sabato 28 maggio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: GUIDO GOZZANO




di FRANCESCO GALLINA



Le epistole entomologiche di Guido Gozzano sono tra i più belli e meno studiati esperimenti poetici di primo-novecento. Pubblicate fra il 1908 e il 1913 su alcune riviste, avrebbero dovuto confluire tutte in un volume accompagnato da illustrazioni, ma il progetto non è portato a termine, ed è un vero peccato, pensando che ne sarebbe uscita una deliziosa raccolta di poesia didascalica, genere non molto frequentato nel '900 italiano, ma di grande fascino: Alberto Cavaliere ne è un altro ottimo esempio. La scienza in versi è ben più deliziosa della scienza pura e di gran lunga più digeribile.
Ma non dobbiamo lasciarci ingannare. In Gozzano, dietro lo strato didascalico vero e proprio si celano riflessioni metafisiche: il bruco non rappresenta una nuova vita in potenza, ma la morte che incombe, l'inizio del decadimento. Ne è testimonianza la Pieride comune, la cavolaia, la farfalla bianca di nero maculata che va ghiotta di cavoli e altri vegetali, e nella città trova il suo smarrimento.
Per la consueta rubrica poetica di #busillisblog, accompagniamo gli endecasillabi gozzaniani con un lavoro dell'artista venezuelano Rafael Araujo, autore di Calculation, una serie di tavole in cui farfalle e conchiglie disegnate a mano e colorate ad acquerello trasformano lo spazio tridimensionale e le spirali geometriche disegnano traiettorie aeree spettacolari. 



DELLA CAVOLAIA 
di GUIDO GOZZANO



Rafael Araujo, Phoebis


Se la Vanessa ed il Papilio sono
nobili forme alate e dànno immagine
d'un cavaliere e d'una principessa,
la Pieride comune fa pensare
una fantesca od una contadina.
È volgare, dal nome alla divisa
scialba, dal volo vagabondo al bruco
nero-verde, flagello delle ortaglie.

Ridotte queste a nuda nervatura,
i bruchi vanno su pei muri a mille,
fissano le crisalidi alle mensole,
ai capitelli, ai pepli delle statue,
curïose crisalidi, sorrette
alla vita da un filo e non appese,
angolari, sfuggevoli, aderenti,
concolori così col marmo e il muro
che lo sguardo le fissa e non le vede.

Se tutte si schiudessero, la Terra
sarebbe invasa d'ali senza fine.
Ma gran parte ha con sé, già nello stato
di bruco, i germi della morte certa.
Chi s'aggiri in un orto vede all'opra
il Microgastro, piccolo imenottero
dall'ali e dall'antenne rivibranti,
smilzo, cornuto, negro come un dèmone.
Vola, scorre sui bruchi delle Pieridi,
inarca, infigge l'ovopositore,
immerge nei segmenti della vittima
il germe della morte ad ogni assalto.
Ad ogni assalto il bruco si contorce,
ma quando il Microgastro l'abbandona
non sembra risentirsi dell'offesa:
cresce, vive coi germi della morte...

Vive e i germi si schiudono, le larve
del parassita invadono la vittima
ignara; ne divorano i tessuti,
ma, rette dall'istinto prodigioso,
non intaccano gli organi vitali.
Il bruco vive ancora, si tramuta
sognando il giorno del risveglio alato;
ma gli ospiti hanno uccisa la crisalide,
la fendono sul dorso e dalla spoglia
non la Pieride bianca, ma s'invola
uno sciame ronzante d'imenotteri.

Come in questa vicenda e in altre molte,
la Natura, che i retori vantarono
perfetta ed infallibile, si svela
stretta parente col pensiero umano!
Non divina e perfetta, ma potenza
maldestra, spesso incerta, esita, inventa,
tenta ritenta elimina corregge.
Popola il campo semplice del Tutto
d'opposte leggi e d'infiniti errori.
Madre cieca e veggente, avara e prodiga,
grande meschina, tenera e crudele,
per non perder pietà si fa spietata.

E quando vede rotta l'armonia
riconosce l'errore, vi rimedia
con nascite novelle ed ecatombi.
Essa accenna alla Vita ed alla Morte;
e le custodi appaiono, cancellano,
ritracciano la strada ed i confini.

