sabato 9 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: ELIO PAGLIARANI



di FRANCESCO GALLINA


Nel poemetto La ragazza Carla (1965), Elio Pagliarani racconta la vita quotidiana, routinaria e alienante di Carla, figlia di una misera pantofolaia che trova lavoro presso una ditta commerciale. La spersonalizzazione è subitanea: la sua identità si riduce a cosa, codice, numero e ogni energia vitalistica svanisce nel marasma del burocratichese. Il lavoro non diventa un momento di soddisfazione, ma di perdita di sé stessi. Se volessimo attribuire un colore al capolavoro di Pagliarani, quello è sicuramente il grigio della periferia, ma anche il grigio esistenziale. Per la consueta rubrica poetica del sabato, scegliamo di accompagnare l'incipit del poemetto con la rappresentazione che della periferia milanese dà Mario Sironi, il quale esalta le linee razionalistiche, di impatto tale   da distogliere l'attenzione dall'unico soggetto umano in primo piano. La spersonalizzazione è avvenuta: segno ne sono i versi dal ritmo frantumato, balbettante, indeciso. 
La fredda matematica ha vinto, e con essa il gelido dei "boschi di cemento". Tutto il resto è abitudine, stanca ripetizione.

Mario Sironi, Periferia, olio su tela, 1922



Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

giovedì 7 aprile 2016

GOMORRA LA SERIE, OVVERO DELL'INCOERENZA



di FRANCESCO GALLINA





"Questi sono gli ultimi giorni di riprese per Gomorra 2, che torna in primavera. Non potete immaginare cosa vi aspetta."





4 novembre 2015, bacheca Facebook di Saviano e - sotto al premesso post - un sorridente selfie scattato dai validi attori di Gomorra, la serie SKY diretta da un regista d'eccellenza come Sergio Sollima, il cui sporco e crudo Suburra abbiamo apprezzato e recensito positivamente sempre su #busillisblog (http://busillisblog.blogspot.it/2015/10/roma-putrefatto-cadavere-in-suburra.html).

Ma il problema non è né Sollima né la serie, serie - fra l'altro - di ottima qualità e dotata del raro pregio di prendere le distanze dal buonismo glicemico propinato dalle fiction Rai.
Il problema è Saviano. Questioni di plagio? No: questioni di coerenza.

La prima volta che lessi Gomorra era in seconda superiore: ci obbligò a leggerlo la professoressa che avrebbe dovuto insegnarci storia medievale e che, invece, su Gomorra perse intere settimane. Ce lo spacciava per un capolavoro e a me il libro era pure piaciuto, benché non sapessi manco che faccia avesse Saviano (il realtà la faccia sì, perché era sul retro di copertina, ma per il resto mi risultava un emerito sconosciuto). Sorvolo sulla proposta di un libro del genere a dei ragazzini. E allora vabbè, che sarà mai leggere di merda, budella, piscio, sangue e decapitazioni senza nemmeno conoscere uno, dico un solo fatto del Novecento? 
Ma a parte questi piccoli dettagli didattici, ora che Saviano lo conosco, perché studio Lettere e - nel bene o nel male - leggo senza che una professoressa mi imponga l'analisi di quello che è tutto tranne che un capolavoro, la mia idea sul libro non cambia. Stolto è chi critica un'opera artistico-letteraria sulla base delle simpatie che ha nei confronti del suo autore. 

L'importante è che produca un'opera sensata e decente: Gomorra lo è. Ma si ferma qui: i capolavori sono altri. Tanti i punti negativi, le evidenti ambiguità e gli elementi che non quadrano - esplicitati meglio di me da Alessandro Dal Lago nel suo caustico e penetrante saggio Eroi di carta (2010) ma anche tanti quelli positivi, fra cui dare la dignità di un'arma alla parola, che sa creare crepe, fratture, persino spaccare il miocardio del Sistema camorristico come fu quella di cui si fece paladino Peppe Diana. Gomorra offre inediti squarci su un fenomeno oscurato dall'attenzione mediatica su Cosa Nostra. Ma, soprattutto, Gomorra dimostra che, nella società alienata in cui viviamo, la parola può assumere nuova linfa vitale, buttare acqua fresca sui visi lordi. 

