIA LUISA SPAZIANI





Non chiedermi parole, oggi non bastano.  
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili  
nei loro incastri, sono consunte voci.  
È sempre un prevedibile dejà vu.
Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
  tramite segni umbratili di nervi,  
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.
Un fremere d’antenne, un disegno di danza,  
un infinitesimo battere di ciglia,  
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.


sabato 25 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CLEMENTE REBORA



di FRANCESCO GALLINA


Incandescente, aggressiva, violenta e deformante. La poesia di Clemente Rebora, voce acuta del vocianismo primo-novecentesco, fa dell'espressionismo un cavallo di battaglia, unito alla forma frammentaria, centrifuga, disgregata, come disgreganti è annichilenti sono gli effetti devastanti della guerra. Dall'intensa nuvolaglia, contenuta nella raccolta Frammenti del 1913 sembra anticipare l'angoscia delle successive liriche scritte da Rebora sul fronte di guerra, che ha da venire. Nei primi quattro versi assonanzati i suoni aspri in rima sono rafforzati dall’allitterazione, il ritmo è incalzante, tutto volto a trasmettere l’impetuosità del turbine, che si placa entro il perimetro urbano. Quello descritto non è un ordigno, ma il temporale che si scaglia su una città impassibile, priva di energia, che non oppone alcuna resistenza. L'ansia e il tormento prevalgono e tutto corrodono. Per questo, nella consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog accosta la lirica di Rebora a un'opera della contemporanea Linda Toigo, che destruttura in frammenti la forma del libro per mezzo del fuoco di un fiammifero. 



[DALL'INTENSA NUVOLAGLIA]

IN FRAMMENTI (1913) DI CLEMENTE REBORA










Dall’intensa nuvolaglia
 giù – brunita la corazza,
 con guizzi di lucido giallo,
 con suono che scoppia e si scaglia –
piomba il turbine e scorrazza
 sul vento proteso a cavallo
 campi e ville, e dà battaglia;
 ma quand’urta una città
 si scardina in ogni maglia,
s’inombra come un’occhiaia,
 e guizzi e suono e vento
 tramuta in ansietà
 d’affollate faccende in tormento:
 e senza combattere ammazza.


lunedì 20 giugno 2016

LA CAPPELLINA PENITENZIALE DI CAORSO, UNA CHICCA FRA ARTE E MISTERO



di FRANCESCO GALLINA




Il premio della critica attribuito dalla giuria del Concorso Letterario Internazionale Vallavanti - Rondoni al mio romanzo inedito L'anello che non tiene, è stata la piacevole occasione per visitare una sorprendente chicca artistica solo di recente aperta al pubblico: la Cappellina della Rocca Mandelli di Caorso, in provincia di Piacenza. La cappella, però, non è stata commissionata dai Mandelli, nobili vissuti sotto e al servizio del cinquecentesco ducato farnesiano. Dagli archivi sappiamo infatti che agli inizi del '600 la famiglia Mandelli si estingue e la Rocca diventa proprietà di un'altra famiglia, il cui stemma ovale con fasce oro e azzurro, raffigurato all'interno, resta ancora di ardua attribuzione.




La cappellina, dopo essere rimasta ignota per almeno due secoli, è stata restaurata di recente, sebbene corrosioni, polverizzazioni, opacizzazioni e deiezioni di uccelli abbiamo rovinato del tutto alcune aree. Ma sono stati proprio gli uccelli ad indicare, con il loro passaggio attraverso una feritoia, l'esistenza di un luogo murato e inesplorato, che ora si raggiunge tramite una strettissima e ripida scala. Chi è alto quasi due metri come il sottoscritto troverà difficoltà, dato che la volta a botte ellittica raggiunge la sua massima altezza a 1.80 m. L’accesso al locale è sormontato da un cartiglio che riporta la data 1606, molto probabilmente la data in cui sono state affrescate le pareti. La volta è un cielo notturno cobalto con stelle d'oro di memoria ravennate. Il ciclo di affreschi non segue una linea cronologica. Ci accoglie il disegno preparatorio di un alberello, segue una Morte con la falce, la Sacra famiglia con San Giuseppe che sgrossa un’asse mentre la Madonna è intenta a cucire, la Fuga in Egitto con la Vergine che allatta, la Visitazione di Maria da parte di Elisabetta. 