La Cavolaia predilige gli orti,
l'attira il bianco delle case umane;
se scorge un muro, subito s'innalza,
lo valica, discende alla ricerca
di compagne festevoli ed ortaglie.
E l'istinto sovente la sospinge
nel cuor della città. Da primavera
a tardo autunno, giunge nelle vie.
E nulla è strano, come l'apparire,
dell'invïata candida degli orti
tra il rombo turbinoso cittadino.
Allora s'interrompe il ragionare
dell'amico loquace: - Una farfalla! -

Com'è giunta nel cuor della città?
Aveva la crisalide sui colli
oltre il fiume, nell'orto di una villa.
L'istinto delle razze numerose
sospinge la farfalla ad emigrare;
discese al piano, trasvolò sul fiume,
valicò gli edifici, immaginando
orti propizi e si trovò perduta,
prigioniera nel grande laberinto
di pietra che costrussero gli uomini.
Da ore ed ore, forse dal mattino,
s'aggira stanca per le vie diritte
dove non cresce un filo d'erba o un fiore.
Come si specchia nei diciottomila
occhi stupiti il turbinìo dell'uomo?
Forse a quei sensi minimi, la folla,
le case, i carri, quei corpi grandi
sono come la frana, il fuoco, l'acqua,
fenomeni malvagi da fuggirsi.
Fugge. L'attira un cespo semovente
di fiori finti, un cencio verde, azzurro,
si libra sulla folla, sull'intrico
metallico, tra il rombo e le faville,
e va senza riposo, un carro passa
e la travolge nella scia ventosa...
Con volo ravvivato dal terrore
cerca uno scampo in alto, sale obliqua
contro le case, attinge i tetti, il sole;
si ristora ad un cespo di geranii,
fugge lasciando un lembo d'ala a un mostro
tentacolare e candido: una mano;
vola sopra il deserto delle tegole
né più discende nelle vie profonde,
va tra la selva di colmigni spessi,
da tetto a tetto, va senza riposo.
Ed ecco aprirsi sotto la randagia
l'abisso verde di un giardino; scende
scende verso il colore che l'attira.
Il giardino è degli uomini: ingannevole.
Vi trova l'erba tenera, le fronde,
i fiori, una brigata di sorelle
sbandite, riparate in quell'oàsi.

Ma l'erba cittadina non ha steli;
gli alberi, mostri ignoti d'oltremare,
non hano nella fronda coriacea
un fiore. E l'uomo meditò nel fiore
l'ultima frode: suggellò il nettario,
con arte maga trasmutò gli stami
in multiple sorelle mostruose.
Le Pieridi s'aggirano sui fiori
tentano le azalee ed i giacinti,
ma le corolle suggellate al bacio
son come belle donne senza bocca.
Poche Pieridi trovano la via
dei campi. Grande parte è prigioniera
del chiuso laberinto cittadino;
e nel triste detrito che raccoglie
la scopa mattinale delle vie
biancheggiano falangi d'ali morte...

martedì 24 maggio 2016

OFFICINA PARMIGIANA: UN PROGETTO PER IL PRESENTE




FRANCESCO GALLINA






Prima vennero i figli della Grande Guerra: Ildebrando Cocconi, Jacopo Bocchialini, Ugo Betti, Ferdinando Bernini,  Renzo Pezzani, Ada Ravasi. Poi venne il tempo dell'Officina Parmigiana, espressione di grande efficacia che Pier Paolo Pasolini coniò nell'omonimo articolo inserito in Passione e Ideologia (1960). In quella formula c'era l'idea del fare, del plasmare la parola per farne arte, ma un'arte che cela impegno, lavoro, sudore, lima. Quella formula conteneva in nuce l'idea della poesia come artigianato, il produrre poesia come atto intellettuale che unisce nella diversità. Il termine officina on certo intendeva una proletarizzazione della poesia, una volgarizzazione o una sua banalizzazione per il popolino. Per dirla in altri termini, non si riferiva al fare poesia che accomuna molti (non tutti) oggi, il cosiddetto "buttar giù versi". Perché i versi si curano, non si buttano. Li butta, i versi, chi non sa cosa cosa sono, e li confonde con i righi mandati a capo. Pasolini si riferiva a una poetica a cavallo fra avanguardia e tradizione, poetica che sorgeva dal Po, dalla Bassa, dal Cinghio. Poetica intrisa di parmigianità, ma senza scadere nel patriottico o - peggio ancora - nel campanilismo. 