E fin qui va tutto bene - o quasi. Ma concentriamoci per un istante su uno dei capitoli più belli del libro dal punto di vista documentaristico: Hollywood, incentrato sui tripudi architettonici delle gigantesche ville dei boss (fra cui, appunto, Hollywood, la villa di Walter Schiavone). Proprio Saviano - se consideriamo coincidenti il narratore Roberto e l'autore Roberto - ci dice chiaramente quanto sia la Camorra ad ispirarsi al cinema e non il cinema alla Camorra. 
Camorra che assorbe come una fetida spugna tutto quanto di più schifoso, sbruffone e kitsch viene rappresentato dai protagonisti del Padrino, Scarface, Il camorrista, Pulp Fiction, The Crow. Sappiamo perfettamente che Saviano nasce nel '79 ed è impregnato fino all'osso di cultura pop. Quello che non comprendiamo è perché una serie TV da lui supervisionata debba essere spettacolare. Cosa può esserci di spettacolare nella famiglia Savastano? Ma allora, siamo o non siamo nel neorealismo? Perché, se davvero neorealismo, non ci dovrebbe essere nulla di spettacolare. La realtà, quella vera, di spettacolare ha ben poco, sia per gli onesti che per i criminali.

Il vero problema non è sputtanare il napoletano. No: il problema è eroicizzare la Camorra. E non sarebbe un problema se l'autore di Gomorra non avesse evidenziato così incisivamente la morbosa osmosi fra cinema e Camorra. E, ancora: se la camorra è reale e fa quello che viene descritto in Gomorra, cosa possiamo aspettarci di così stravolgente? Forse che la Camorra è speciale? Ma, allora, se è speciale, è anche attrattiva, seducente. O no? La serie TV cosa vuole veicolare? Stupore melodrammatico o realtà? Quale idea passa se i protagonisti di una serie TV scritta da un eroe  (?) dell'anticamorra sono proprio quei boss immaginari oggi tanto imitati (pensiamo a Ciro o a don Pietro) dai ragazzini di Scampia e Casal di Principe? Forse che Mafia e Camorra costituiscono un fruttuosissimo businness per l'anti-mafia e l'anti-camorra? Forse che l'una non potrebbe farsi bella senza l'altra? 

Gomorra è Gomorra. E basta. Non si può paragonare a nient'altro. Lo scrive Wu Ming 1 in New Italian Epic (2008): Gomorra è UNO - Unidentified Narrative Object. Gomorra è sfuggente. Non é il Padrino, non è Scarface. Semplicemente perché il Padrino Scarface non sono stati scritti da quello che, col tempo, è diventato un prete laico dalla parte del giusto. Sta proprio in questo la differenza fra la parola di di Don Peppino Diana e quella di Saviano: l'uno si è fermato alla parola, alla sua penetrante e rivoluzionaria potenza (tanto da essere stato ammazzato), l'altro ha iniziato con la parola, per finire con l'industria blasonata dell'immagine fantastica. Non c'è nessun peccato o scandalo in questo: ognuno può fare quello che vuole, scegliere i percorsi che preferisce. Ma un conto era Roberto, il pulito e adorabilmente imperfetto, l'uomo fatto di carne e pensiero, che ci raccontava della sua personale battaglia contro il Male umano, un altro è Roberto che sta dietro progetti in cui non solo più la parola non c'entra niente, ma si dà una roboante dignità ontologica alla Camorra. Allora qual è il fine? Combattere la Camorra, o suscitare piuttosto la suspence? Se la risposta fosse la seconda, allora, combattere la Camorra non avrebbe alcun senso. La suspense e la serialità hanno intrinseco l'essere idealmente continue, eterne. E se, dopotutto, la serie piace, è perché piace come viene rappresentata la Camorra: cioè, nient'altro che un ammasso di pezzenti, recitati da attori sopraffini, ma pezzenti lo stesso. E nei pezzenti è più facile identificarsi che nelle brave persone, non dico divine, ma semplicemente brave e non per questo senza difetti. 
Siamo passati da una docu/fiction al mito, dove non c'è più confine fra il vero e il falso. Così nella mente dei pischelli Giuseppe e Romeo nel libro Gomorra, così però, ormai, anche nei progetti di Saviano.

Saviano è libero di fare quello che vuole: ha la possibilità, l'appoggio. Perché non dovrebbe prendere parte a una serie TV?

