lunedì 21 settembre 2015

L'EXPO DI PLASTICA: UNA GUIDA IRRIVERENTE IN 10 PUNTI



di FRANCESCO GALLINA




Gente simpatica a EXPO.
Infatti, quello nella foto non sono io.

Se io ad una classe dessi da svolgere un tema dal titolo Nutrire il Pianeta e, su trenta alunni, una ventina mi parlasse di quant'è bravo e bello, oppure di informatica, musica, danza, turismo, architettura e politica, quei venti tornerebbero a casa con un 2 assicurato. Magari sono belle persone e sanno pure scrivere bene, ma sono andati fuori tema. Non ci sono storie. Il cibo è sapore, profumo, materia viva, tangibile; è tecnica, sapienza, tradizione. Tutto il resto è fuffa, fa da contorno, e può essere interessante solo nella misura in cui resta legato al cibo o, perlomeno, non lo fa passare in secondo piano.
Questo non è solo  un avvertimento per chi, un giorno, diventerà mio allievo ma, uscendo dalla metafora, quella classe è la trasposizione di EXPO. In quella classe ci sono molte teste vuote, ma altresì una valida minoranza che si impegna e sa stupire. Quindi, dopotutto, fare un salto a EXPO non è cosa sconsigliata. Busillis lo ha visitato usufruendo del gradito sconto universitario, con un biglietto da €10, che con 10 euro non entri neanche nella discoteca più fiacca di Milano. E neanche di Parma. Se è per questo neanche con trenta euro. Quindi, non lamentiamoci dei prezzi, quando un pacchetto di Marlboro rosse costa €5,20. Ho visitato e fotografato EXPO per voi che non ci siete ancora stati e volete andarci, ma anche per voi che non ci andrete mai.

Eccovi allora EXPO in 10 punti, fra pro e contro.



Vedete l'alberello sulla destra? La coda per entrare
nel Padiglione Italia Inizia da lì. E nella foto è
ripresa solo per un terzo della sua lunghezza. Auguri.
La pietrificazione per isteria 
è uno degli infausti effetti dell'eterna attesa.
1- LE CODE ISTERICHE. EXPO rappresenta l'Italia. E l'emblema dell'Italia sono le code. Lunghe. Lunghissime. Eterne. Sono il correlativo oggettivo della burocrazia lenta, della giustizia flemmatica, della capillare e cronica disorganizzazione che pervade il Paese. Così, se non ti organizzi per tempo, le file contro cui ti scontri sono il primo, vero, unico, grande ostacolo. Solo per entrare nel Padiglione Italia si calcolano tre/quattro ore di attesa (niente in confronto alle 7 per il Giappone). Infatti lo ho evitato come la peste. E non tutto il male vien per nuocere: circolano voci che il Padiglione italiano sia una ciofeca. Lo chiedo a diversi stranieri che incontro - loro che non sono di parte - e mi fanno di no con la testa. La conferma arriva anche dai ragazzi che distribuiscono informazioni e dépliant. Ma la prova schiacciante arriva dai visitatori pietrificati dalla disperazione. La foto vale come testimonianza.


2- PADIGLIONE ITALIA. Ne deriva, come prima conseguenza, che l'Italia, cioè colei che ospita l'Esposizione, non è stata in grado di prevalere per bellezza, accoglienza e contenuti su altri paesi, alcuni dei quali non si crederebbe possano essere così in gamba, e invece... Certo, non è una guerra e non è scritto da nessuna parte che debba essere così, ma lo si presuppone. Io mi fido dei turisti, e i turisti che incrocio lamentano la pochezza nel vedere solo le proiezioni sulle pareti delle immagini di alcune bellezze italiane. Il che, aggiungo io, è demenziale e sintomatico di poca fantasia. 
Se i contenuti lasciano a desiderare e deludono intensamente, l'esterno e il piazzale interno (che mi ricorda il Maxxi di Roma) soddisfano l'occhio, anche perché si inseriscono armoniosamente con le forme dell'Albero della Vita, eccellente attrazione su cui il Palazzo si
Rami o pasticci?
affaccia: le facciate in malta di marmo riciclato sono fotovoltaiche e molto luminose, caratterizzate dal ricorrente il motivo dell'albero e dei  rami che si intrecciano. L'effetto che ne scaturisce è di una foresta, di un quadro di Pollock, ma anche di un grande pasticcio. Forse, pensando a quello che dicono degli interni, l'interpretazione corretta è proprio quest'ultima.