L'Officina Parmigiana ha un maestro, Attilio Bertolucci, e alcuni allievi più o meno allineati al suo magistero, quali Alberto Bevilaqua, Giorgio Cusatelli, Gian Carlo Conti, Pier Luigi Bacchini e l'ancora vivo e vegeto (poeticamente vegetissimo) Gian Carlo Artoni, poeta-avvocato che, dopo un silenzio di quarant'anni, ha ripreso prolificamente a scrivere. Un fiume in piena. Proprio poco tempo fa è stata presentata da Luigi Alfieri e Paolo Briganti la sua ultima raccolta La luna bianca (Diabasis, 2016). La bertolucciana poetica dell'extrasistole li accomuna. Che vuol dire poter trarre poesia anche da un sasso: non è il sasso a essere poetico in sé, ma il poeta che sa trarne fuori la poesia come un novello fanciullino pascoliano dinnanzi alla semplicità nascosta delle cose.

Dove voglio andare a parare? Al fatto che anche oggi a Parma ci sia un gruppo di poeti che potrebbero portare avanti l'Officina Parmigiana. Forse l'Officina Parmigiana non è mai morta e vive cuccia sotto le altisonanti dichiarazioni politiche, dietro gli scandali, al di là delle cattive amministrazioni. Cosa c'entra la politica? C'entra, perché anche la poesia è politica, ed è politica buona laddove è fatta bene e ben costruita. Penso a Giuseppe Marchetti ed Edoardo Sanguineti, che diedero vita all'ottima rassegna estiva Parma Poesia Festival, che convogliava sotto i Portici del Grano (e non solo) grande pubblico per grande poesia: Luciano Erba, Maurizio Cucchi, Aldo Nove, Antonella Anedda, Nanni Balestrini, Maria Grazia Calandrone, Mariangela Gualtieri, Angelo Mundula sono solo alcuni ospiti dei tanti che hanno fatto visita alla nostra città. Non era un salotto chic, nemmeno un tentativo di rendere la poesia pop, come alcuni grandi eventi contemporanei si propongono infingardamente di fare.  Si parlava di poesia seriamente, ma avvicinandola al pubblico. Se Maometto non va alla poesia, la poesia deve andare da Maometto. 
Nel 2014 il Festival è defunto. 
Ci sono amministrazioni che investono negli eventi di poesia, anche quelli che non meriterebbero di definirsi tali, prestando loro sale comunali e offrendo loro altisonanti sponsorizzazioni. 
 
C'è una nuova generazione di poeti e di scrittori (ciofeche escluse) che Parma merita di ascoltare, leggere, vedere, apprezzare. Valorizzare. È un percorso che deve vedere la luce, cioè non deve vivere di sporadici ed elitari salottini, e deve investire prima di tutto sulle meritevoli leve locali. Se leggere poesia non equivale a farne, non esiste poeta che non legge, e i poeti che non leggono oggi sono il 90%. Fare poesia non significa solo parlare di bei sentimenti, di alberi in fiore, di amori puri. C'è nella poesia una concretezza di ritmo (questo sconosciuto) e linguaggio che dev'essere riscoperta. A Parma c'è un nuovo orto da coltivare. Una scritta vandalica (ma bella) campeggia sul margine del torrente Parma: SENZA POESIA NON C'È CITTÀ. Ripartiamo da qui.

sabato 21 maggio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: FOSCO MARAINI