Non sappiamo se siamo dalla parte della ragione o del torto. Un manager televisivo ci darebbe addosso, dicendoci che la ragione è del solo pubblico che adora il prodotto. Ma io non sono un manager, un ingegnere del successo, bensì un semplice uomo pensante. Non ho da vendere grandi valori, cerco solo un po' di coerenza.



mercoledì 6 aprile 2016

L'ABUSO DELLA PAROLA "RAZZISMO"


di FRANCESCO GALLINA


L'articolo Le pretese dei clandestini (http://busillisblog.blogspot.it/2015/08/le-pretese-dei-clandestini-ovvero-della.html) ha avuto un seguito incredibile, e per questo sono qui a ringraziare tutti voi che lo avete letto, condiviso, apprezzato e criticato. È un pezzo volutamente scomodo o, come sono solito dire, politically scorrect. Radicalmente scorrect. Non a caso è stato pubblicato sull'importante blog "Critica Impura" (https://criticaimpura.wordpress.com/2015/08/27/le-pretese-dei-clandestini-ovvero-della-corda-che-si-sta-spezzando/), non fosse altro perché è impuro, e ne fa un vanto. Nasce altresì dalla consapevolezza che avrebbe smosso la catara coscienza di qualche uomo perbenista, che è arrivato - rendendomi persino profeta, e me ne compiaccio - a definire quanto scritto non solo razzista, ma persino xenofobo. Mai previsioni furono più soddisfatte, nel bene o nel male. Li conosco fin troppo bene quelli che vedono il razzismo ovunque.
Ne ho tratto anche la sensazione che viviamo in un Paese manicheo fino al tracollo. Potessimo, su certi temi ci scanneremmo (gay, ebrei, animalismo, e chi più ne ha più ne metta): io, però, starei a guardare divertito, in un angolo, come un novello stoico. Non ho voglia né di scannare né di essere scannato.

Allora, ecco questo nuovo post, che è una riflessione, non certo una risposta a chi pretende di avere la verità in mano. Per loro, non ho tempo da perdere.
Ma che cos'è, insomma, il razzismo?

Partiamo, dunque, dalle basi. Il razzismo, sin dai suoi inizi marcatamente illuministici, considera l'uomo alla stregua di un ingranaggio all’interno di un disumano universo-macchina, regolato da predefinite e, oserei dire, divine e gelide leggi matematiche. Anche per questo – ma non solo – reputo gli Illuministi poco illuminati e per niente laici, anzi, religiosissimi più che mai. Sono proprio gli osannati Diderot e D’Alambert a credere che bianchi e neri discendessero da diversi progenitori. Vi si aggiunga l’attrazione che gli Illuministi nutrono verso l’ideale di canone trasmesso dalla classicità (quello di Fidia, Policleto & co.):


in altre parole, la perfezione, l’apollineo, la candida proporzione trasmessa dal neoclassicismo di Winkelmann. Con il primitivismo, si radica l’idea che l’intelletto primitivo possa accogliere solo nozioni concrete, mentre quello superiore possa sviluppare concetti astratti e, solo per questo, più belli, più validi. Migliori. Il tema è profusamente trattato nel thriller De Perfectione (Helicon, 2012).
Fallacia delle fallacie. Di lì, l’Europa diffonde l’idea della civilizzazione. Al di là della pretestuosità dell’intento (che sappiamo era esclusivamente politico-espansionistico), si inizia davvero ad intravedere il vero nocciolo del razzismo: educare, o meglio, ammaestrare quelle – al tempo – che sono considerate delle bestie. E bestie e uomini non sono per niente uguali. Sa va sans dire? Mica tanto, date certe idee che si fanno spazio di questi tempi.
Ovvero: il vero razzismo spersonalizza l’essere umano ritenuto
inferiore e, spersonalizzandolo, lo aliena dal libero arbitrio e dalle sue azioni che ne derivano, cioè l’unica cosa per cui l’uomo può essere giudicato. E può essere giudicato perché non siamo macchine, ma esseri pensanti, e il pensiero nulla ha a che vedere con le macchine. Il cuore del razzismo sta proprio qui, nel suo misticismo di fondo.

