mercoledì 4 novembre 2015

ANGELI DEL FANGO: GENEALOGIA DI UN'ESPRESSIONE



di FRANCESCO GALLINA

Foto di Francesco Gallina






Fu il giornalista del "Corriere della Sera" Giovanni Grazzini che coniò l'espressione angeli del fango, a seguito della spaventosa alluvione che travolse Firenze il 4 novembre del 1966. Ancora oggi, nel capoluogo fiorentino, si leggono, in punti perlopiù nascosti, piccole lapidi rettangolari, incastonate nell'intonaco dei palazzi, che segnano come stimmate fin dove arrivò l'acqua dell'Arno. Sembra di restare soffocati al solo pensiero.

Angeli del fango è etichetta di grandissimo impatto, soprattutto in anni dove per le strade iniziano ad aggirarsi capelloni con pantaloni a zampa d'elefante, sedicenti rivoluzionari spesso solo fatti di droghe pesanti o di pesanti utopie. Altri, invece, seguono solo la moda, e solo per questo vengono tacciati di nullafacenza dalla critica benpensante. E l'articolo di Grazzini sottolinea proprio questa pregiudiziale diffidenza, veicolando un'apologia del giovane e ingiustamente bistrattato beat: "Onore ai beats, onore agli angeli del fango!", scrive. Il messaggio è forte e chiaro: piantiamola lì di giudicare dalle apparenze. Lo stupore si respira nell'aria marrone che imbratta le strade lerce di Firenze. Sgrana gli occhi il vecchio conservatore che, fino al giorno prima, sputava sulla gioventù rovinata e che, adesso, si vede spazzare la cantina da quello che il giorno prima  non avrebbe esitato a chiamare "perverso", o anche semplicemente "poco normale". Che poi, non avrebbe nemmeno avuto torto, prendendo a modello le parole di Keruac: "l'hipster caldo è il folle dagli occhi scintillanti, innocente e dal cuore aperto, chiacchierone, che corre da un bar all'altro, da una casa all'altra, alla ricerca di tutti, gridando irrequieto." La generazione degli sconfitti, dei perduti e dei perdenti, è - per antonomasia - anche questo. Soprattutto questo.

Se però da un punto di vista retorico e giornalistico la metafora è eccellente, da quello filosofico risulta un po' troppo kitsch. Perché gli angeli sono esseri divini, e le divinità - proprio perché trascendentali - non si fanno passare per la testa di imbrattarsi mani e piedi di fango. Dare degli angeli agli uomini non è, dopotutto, un gran complimento: si rende provvidenziale, infatti, una mirabile decisione che non proviene dalle alte sfere, ma dal più nobile libero arbitrio del singolo. La differenza fra gli angeli e gli uomini è che gli angeli, qualora avessero voluto, avrebbero rimesso in sesto la città con un colpo di bacchetta: si sarebbero ben guardati dal piegarsi in due, curvando la schiena fradicia di sudore immergendo braccia e polpacci nel tessuto umido e colloso del gelido fango. E, non dimentichiamoci, gratuitamente. Un semplice trionfale atto di volontariato. Della serie: nessuno saprà della mia identità, ma è anche grazie a me se la res publica riprenderà il suo ciclo vitale.

Allora, forse, angeli del fango non rende la giusta dignità a coloro che, dal '66 ai giorni nostri, si sono alzati dal letto, hanno indossato stivali e guanti e si sono messi lì, per ore e ore, a spalare quanto di più infido Madre (?) Natura riversa sull'uomo e sui prodotti dell'uomo, in primis le opere d'arte. 

Per alcuni, beat significa anche beato, mistico, asceta. Ma la storia insegna che i migliori asceti se ne stavano a gambe incrociate sugli alberi o sulle colonne, a contemplare il nulla. Non sappiamo se fra quei giovani ci furono i futuri scapigliati sessantottini, ma possiamo dire che i veri beat, i vinti - in quei freddi giorni di novembre - non furono di certo loro.