di FRANCESCO GALLINA


Il nonsense è per sua natura indefinibile, collocandosi al di fuori degli usuali meccanismi comunicativi. Il nonsense non combatte il significato, ma lo trasforma, lo rigenera, incorpora e scorpora i significanti perché ne risulti qualcosa di nuovo e antico allo stesso tempo. Scrivere poesie nonsense è operazione di rara complessità: c'è il nonsense artistico e il nonsense involontario e patetico. La produzione poetica di Fosco Maraini rientra nella prima sfera; alla seconda appartengono le poesie dei poetastri, che credono di fare buona poesia ma non creano altro che ciofeche poetiche. Un mondo, quest'ultimo, popolato da voci illudono gli stolti che cacciare a capo versi sia la soluzione per autoproclamarsi poeti. In disparte, nell'angolo dei migliori, vivono invece esperti della parola, che stravolgono la tradizione perché, prima, l'hanno studiata. Con Gnosi delle fànfole, Maraini dimostra come sia difficile comporre una poesia metapoetica e, per di più, in perfetti endecasillabi musicali e fonosimbolici. Dietro c'è il pastiche di Teofilo Folengo e di Carlo Emilio Gadda, ma anche Joyce e Carroll. Davanti, invece, ci sono i lettori, ma anche certi notevoli traduttori che hanno avuto coraggio e bravura nel volgere il nonsense nella loro lingua. Operazione rischiosa e titanica che fa della traduzione qualcosa di assolutamente nuovo, un'opera letteraria in sé. 
Fosco Maraini (1912-2004), etnologo, orientalista e fotografo (e padre di Dacia) ci offre un esperimento letterario degno di nota nella sua unica e ancora poco conosciuta raccolta di poesie, inizialmente stampata solo in 300 copie per amici e parenti, ricevendo solo dopo un certo successo di pubblico, anche grazie alle interpretazioni di Gigi Proietti. Per la consueta rubrica poetica di #busillisblog propone una delle meno note poesie di Maraini (la più famosa è Il lonfo), accompagnandola con un acrilico del contemporaneo Antonino Rossi. 



BOTTIGLIE DI FOSCO MARAINI

DA GNOSI DELLE FANFOLE (1994 ed. definitiva)




Antonino Rossi, Bottiglie di vino, acrilico su tela.



Non siamo tutti simili a bottiglie
ripiene di ricordi e cronicaglie?
Bistròccoli, fruschelli, filaccetti
ricolmano le pance trasparine,
fanfàggini, birìllidi, nulletti
s’asserpano in ghirlande cilestrine…
Se scuoti la bottiglia sgrengoluta
risorgono megoni e gastrifèmi,
rispuntano tra mèmmola grognuta
nascosti vercigogni e schifilemi.
Talvolta vedi invece lumigenti
miriàgoli, trigèridi, fernuschi,
e piangi su gavati struggimenti
finiti coi patassi fra i rifiuschi.
Non tornano a rivivere le facce
d’amici e d’amorilli luscherosi?
Risplòdono le voci, le morcacce
d’incontri cuspidiali e trucidiosi!
Poi un giorno la bottiglia si tracassa,
il vetro si sbiréngola nel sole
in croccherucci verdi, in patafrassa,
tra l’erbe cucche e cionche di pagliòle.
Ahi dove sono allora i gaviretti,
i nobili tracordi, i rimembrili.
i càccheri, gli smèrmidi, i frulletti,
i mòrfani, gli sghèfani gentili?
Sdrafànico mistero di bottiglia
bottiglia di sdrafànico mistero.

lunedì 16 maggio 2016

WEB ERGO SUM, OVVERO DELL'ALIENANTE UTOPIA A 5 STELLE




di FRANCESCO GALLINA










Una guerra dei media è in corso da tempo. Il cittadino che si informa su Internet non segue più la televisione, né legge i giornali. Vive in una dimensione parallela. Lui è informato, gli altri sono disinformati dal Potere (...). Lo spostamento dell'informazione in rete è irreversibile: una goccia che scava la pietra, un travaso costante, come quello dei granelli di sabbia in una clessidra.

Questo è quel che si legge nel libro firmato Grillo e Casaleggio, Siamo in guerra, pubblicato nel 2011 da Chiarelettere. Un titolo jihadista, a tutti gli effetti. Non siamo in guerra santa, ma ci manca poco: i toni sono (pateticamente) apocalittici. Una guerra, quella casaleggiana, avviata dai catari del secolo XXI, quelli che si credevano puri. Un titolo futurista per un libro manicheo, quindi sottilmente totalitarista, impregnato di misticismo religioso 2.0. Il Paracleto, il consolatore, il profeta, il salvatore della corruzione e del malaffare italiani aveva un nome: Movimento 5 Stelle. Era la somma Novità. Una rivoluzione. Ma le rivoluzioni urlate con rabbia e sfanculamenti vari sono solo figlie della nostalgia, e nascondono sempre del marcio. La Rivoluzione francese taglia la testa al re perché un giacobino di nome Robespierre, nel nome di grandi ideali, tagli la testa a quelli che non la pensano come lui, per poi, alla fine, essere lui stesso (finalmente) decapitato.  E il Sessantotto è la stessa solfa.