Poi venne de Gobineau, Galton, de Lapouge, Lombroso, Rosemberg, Hitler, Mengele ed eugenetica compagnia bella. Ma non siamo a un convegno sulla storia del razzismo. Mi chiedo allora se il mio articolo, a questo punto, abbia a che fare con il razzismo o si permetta invece di fare una scomoda considerazione empirica su quanto si stia verificando in questi giorni ed è attestato non solo da parole, ma da foto e video. Qui ne trovate uno, dove non siamo noi - brutti e senza cuore bianchi razzisti - ma i clandestini stessi:  http://www.imolaoggi.it/2015/07/20/protesta-dei-clandestini-vogliamo-il-condizionatore-e-biglietti-per-il-bus/
Tutti contestano? No, sarebbe generalizzare: è altrettanto vero, però, che la cronaca e le Forze dell’Ordine riportano diversi casi che fanno riflettere. Gli uomini non devono essere trattati come bestie, in nessun modo, ma, se ospiti, accontentarsi almeno a breve termine di quello che viene loro concesso: su questo punto, non ci dovrebbero essere storie, ma tant'è. Poi siete liberi di pensarla come volete (se non siete d’accordo, non solo non vi considererò bestie, ma nemmeno amebe).
Un altro punto, ad esempio, sarebbe capire una volta per tutte che l’uomo non è né Dio né infinito, così come né divina né infinita è la Terra. Il mondo è di tutti, è vero, ma ci sono dei limiti spaziali, temporali, vitali e legali che non possono essere trascurati, così, per sembrare più buoni. Le utopie sono antiumane. I velli d’oro portano solo rovina: Medea e Giasone fanno la loro meritata fine, sempre insoddisfatti come sono. E allora, abbracciare la cruda realtà è, forse, la soluzione migliore. La realtà è limitata, le politiche sono limitate, gli spazi sono limitati, i desideri sono limitati, tutto è limitato, ma non vogliamo dirlo, perché scardineremmo un tabù.
Ultima riflessione, siccome siamo uomini e facciamo uso della parola. Ormai razzismo, come amore e umanità, non è più una parola, ma un purissimo flatus vocis: tanto abusato quanto vuoto significante. Vederlo ovunque, ma proprio ovunque, denota scarso spirito critico.

martedì 5 aprile 2016

PALAZZO RANGONI, SEGRETA PERLA DI PARMA



di FRANCESCO GALLINA






Parma è una città ricchissima di tesori artistici, alcuni dei quali conosciuti più dai turisti che dai parmigiani che vi vivono, o perché tenuti inspiegabilmente chiusi al pubblico o perché mal pubblicizzati o, cosa ancor più grave, offerti gratuitamente al pubblico quando il Comune potrebbe "sfruttarli" economicamente. 




Oggi, #busillisblog vi accompagna alla scoperta di uno dei palazzi più belli (e "segreti") di Parma, in Strada della Repubblica 39/A. Aperto eccezionalmente pochi giorni l'anno, Palazzo Rangoni è oggi sede della Prefettura e nelle sue stanze lussureggianti ha ospitato i Presidenti della Repubblica soggiornati nel passato a Parma. La facciata, compresa nei cinquecenteschi cornicioni in terracotta, presenta finestre con decorazioni di Ferdinando Bibiena e ostenta uno degli ingressi monumentali più solenni della città emiliana, con due pseudo telamoni marmorei che sorreggono il balcone balaustrato poggiante su mensole. Ercole dotato di clava è un omaggio ai Farnese, di cui l'aristocratica famiglia Rangoni era vicina, mentre Perseo è un omaggio agli stessi Rangoni. 





All'ingresso, invece, accolgono statue in stucco, una raffigurante a sinistra il Dispregio del Mondo e una, sulla destra, la Sapienza. Si sale al piano nobile attraverso uno sfarzoso Scalone di Rappresentanza, aperto da Era, Atena e Afrodite, rispettivamente simboli dell'amore coniugale, artistico e celeste. Il primo tratto dello Scalone avvicenda vasi in bassorilievo colmi di frutta e busti di Imperatori romani in stucco dipinto di marrone scuro, per imitare il marmo, evidente riferimento alle origini imperiali dei Farnese. Entro una nicchia del pianerottolo intermedio c'è Cerere, mentre il pianerottolo superiore presenta tre allegorie delle Virtù e e in più la Benevolenza e la Bontà.