Al centro l'Annunciazione vede Maria e Gabriele poggianti su un pavimento che richiama con quello reale, anche se orientato diversamente, al fine di creare un'illusione di continuazione spaziale. Sulla parete opposta sono affrescati San Francesco che riceve le stigmate, la Natività della Vergine, la presentazione al Tempio, l'Adorazione dei pastori e un curiosissimo Angelo/Demone - dotato di ali pipistrelline e pelosa zampa di bestia - che visita Cristo. Al centro la piccola finestra sormontata da uno stemma ovale di oscura identificazione. Uscendo, ci si imbatte in un Ecce homo, che fa da pendant con la Morte. Naturalmente il ciclo può essere letto al contrario; di certo, l'uso della cappella doveva essere per scopi prettamente penitenziali. Ma tanti sono ancora i segreti e le possibili scoperte che possano fare luce su un luogo delizioso ancora avvolto nel mistero. 





sabato 18 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: EUGENIO MONTALE



di FRANCESCO GALLINA


I vent'anni sono imminenti, per Esterina. La condurranno dall'adolescenza all'età adulta: la nube dei vent'anni la avvolgerà, il fuoco della vita brucerà la sua giovinezza e dalla cenere uscirà la donna. I vent'anni sono un rito di iniziazione, ma altresì un indecifrabile punto interrogativo. Eugenio Montale nutre molti dubbi sul futuro,  suo e di Esterina, una ragazza ripresa nel suo lanciarsi esitante dall'alto trampolino nelle onde tempranti del mar ligure. In Esterina c'è spensieratezza, incosciente vitalità, ma anche voglia di prendere decisioni. Esterina sceglie di tuffarsi, Montale invece preferisce guardare, come uno stoico, la vita fluire, da lontano. La terra è certezza, le onde mosse un possibile pericolo. Per la consueta rubrica del sabato di #busillisblog, accompagniamo Falsetto a un capolavoro risalente agli inizi del V secolo a. C.: si tratta della Tomba del Tuffatore, scoperta nel 1968 nell'area di Paestum, esattamente a sud, nella località di Tempa del Prete.  La chicca non sta nelle pareti esterne, che raffigurano la piacevole convivialità di un banchetto, ma nella lastra di copertura, che presenta un tema del tutto estraneo all'arte greca: un giovane nudo è sospeso per sempre nell'istante del tuffo solitario in uno specchio d'acqua. Secondo l'archeologo Mario Napoli, scopritore della tomba, il tuffo rappresenterebbe l’inizio del viaggio verso l’aldilà, un tuffo verso il mare della conoscenza ultraterrena, che sospende l'uomo fra il cielo e la terra. 


FALSETTO  

da OSSI DI SEPPIA (1925) di EUGENIO MONTALE






 Esterina, i vent'anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un'avventura più lontana
l'intento viso che assembra l'arciera Diana.

Salgono i venti autunni,
t'avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell'elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d'incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.
L'acqua è la forza che ti tempra,
nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo,
come un'equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito piú pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T'alzi e t'avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s'incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sornmo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t'abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.


mercoledì 15 giugno 2016

MATERIA E AERODINAMICA: "BOCCIONI 100" A MILANO




di FRANCESCO GALLINA








Ho assistito ad una scena d'amore. Amore per l'arte, amore vero, come quello di una buona madre verso suo figlio. Una donna sulla settantina spinge sulla carrozzina il marito, di qualche anno più anziano. Contemplano i quadri come solo gli esperti sanno fare, forse sono collezionisti, forse semplici amanti del bello. Ad un certo punto, davanti a un magistrale Canal Grande, lei gli sussurra: "Se vuoi te lo compro".




Il Canal Grande a Venezia, 1907


A cento anni dalla sua morte, Milano celebra uno dei più rilevanti avanguardisti italiani del primo-novecento con una mostra che raccoglie alcuni dei suoi più celebri capolavori.
Palazzo Reale ospita dal 23 marzo al 10 luglio 2016 Boccioni 100, mostra realizzata con la collaborazione di Electa, Biblioteca Civica di Verona, Soprintendenza del Castello Sforzesco e Opificio delle Pietre Dure di Firenze. La scadenza del centenario coincide inaspettatamente con il ritrovamento negli archivi della Biblioteca Civica veronese di un notevole nucleo di documenti inediti che inaugurano nuovi approcci critici all'opera di Boccioni, come la Rassegna stampa futurista raccolta con l'aiuto di Filippo Tommaso Marinetti e l'Atlante di immagini, che permettono di comprendere al meglio le complesse fasi di elaborazione artistica. Predominano le opere boccioniane, ma non si tralasciano quelle di altri artisti con cui Boccioni si relazionò prima e dopo la svolta futurista. Molto diversi gli stili e i registri tematico-espressivi: dal ritratto al disegno fino alle realizzazioni plastiche e pittoriche.




Atlante boccianiano


Si inizia con un pastello risalente agli anni delle Biennali veneziane (1905-1907), La nonna, in cui si percepiscono le influenze di Richard Miller e di Giacomo Balla, del quale possiamo ammirare una testa della Madre. La permanenza in Francia e in Russia immergono l'artista a contatto con la pittura post-impressionista e con certa ritrattistica fiamminga: importanti risultati, a tal proposito, sono i ritratti di Virgilio Bocchi e del cavalier Giuseppe Tramello. Seguono alcuni capolavori del divisionismo simbolista di Fornara, Previati e Segantini, del quale è esposto un fiammeggiante Cavallo al galoppo. Risalente al periodo veneziano è l'Autoritratto, l'acquaforte Giudecca e la splendida veduta del Canal Grande di cui abbiamo parlato all'inizio. Poco più tardi (1908-10) Boccioni abbraccia appieno il movimento simbolista italiano e nordico con Il sogno-Paolo e Francesca e Il Lutto