Ricordo ancora l'entusiasmo per la vittoria del M5S a Parma. Sembrava fosse arrivato lo Spirito Santo. Ma io ho sempre diffidato dei giustizialisti e dei forcaioli. L'onestà è indispensabile, ma la purezza è pericolosissima: se decidi di far parte della setta dei puri, non appena commetterai la prima impurità, fosse anche una cazzata, ti condanneranno all'Inferno. I puri non capiscono che la purezza è una condanna a morte in partenza. Non ho mai visto niente di speciale in Pizzarotti da gridare alla rivoluzione, eppure la rivoluzione era in atto e non me ne rendevo conto. Ma ora che Grillo lo epura, per la prima volta, provo un senso di pietà. Per Grillo, l'inquisitore giullare, e per Pizzarotti, essere umano e fallibile come lo siamo tutti: basta esserne coscienti. Fare l'Ubermensch è patologico e ti si ritorce contro: Nietzsche ne è la prova. 

Non giudico dalla simpatia. Giudico in base alle idee e alla loro forma, alla loro formulazione. Pizzarotti, nonostante la sua a-politica, ha mostrato quel briciolo di autonomia che irrita il capo. Non dimentichiamo che a capo del M5S c'è un orwelliano Direttorio. Ma a che cosa serve, se la rete può decidere ogni cosa, se i disegni di legge li decide il Web? O forse è un'impostura ideologica? Forse che il seguace di Casaleggio è stato scelto da Internet? Non risulta. Come non risulta l'identità di chi scrive sul blog. La democrazia diretta è malsana retorica, e sottesamente razzista nei confronti di chi non può o non vuole agire sulla rete. A meno che non immaginiamo vecchi di 90 anni frequentare corsi di informatica per capire come lavorare su Facebook. 
Come il Web non si commuove, la Rete non decide un bel niente se non ci sono persone prima che pensano con il loro cervello. Tutto il resto è alienante utopia, ideologia che stacca i piedi da terra, che allontana dalla realtà, cioè che non guarda a quel che si chiama "bene comune".

I regimi totalitari non hanno partiti, ma democrazia diretta, talmente diretta che prende le decisioni uno solo. I totalitarismi, d'altronde, non sono che le brutte copie di utopie ancor più brutte, oltreché inquietanti, come quelle che Casaleggio esprimeva in Veni, vidi, web (con prefazione di - udite udite - Fedez). Utopie che sognerebbero un mondo anarchico in cui tutti siamo sulla stessa barca, cioè la srl di Casaleggio, dotata di un etereo staff anonimo. Una srl, non un partito. Ma quale paese al mondo è amministrato da una srl? Quale paese attribuisce responsabilità politiche al solo Web? Perché la srl di Casaleggio non sarebbe diretta da uomini, ma dalla Rete intesa come pensiero: non siamo più noi che pensiamo ma è la Rete che pensa per noi. Un lavaggio del cervello a tutti gli effetti e una concezione ben diversa dal ritenere il Web uno strumento alleato dell'uomo. Nell'ottica casaleggiana il Web è tutto, tutto il resto non conta. Uno psicologo parlerebbe di delirio paranoide. E il delirio non se ne va con la morte, ma resta sui vivi epigoni. Il titolo di un libro di Casaleggio, di cui ormai non si conosce più l'esistenza, è chiarissimo: Web ergo sum. Il cogito è fatto fuori, alienato dal Web. L'individualità è schiacciata dalle pastoie della Rete. Il dialogo è fuori gioco.
Non bastano i valori, ci vogliono frutti. Chi visita Parma, oggi, vive una città paralizzata. Mancano soldi? No, mancano idee e competenza.