Mi accoglie il vasto Salone di Ricevimento, illuminato da lampadari in cristallo di notevoli dimensione e fattura, così come il soffitto di legno finemente intarsiato, i raffinati prodotti di ebanisteria (tavoli e tavolini), candelabri e specchi con cornici dorate, nonché le molteplici decorazioni con stemmi delle città di Parma e Piacenza, Rangoni, Farnese e Savoia. Il fregio testimonia che il Palazzo è stato dal 1940 al 1945 la Sede del Partito Nazionale Fascista. Del Moschino è il busto di Alessandro Farnese, terzo duca di Parma, abile politico e valoroso condottiero a Lepanto e nelle Fiandre, il quale cedette il regno di Parma al figlio Ranuccio, dato il diniego imposto da Filippo II nel rientrare in possesso dei suo domini. Interessanti anche i ritratti di Maria Luisa moglie di Francesco II d'Austria (forse opera del Mulinaretto), e di Maria Luisa di Berry e del figlioletto Roberto di Borbone.

Di grande impatto, infine, l'acquerello del parmigiano Paolo Toschi che rappresenta Maria Luigia d'Austria in trono nella Galleria Nazionale, e i suggestivi oli su tela di fine Ottocento ad opera del Carmignani, Tramonto dopo la pioggia e Un colpo di vento.

sabato 2 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: POLIZIANO



di FRANCESCO GALLINA


C'è in Angelo Ambrogini, detto il Poliziano (1454 - 1494), una vivacissima goduria nello sfruttare la lingua - italiana, latina e greca - in tutte le sua potenzialità. Nel Rinascimento, momento di notevole riscoperta del classicismo, sono tanti gli ingegni, ma rari gli artisti che, come Poliziano, trovano nella letteratura un terreno fertile per coltivare il proprio eclettismo. Non solo raffinatissimo erudito, ma mente poliedrica si rivela il Poliziano, il quale salta abilmente dagli studi filologici al teatro, dalla poesia amorosa a intense prolusioni accademiche, dedicandosi fra l'altro alla scrittura di vituperationes in versi, come quella a cui oggi #busillisblog dedica spazio per la sua consueta rubrica del sabato pomeriggio. Meraviglioso esempio di grottesco, Una vecchia mi vagheggia corrode i glicemici e idealizzanti stilemi stilnovistici, offrendoci una parodia divertentissima della donna angelicata, qui nelle sembianze di una viscida vecchiaccia sdentata e sputacchiante. Una Beatrice dagli aspetti terreni, forse fin troppo. La categoria del grottesco, del deformante e dell'orrendo è anche al centro della produzione dell'illustratore contemporaneo Brendan Danielsson, con cui abbiamo deciso di accompagnare la lirica del Poliziano.



UNA VECCHIA MI VAGHEGGIA

dalle RIME di ANGELO POLIZIANO




Illustrazione di Brendan Danielsson




Una vecchia mi vagheggia,

vizza e secca insino all'osso;

non ha tanta carne adosso

che sfamassi una marmeggia.



Ell'ha logra la gingiva,

tanto biascia fichi secchi,

perch'e' fan della sciliva

da 'mmollar bene e pennecchi:

sempre in bocca n'ha parecchi,

ché 'l palato se gli 'nvisca;

sempre al labro ha qualche lisca

del filar ch'ella morseggia.



Ella sa propio di cuoio,

quand'è in concia, o di can morto,

o di nidio d'avoltoio:

sol col puzzo ingrassa l'orto

(or pensate che conforto!),

e fuggita è della fossa;

sempre ha l'asima e la tossa

e con essa mi vezzeggia.



Tuttavia el naso le gocciola,

sa di bozzima e di sugna,

più scrignuta è ch'una chiocciola:

po', s'a un tratto el fiasco impugna,

tutto 'l suga come spugna,

e vuole anche ch'i' la baci.

Io la sgrido: "Oltre va' giaci!";

ella intorno pur matteggia.



Non tien l'anima co' denti,

ch'un non ha per medicina;

e luccianti ha quasi spenti,

tutti orlati di tonnina.

Sempre la virtù divina

fin nel petto giù gli cola;

vizza e secca è la sua gola,

tal ch'uin becco par d'acceggia.



Tante grinze ha nelle gote,

quante stelle sono in cielo;

le sue poppe vizze e vote,

paion proprio ragnatelo.

Nelle brache non ha pelo,

della peccia fa grembiule;

e più bascia che le mule,

quando intorno mi volteggia.


mercoledì 30 marzo 2016

STUDENTI SVOGLIATI, STUDENTI STRESSATI



di FRANCESCO GALLINA








Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, 
e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, 
anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, 
è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.