3- ALBERO DELLA VITA. L'Albero della Vita è una citazione michelangiolesca di Piazza del Campidoglio. Una chicca meravigliosa. Gli spettacoli d'acqua, luce, laser e fuoco sono scaglionati durante l'intero arco della giornata, ma quelli imperdibili sono alla sera alle 21 e alle 21:30. Emozionante.


















Accostare Verdi a Piacenza
è una bestemmia.
Abusare di luoghi comuni come
Land of values è diabolico.

4- REGIONI ITALIANE.
Torniamo indietro seguendo il Cardo, dove si trovano i padiglioni delle regioni italiane. Scenografico quello del Trentino e sfizioso quello dedicato al vino. Scarni e pressoché inutili tutti gli altri.



5- PLASTICA. Siamo sul Decumano, l'amplissimo e chilometrico
Gli anonimi formaggi di plastica.

stradone principale, dove troverete qualche insulso chioschetto di gelati commercialissimi e attraenti banconi dove sono esposti i prodotti tipici italiani. Tutto è fatto di plastica ma, cosa gravissima, non ci sono cartellini che identifichino origine e nome dei prodotti. Fra cinquanta formaggi, so ben capire dov'è il gorgonzola.


La macchina di Santa Rosa:
alta 30 metri, pesante 5 tonnellate,
caricata sulle spalle da cento uomini.

Un thailandese, invece, avrebbe qualche difficoltà e potrebbe scambiarlo per semplice formaggio ammuffito. Se vogliamo favorire l'incontro fra culture diverse dobbiamo essere sintetici, ma esaurienti. Fino in fondo.
Pochi metri sulla destra e c'è Eataly, il fiore all'occhiello di Farinetti, di cui sono fan, ma non accetto che mi si serva le pietanze in piatti di plastica. Chi volesse, però, i prezzi sono decenti e si può scegliere la cucina regionale che più si gradisce. I tavoli sono al primo piano o a piano terra, sempre all'ombra della spettacolare macchina di Santa Rosa, uno dei simboli culturali di Viterbo. Qualunque cosa decidiate di fare, restate. Potete mangiare una buona pizza da Rosso Pomodoro o l'ottimo gelato alpino di Lait, ma l'importante è che saliate a visitare la mostra Il tesoro d'Italia.




Forse il simbolo più bello di Expo.
6- TESORO D'ITALIA. Farinetti chiama Sgarbi e gli propone di raccogliere 200 opere d'arte provenienti da ogni regione d'Italia. Sgarbi accetta, anche perché probabilmente Farinetti ha capito che il Padiglione Italia è un obbrobrio per perditempo. Di per sé, la mostra è deliziosa, vero cibo per gli occhi, ma io sono un purista, e forse lo è anche Sgarbi. E se

Luigi Serafini, Donna Carota
il caro Vittorio sapesse che la gente arriva a depositare i vassoi pieni di resti di cibo sul colonnato che fa da separé alla Donna Carota di Serafini, ecco, Vittorio benedirebbe Farinetti. Con l'acqua del diavolo. Non me ne può fregare lontanamente del giudizio dei dei moralisti a riguardo (è stata  accusata di essere trash e pornografica): io ho un debole per Serafini, non so cosa farci, forse sono io che sono scemo o forse sono gli altri che vedono il marcio ovunque. Della mostra, ad esempio, mi scandalizza molto di più la mancanza di controllo e di spazio: i capolavori, che sono uno sfarzoso pranzo gratuito per gli occhi, sono ammassati. Come dire: ci sarebbe stato un intero Padiglione Italia a disposizione, ma quando non si arriva dove si dovrebbe, si relega l'illuminato Sgarbi a spazi ridicoli. Ne viene fuori non tanto una mostra, quanto un adorevole cabinet d'amateur: sembra di entrare nella cassaforte di Virgil Oldman ne
Alberto Savinio, Penelope
La migliore offerta. Ma, c'è un ma. Se un pazzoide entrasse con un pennarello indelebile in tasca (gli zaini vengono depositati), avrebbe modo di fare fuori tutte le opere che vorrebbe. Lo arresterebbero, ma le opere d'arte sarebbero rovinate per sempre. Fossi Sgarbi, per quei lavori, non ci dormirei la notte. Per il resto, la mostra merita solo per farsi inondare della bellezza del Pontormo, Tiziano, Leonardo, Stomer, Genovesino. La Penelope dal volto d'anatra di Alberto Savinio è rimasta nel mio cuore. Consigliatissimo, anche perché siamo in due gatti a sapere che c'è questa mostra, quindi... niente file. La stessa cosa vale per l'arazzo di Rubens esposto nel Padiglione della Santa Sede, per la scultura di Igor Mitoraj fuori dal Padiglione Polonia e per le Ali di Liebeskind in Piazza Italia. Da non perdere.