Gli elettori, insomma, sono persone o sono bestie ammassate su un'arca? 



sabato 14 maggio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: VALENTINO ZEICHEN



di FRANCESCO GALLINA


C'è una baracca. Dietro via Flaminia, a Roma, c'è una piccola baracca abusiva fatta di lamiere. Dentro quella casupola a due passi da Piazza del Popolo, vive un poeta. Per molti è un postaccio, per il poeta è un luogo dell'anima. Anche nel degrado c'è poesia. Potrebbe essere l'inizio di una fiaba.
Quando il poeta - poeta bravo, di quelli che ci sanno fare con i versi, non un quaquaraqua - dicevo, quando il poeta viene a sapere che il suo ultimo libro è stato escluso dal Premio Strega, viene colpito da un ictus. E questa non è più fiaba, ma surrealismo. Invece è realtà. E se quella è la vera causa, non c'è niente di strano: alle proprie opere ci si tiene come figli, soprattutto se sono buoni figli. 
Il pubblico italiano è schiavo dei premi. E allora, per chi non  lo conoscesse, Valentino Zeichen è una delle voci più  interessanti della poesia contemporanea: non è un tronfio avanguardista, ma neppure un poetastro come tanti purtroppo circolano in giro di questi tempi. Uno scapigliato dei nostri giorni. Un bohémien 2.0. Potremmo parlare di Zeichen come di un crepuscolare dissacratore, uno spirito ironico e irriverente, che non scende mai nel volgare, men che meno nel superficiale. Una voce originale, la sua, sempre fresca, che guarda alla quotidiana intimità senza sbrodolarsi addosso in riflessioni melense, anzi, facendo un uso brillante della parola. Zeichen è sempre in instabile equilibrio fra la levigata ricerca formale e l'immagine inaspettata, fra sermo cotidianus e raffinatezza stilistico-lessicale. 
Il suo libro "cuore", ora, lo ha tradito. Ma fortunatamente si sta riprendendo, anche se con fatica. Adesso tocca alla riabilitazione, poi resta un punto interrogativo sull'abitazione, che non può essere la sua baracca. Almeno non per ora.
Parlare male del Premio Strega? Non ce n'è bisogno. Zeichen non ha bisogno dello Strega perché la sua produzione venga riconosciuta come valida. Speriamo invece che la baracca, i suo laboratorio, non venga demolita e che, una volta ripresosi, possa ritornarvi a comporre versi con la stessa lucidità di prima. 


IL POETA di VALENTINO ZEICHEN
in Poesie. 1963-2014 (Mondadori, 2014)



Picasso, Questo è il mio cuore, 1960

Presumibilmente,
sembro un poeta di alta rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro «cuore».
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la ricchezza, la purezza
e gli sport invernali
straziano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.

mercoledì 11 maggio 2016

LAVORARE AGGRATIS: UNA FORMA DI PROSTITUZIONE




di FRANCESCO GALLINA






Una volta una signora sedicente poetessa (chi non è poeta oggi?) mi chiede di correggerle il suo libro di poesie. Non sono tante, mi dice, e a suo avviso la cosa si può fare in poco tempo, qualche giorno. Non chiede solo che vengano corretti eventuali refusi, ma che vengano sistemate per essere più musicali: insomma, un restyling a tutti gli effetti. Al che io le faccio presente che ho una laurea e che tra poco avrò la seconda, ricordandole che sono disoccupato e che ho accumulato le credenziali per richiedere un compenso. Roba da poco mi chiede lei, roba da poco le chiedo io. Con ricevuta, (persino). Ma lei fa storie, e io le rispondo che ho pagato cinque anni di tasse universitarie per avere quella sufficiente capacità di fare bene - non ad minchiam - quello che lei mi chiede, o meglio, pretende che io faccia. Cioè ho pagato di mia sponte soldi perché mi venisse insegnato a svolgere un lavoro, in questo caso il correttore di bozze, altrove il critico letterario. E, tra parentesi, studio e preparazione continuano e continueranno finché campo. E aggiungo che se è così semplice come lei pensa, può farselo da sé. 
Lo stesso mi è capitato con un regista, che credeva di trovare davanti un pivello e voleva che gli dessi il soggetto per un film gratuitamente, e quando mi sono rifiutato ha attaccato la solfa che i soldi non fanno la felicità. Bugiardi sono coloro che non danno valore ai soldi, perché i soldi sono materia e frutto di un riconoscimento, concezione ben diversa dall'ossessione di zio Paperone. 


Ora, Dario Franceschini invita i musicisti, giovani o vecchi che siano, a farsi ascoltare gratuitamente alla Festa della Musica. Franceschini, in altre parole, invita alla prostituzione. Una prostituzione intellettuale. Lavorare gratis è una forma di lenocinio. Il Ministro della Cultura non fa altro che incentivare l'idea che le arti, in primis quella musicale, sono aria fritta e che, tutto sommato, il musicista non è un lavoratore (mi sto riferendo ai musicisti seri), ma un gaio strimpellatore che per legge non scritta deve produrre godimento al vasto pubblico. Gratis.