Gaetano Previati, Il carro del sole, 1900, particolare

Passando attraverso Le tre donne e Ritratto di bimbo si giunge alle ultime sale, che ospitano il Boccioni più famoso, quello futurista, in linea diretta con il cubismo di Picasso (basti osservare Figura) i concetti elaborati da Marinetti nei suoi molteplici Manifesti. Boccioni fa della scomposizione dell'immagine e del dinamismo plastico il perno della propria poetica pittorica e scultorea. Il fine è quello di porre lo spettatore al centro del dipinto, immergerlo nelle forme. Antigrazioso, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, Forme uniche della continuità nello spazio sono solo alcuni delle opere che si possono ammirare, surclassate di certo per bellezza dal capolavoro che rende prassi il concetto futurista di "simultaneità d'ambiente" e "moto assoluto", Materia: non più una figura sul fondo, ma un "blocco plastico", risultato di masse muscolari addizionate.  I piani angolati scomposti portano al cubismo, il taglio delle mani è futurista, espressionista lo zoom sulle mani intrecciate. 



U. Boccioni, Forze di una strada, 1911, particolare

L'aver saputo sempre rinnovarsi rende Boccioni uno dei pennelli più interessanti del primo Novecento italiano, fino al retro delle monete da 20 cent. Ma in quanti, oggi, alla cassa del supermarket, in banca o in posta, sanno che è aerodinamica ante litteram? Quanti si chiederanno perché proprio Boccioni? Di una cosa siamo certi: quelle forme curve, convesse e concave avanzano, libere.

lunedì 13 giugno 2016

SUL MEIN KAMPF E SULLA (NEO)CENSURA



di FRANCESCO GALLINA






Deve restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia. Parte della Slesia, della Posnania e della Pomerania devono essere cedute al nuovo Stato di Polonia. La città di Danzica è scorporata dalla Prussia orientale ed è proclamata città libera. Non basta. La Germania, gravemente sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, deve abolire la coscrizione obbligatoria, limitare gli effettivi dell’esercito a 100000 unità, rinunciare alla flotta, militarizzare l’intera fascia del Reno presidiata per 15 anni da truppe francesi, inglesi e belghe. Nel 1923 perde anche la Rhur, bacino carbonifero e siderurgico di primo livello. Una violentissima inflazione comporta la svalutazione del marco. Sono solo 132 i miliardi di marchi che la Germania deve versare agli Stati vincitori della Prima Guerra Mondiale. Il Piano Dawes prevede un sistema a catena per cui dagli USA partono finanziamenti alla Germania perché la Germania ripari a Francia, UK e Italia, i quali pagherebbero così gli interessi e i debiti agli USA. C'è un solo piccolo problema: gli USA sono micidiali e non solo impassibili, ma elevano anche i dazi. La Germania è al collasso totale. Nel 1932 i disoccupati sono 6 milioni. Il pane costa come i diamanti.

Hitler e il Mein Kampf saltano fuori da questo contesto. Contesto in cui, fra l'altro, fior fiore di scienziati appoggiavano da ormai un secolo assurde teorie antisemite, che sono assurde oggi, ma non al tempo. In tempo di positivismo, quel che dice la scienza si accoglie come parola divina.

L'iniziativa del "Giornale" ha scatenato una bufera, ma prima di tutto giudizi storici errati e farneticanti. Prima regola dello storico: non si giudica mai il passato con gli occhi del presente. Seconda cosa: scordatevi che sia stato Hitler la causa della Seconda Guerra Mondiale e dell'orrore antisemita. La causa della Guerra sono stati i folli Trattati di Versailles, più nazisti di qualsiasi nazista. 

Non possiamo giudicare la storia, ma solo la storiografia. Quello che è accaduto non è opera di Hitler, ma di una Germania stremata che ha dato retta a Hitler. Il nazismo è un marchingegno oliato da milioni di uomini che hanno dato fiducia ad un altro uomo più deciso di loro, che ha preso in mano una situazione disastrosa promettendo la Felicità. Col risultato che quella Felicità non era altro che il preludio alla Morte. Uomini che hanno sbagliato. E nell'errore c'era anche l'eliminazione dei libri e delle opere d'arte considerate degenerate. 

Al di là dei fini con cui "Il Giornale" ha operato, chi nega la lettura di un libro non è certo dalla parte del giusto. Una persona istruita e libera sa distinguere il bene dal male e può affrontare criticamente qualunque testo. La pubblicazione di un libro, qualunque esso sia, è un atto di democrazia e di fede nell'intelligenza dell'uomo. Il problema non è Hitler, sono coloro che - oggi - possono dargli retta. Ma quello non è un problema di Hitler, è un problema degli imbecilli. Un po' come leggere i libri di Lombroso e temere che chi li legge impari che i meridionali siano affetti da naturale cretinismo. Cretino sarà solo chi ci crederà, non chi avrà letto un trattato di Lombroso.