A. Gramsci, Quaderni dal carcere



Il Governo italiano, che sia di destra o di sinistra, continua inesausto con la tiritera della Cultura: l'Italia deve valorizzare la Cultura! Il problema è che, non essendo colto, il Governo non specifica quale Cultura. Esiste anche la Cultura nazista, per dire. Persino i kamikaze hanno una Cultura, e ha la C talmente maiuscola che per essa uccidono e si suicidano. 

L'OMS salta fuori con il suo solito studio quadriennale studio sul benessere degli studenti, evidenziando il presunto grande stress a cui gli studenti sarebbero sottoposti. Cosa c'entra con la Cultura? C'entra, c'entra. E c'entra prima di tutto Antonio Gramsci che, intelletto fino qual'era, aveva compreso quanto la scuola non dovesse essere un divertimento, semmai un terreno minato e proprio per questo di crescita intellettuale. Lo studio concepito da Gramsci è fatica, lavoro, sudate carte, non un circo. Ecco allora una prima umile e importante proposta di Cultura da cui la scuola dovrebbe ripartire: la Cultura del lavoro, della serietà e dell'impegno. Anche con la c minuscola. 

Ora, perché gli studenti sono stressati? Perché gli insegnanti pretendono troppo? Perché ci sono docenti che fanno i docenti tanto per prendere la busta paga? Perché certi insegnanti non amano fornire chiarimenti e sono soporiferi? C'è anche questo, inutile nascondercelo, eppure l'OMS parla dello stress degli studenti, chiamandoli studenti. Anche Leopardi era stressato, stressatissimo, ma mai s'è pianto addosso, anzi, eroicamente vantava i suoi titanici sforzi. 

Stiamo attenti. E se invece i presunti "studenti" di cui parla l'OMS fossero stressati propri perché costretti a studiare quello che non vogliono studiare? Per intenderci: se la scuola di massa è obbligatoria, non si dovrebbe forse ragionare sull'obbligatorietà? E se fossero le scelte poco ragionate di genitori e ragazzi a determinare le eterne lamentele e la prima causa del degrado scolastico? La scuola è un mondo troppo eterogeneo per tracciare machiavelliani quadri sistematici universalmente validi, ma se il pubblico esterno alla scuola (epidemiologi dell'OMS in primis) frequentasse la scuola per davvero, si accorgerebbe subito che la causa prima del disagio studentesco è obbligare i ragazzi a frequentare i licei. Perché la considerazione sociale è importante, e dire che proprio figlio frequenta un Istituto diventa sotteso motivo di vergogna, mentre nessun pudore si ha nel cacciare a forza il pargolo entro scuole che non gli si confanno per talento e carattere. Noto è il tentativo degli Istituti di trasformarsi nominalmente in licei, per evitare calo degli iscritti. Eppure, almeno teoricamente, gli Istituti non sono così semplici come può sembrare: le sezioni di meccanica, informatica e chimica, ad esempio, sono decisamente impegnative.

L'incontro/scontro con la realtà scolastica difficile e impegnativa del liceo è, quindi, la prima disastrosa ragione del perché la scuola italiana sta progredendo verso una deriva che è semplicemente ingenuo nascondere. Le promozioni a fine anno non rispecchiano nel modo più assoluto la qualità della scuola italiana, perché i 6 politici sono perlopiù 4 en travesti. 

L'epidemiologo Franco Cavallo sostiene che i programmi devono essere "ritarati i programmi, che sono ancora legati alle superiori di una volta che selezionavano molto". Che i programmi vadano rivisti è sacrosanto, ma devono essere rivisti in quanto ingessati, involgarenti le discipline e banalizzanti i contenuti. Cavallo, invece, tira fuori dal cappello la questione della selezione, come se selezionare fosse un crimine, un delitto da mettere in pratica solo in casi estremi. Allora si capisce perché un ragioniere come Montale scrivesse così bene pur essendo uscito da un istituto per ragionieri e perché gli odierni liceali di quinta non solo non hanno voglia, ma non sanno (in maggioranza eh!) né parlare né scrivere. Che è il primo gradino necessario per saper studiare, cosa che elementari e medie, in quanto non selezionanti, non coltivano più con serietà (eccezioni a parte). Dagli studenti non si può più pretendere il mondo, certo, ma non sta né in cielo né in terra che la scuola debba essere un'industria.