Rubens, L'istituzione dell'Eucarestia
Mitoraj, Il Grande toscano

Liebeskind, una delle quattro Ali


Figo eh? Non io, il padiglione russo, intendo.

7- ARCHITETTURE MOZZAFIATO. A questo punto, se prendiamo la zona Cardo come riferimento, avete vastissime possibilità di scelta fra padiglioni e cluster (padiglioni offerti da Milano). Molti sono i padiglioni dalle strutture avanguardistiche che, nel caso le code siano immense, si possono almeno godere esternamente, anzi, sono molto più belli fuori che dentro. Ad esempio la Cina, con il suo primo padiglione costruito da sé ed esuberante di fiori gialli; l'Azerbaijan, con le sue plastiche lame di legno e una sfera di vetro (che ricorda la Biosfera di Genova); gli Emirati Arabi, con le loro forme sinuose che richiamano le dune del deserto. La società di costruzione Vanke propone uno dei padiglioni più seducenti, opera di Daniel

Liebeskind, che suggerisce l'idea di un' anaconda avviluppata su sé stessa, dalle scaglie scarlatte. Kuwait, dalla forma che richiama i Dhow, le tipiche barche a vela del Golfo Persico; UK, con la sua architettura arzigogolatissima, rappresenta un alveare; Oman è stupefacente ad un primo acchito, ma se lo si guarda troppo diventa kitsch; le Zone Aride, con un soffitto ricoperto di aculei di vetro, forse metafora della pioggia che non tocca terra, forse allusione alle spine delle piante grasse o alla sabbia del deserto; il grosso uccello-automobile-fontana (!) della Repubblica Ceca; le strutture a forma di fiori di loto del Vietnam.

8- FUORI TEMA. Le meduse (Monaco), un pianoforte che suona
Splendidi arazzi in Turkmenistan. Ma il cibo?
da solo, una moto e tante altalene (Estonia), qualche prodotto inerme e qualche macchina di lavorazione sbattuti lì senza una spiegazione efficace (Repubblica Ceca, Lituania, quasi tutti i cluster dei paesi africani o quelli dedicati ai cereali e al caffè), la presenza di un solo bar (Cuba), metri di corda elastica da camminarci sopra (Brasile), soli souvenir (Vietnam), foto di monumenti (Italia), due video inutilissimi (Argentina): ecco, tutto questo e molto altro, col cibo, non c'azzecca proprio. Qualche volta può essere significativo, stupefacente (gli enormi arazzi del Turkmenistan, ad esempio). Sconsigliato l'ingresso, soprattutto se il tempo scarseggia.


9- TOP FIVE: Scordatevi la Top Ten. A nostro avviso, i padiglioni validissimi, per aderenza al tema e bellezza del contenuto, sono solo cinque e si contendono tutti la palma del vincitore.


ISRAELE, grazie a sofisticate tecniche di video-montaggio, offre al pubblico un serio, ma allo stesso tempo divertente, percorso attraverso la storia dell'agricoltura, dell'allevamento e della ricerca
agroalimentare ebraica. 
Ludendo docere, docere ludendo. Una bravissima (e, diciamolo pure, bellissima) attrice finge di essere una discendente dei primi coloni, che dovettero scontrarsi con una terra arida, ma non per questo meno produttiva. La lotta contro la desertificazione è stata vinta grazie a tecnologia avanzata, innovazione, bonifica, ottimizzazione delle risorse idriche e tanta testardaggine (capirete). Sorriso sulle labbra, efficacia dell'immagine, 3D multidirezionale e costruzioni luminose non solo sono godibilissime, ma aiutano a fissare i concetti fondamentali, come quello della microirrigazione a goccia. Spettacolare il giardino verticale esterno.


Tartufo del Marocco.
MAROCCO non ha un'architettura esterna magnificente, anzi. Ma a noi l'esterno non interessa più di tanto. Marocco è uno dei pochissimi padiglioni che permette al visitatore di toccare con tutti i cinque sensi i prodotti: dalle mandorle ai fiori, dal tartufo ai frutti di bosco (!), dalle clementine al miele di euforbia fino all'olio di Argan, che mi va venire sempre in mente Giulio Carlo: deformazione professionale. Ognuno ha le sue croci. Colorato, coinvolgente, caldo - anche perché vi sparano in faccia ventilatori caldi per farvi provare il clima desertico. Un padiglione incentrato sul cibo a 360 gradi. Esci e sai finalmente cosa si mangia, come, dove e perché. Chapeau.