domenica 27 marzo 2016

PER UNA RIVALUTAZIONE DI PONZIO PILATO



di FRANCESCO GALLINA





Gerusalemme, 30 d.C. Un uomo ricopre una delle cariche più scomode all'interno della gerarchia imperiale romana. Quell'uomo è il praefectus della Giudea che, diversamente dai governatori di Siria ed Egitto, non dispone neppure di una legione. I quattromila uomini a sua disposizione sono reclutati tra la popolazione locale. Quell'uomo si chiama Ponzio Pilato e appartiene alla classe equestre, inferiore a quella senatoria. La regione che governa è provincia dell'impero da quando Augusto prende in mano una situazione degenerata con il governo del giudeo Erode, tanto abile militarmente quanto prepotente e crudele. Da semplice Stato cliente, la Giudea diventa dunque provincia, sebbene la resistenza opposta da Giuda di Gamala, che viene crocifisso insieme ai suoi seguaci. Pilato, per dirla in soldoni, ha il potere. Ma ne siamo sicuri? A ben vedere, il vero Potere lo detiene il Sinedrio, il consiglio di anziani, unico interprete della Legge mosaica, presieduto dal sommo sacerdote giudeo Caifa, che rimane in carica per l'intero mandato di Pilato, complessivamente 18 anni.

La Pasqua del 30 d. C. vede Pilato in seria difficoltà, lungi dalla stupida immagine di quello che si lava le mani. Pilato deve sbrigare una questione spinosa, che ha per protagonista non un giudeo, ma un galileo: Gesù. La Galilea, però, non è sotto la giurisdizione di Pilato perché, dalla deposizione di Archelao nel 6 d.C., passa sotto il dominio di Erode Antipa. Il Vangelo di Giovanni è nel giusto collocando il processo e la crocifissione di Gesù la vigilia della Pasqua ebraica, mentre i sinottici la collocano, probabilmente sbagliando, nel giorno di Pasqua. Cosa succede prima che Gesù venga giustiziato? Succede che, prima di passare nelle mani di Pilato, passa in quelle di Caifa che, insieme agli anziani del Sinedrio, decide di sbarazzarsi di Gesù grazie a un'infida accusa politica, quale la pretesa del galileo di essere il re dei giudei, che ne fa un sedizioso. Inoltre, se Gesù non fosse presto fatto fuori, Pilato ritornerebbe a Cesarea e svanirebbe la speranza di vederlo morto. In un primo momento Pilato propone di rilasciarlo secondo il costume che prevede la liberazione di un carcerato in occasione della Pasqua, ma la folla radunatasi o radunata (da qualcuno, si intende), minaccia di denunciare Pilato all'imperatore: ecco perché essere il praefectus della Giudea non era incarico ambito.

Ma il grande mistero, come tutti sappiamo - o crediamo di sapere - riguarda la scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro che lo custodiva. Sepolcro, ricordo, che è controllato da guardie affidate da Pilato ai sacerdoti. I sacerdoti, è chiaro, temono che il corpo di Gesù divenga fulcro di un culto estraneo al giudaismo. Perché vedere ingenuamente degli angeli negli angeli che appaiono alle pie donne? Mi spiego meglio: in Luca e Giovanni si parla di due angeli che invitano le donne, in visita al sepolcro, a fare ritorno in Galilea. Ma dobbiamo credere davvero siano angeli? O forse, più semplicemente, sono le guardie infingarde manipolate da Caifa, l'autore della crocifissione? Leggendo il Vangelo di Pietro, si scopre che i soldati vedano uscire due uomini che reggono Gesù, presentandoci il tutto come un intervento celeste. Ma questa è solo una mistificazione. Se Gesù fosse risorto, che necessità aveva di essere retto da due uomini? 

Il giallo è molto semplice. Dietro tutto c'è lui, Caifa, il geniale tessitore che, fatto trafugare il corpo, invita i seguaci di Gesù ad andare letteralmente "a quel paese", cioè la Galilea, per toglierseli dai piedi, se non per neutralizzare, almeno per deviare il cristianesimo. Caifa non tollera che Gesù elimini il suo prestigio agli occhi dei romani. Per questo si fa lui stesso promotore della resurrezione (ovviamente in senso criminoso), per cacciare astutamente gli apostoli lontano da Gerusalemme, nella speranza che la lezione di Gesù perisse con lui. Evidentemente, aveva fatto male i calcoli.