Non se la fila nessuno, eppure è la "mascotte" 
del padiglione: direttamente da Torino,
una piccola coppa egizia che ritrae l'uomo
al centro di piante e animali.
PADIGLIONE ZERO di Davide Rampello è barocco e sontuoso,
come la biblioteca all'ingresso, forse il luogo più bello in assoluto di tutto EXPO, con i suoi cassetti e gli archivi della memoria: passato, presente e futuro si intersecano meravigliosamente. Nella valle delle civiltà c'è un albero secolare, simbolo della forza prorompente della natura che spacca la crosta architettonica richiamante la forma dei Colli Euganei. Segue la sala degli animali addomesticati, per non dimenticare che gli animali, senza l'uomo, sarebbero solo bestie improduttive. Addomesticamento e civiltà, la stessa civiltà che si evolve dalle palafitte fino alle metropoli odierne, passando attraverso la rivoluzione industriale. Lo spreco eccessivo da un lato e la monetizzazione del cibo dall'altro sono le derive che caratterizzano la concezione contemporanea del cibo.


La colossale Borsa Mondiale del Cibo presenta le oscillazioni di prezzo del cibo nel mondo, secondo dopo secondo: gli alimenti diventano meri oggetti di scambio, significanti vuoti, numeri, spot pubblicitari. Ripartire dalla conoscenza del paesaggio, della terra e delle tecniche di produzione, forse, è la soluzione migliore per affrontare al meglio il futuro. La terra, cosa da conoscere, da vivere, da sfruttare coscientemente, perché il suo è alito divino: divinus halitus terrae, d'altronde, è la splendida pericope pliniana che dà il titolo al padiglione.




L'Africa che mi piace ha un nome: Angola.
ANGOLA allestisce un padiglione grandissimo. Ma è un paese africano, e i paesi africani sono tutti miseri! Non è vero. Il Padiglione Angola dimostra che l'Africa non è tutta uguale, non è quel continente fatto solo di gente povera e disperata. L'Angola è la testimonianza di un Paese che, dopo guerre laceranti, si rimbocca le maniche e, grazie a petrolio e diamanti, riesce ad arricchirsi notevolmente in un breve arco di tempo, che noi italiani ce lo sogniamo. L'Angola è l'Africa che mi piace, che, similmente al Marocco, conduce lo spettatore a conoscere ricerca scientifica, alimenti, ricette, piante, il tutto organizzato su più piani che affacciano su una stilizzazione architettonica di un baobab, che proietta i volti dell'Angola e contiene i suoi cibi prediletti.

Gli elementi chimici di cui i cibi russi sono ricchi.
Legittimo patriottismo ed efficacia espositiva.
RUSSIA è un gioco di specchi e di storia, a cui la Russia è da sempre patriotticamente legata. Si celebrano gli scienziati come il botanico e genetista Vavilov, pioniere negli studi sulla biodiversità, e il famosissimo Mendeleev, inventore della tavola periodica degli elementi. Ed è proprio sul motivo della tavola chimica e dei suoi rettangoli che si concepisce tutto il padiglione, uno dei più spaziosi, suggestivi e sicuramente uno dei rari a offrire piccoli assaggi - gratis - di liquori e salmone. Le lunghe code interne attaccate ai banconi e gli alambicchi vaporosi ricordano le atmosfere dell'Ammazzatoio di Zola. Suggestivo.

Aggiungo a latere la SVIZZERA, che non ho potuto visitare perché è l'unica a distribuire il flusso nell'arco della giornata e sono troppi quelli che vogliono portarsi a casa cibo gratuitamente. In che senso? Se il padiglione svizzero è esteticamente uno dei più brutti, è anche uno dei meglio concepiti dal punto di vista filosofico. Mele, caffè, acqua e sale sono a disposizione del pubblico, ma in quantità limitata. Il progetto, incentrato sulla disponibilità e sulla distribuzione delle risorse alimentari, invita a riflettere sui comportamenti di ognuno. Per questo la scritta sulla facciata del padiglione è: Ce n'è per tutti?


Un essere di plastica. Uno dei tanti.
Si ride per non piangere.
10- QUEL CHE NON C'È E QUEL CHE NON DOVREBBE ESSERCI. Manca l'India. Non ve lo dice nessuno ma, se conoscete com'è fatto un mappamondo (o il mondo), vi stupirà non trovare il padiglione dell'India. La causa? I marò. Però trovate il Padiglione Coca-Cola e McDonald. Che, se siete come me, vi potrebbero cascare le braccia. Nessun problema: con tutta la plastica che c'è in giro, potete sostituirle con qualche banana. Di plastica.




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