Peccato che chi monterà i palcoscenici e chi regolerà le luci due soldi (perché non si chiede molto di più) se li porteranno a casa. Non è questione di ricchezza: è questione di rispetto. Ai tanti artisti che hanno aderito consiglio di andare dal macellaro sotto casa loro e provare a chiedergli anche solo una fettina di fesa gratis. E preghino che la mannaia non li colpisca. E consiglio di fare lo stesso all'elettricista, al meccanico, all'idraulico, al dentista e, naturalmente, a Franceschini. Egregio ministro, lei lavorerebbe gratis per un mese? Perché almeno un mese ci vuole per prepararsi degnamente a comporre e suonare un pezzo in pubblico. Sarebbe disposto a farlo? Fa parte della cultura anche pagare gli artisti o almeno essere mecenati e offrire loro, che ne so, il viaggio di andata e ritorno, rimborsarli di una cena. Gli artisti rinascimentali erano bravissimi nel cambiare bandiera passando dalla corte che li pagava di meno a quella che li pagava di più. Perché l'Italia riparta deve radicarsi nuovamente l'idea che i prodotti artistici di qualità di pagano, dato che si pagano anche quelli di qualità pessima. Tutto è il resto è solo fare cultura musicale con il deretano degli altri. Hieronymus Bosch docet.

lunedì 9 maggio 2016

CHI DI MORALISMO FERISCE, DI MORALISMO PERISCE




di FRANCESCO GALLINA








Il fascismo dell'antifascismo. I cortei antinazisti che sono più nazisti dei veri nazisti, nuocendo autori di libri e - ancor prima - librai. E poi l'immoralità dei moralisti e la mafia dell'antimafia. In fin dei conti, fascismo e mafia non indicano altro che stati universali dello spirito. Per essere mafioso non serve essere legato alla Mafia, nemmeno alla Camorra, neppure alla 'Ndrangheta: è solo una questione di maiuscole. Come il Fascismo è morto con Mussolini, il fascismo continua ad esistere da quando l'uomo è nato, e con esso la mafia. Siamo tutti potenziali fascisti e mafiosi pur non aderendo alla Fiamma Tricolore e a Cosa Nostra. Il modo in cui Gesù è stato condannato a morte, ad esempio, è mafioso, e Robespierre era paranoico tanto quanto Mussolini. Insomma, duri e puri, come li vuole l'Islam vero (perché il moderato non è Islam). 

Grande è stato in questi giorni lo scalpore intorno alla figura di Pino Maniaci, paladino dell'antimafia fino a che non è stato beccato con le mani nel sacco. Paladino, quindi semieroe, perché eroi veri, in Italia, li si diventa solo dopo morti. Perché è scoppiato lo scandalo? Perché Maniaci si atteggiava a puro, e i puri sono destinati alla tempesta non appena si fanno autori della prima impurità. In questo caso, impurità grave, se facciamo riferimento a un signore che ha passato la propria vita a fare le pulci alla Mafia e, dalle intercettazioni, risulta un qualsiasi bullo di periferia che si vende per due soldi. Difeso, fra l'altro, da un inquisitore d'oro del calibro di Ingroia. 

Se non ci fosse la Mafia, l'Antimafia non saprebbe come sopravvivere. E l'Antimafia deve sopravvivere. Devono sopravvivere i film, le fiction, le serie TV. Saviano non esisterebbe, e con lui le sue romanzate impregnate di retorica. La Mafia si arricchisce, l'Antimafia pure. L'una non può prescindere dall'altra, legate da invisibili cordoni ombelicali. Questo non significa che non si debba combattere la mafia, ma che non si dovrebbe fare la morale attorno alla mafia. Si è non-mafiosi sulla base di quello che si fa e di quello che si pensa, per come si pensa. Credere che la mafia debba essere sconfitta da eroi è il primo passo per fomentarla. Non significa abbassare la testa, ma tenerla alta senza fare - come dicono a Oxford - gli sboroni. I detentori della Verità. 

In Italia siamo assetati di eroi, perché gli eroi ci assolvono dal Male. Dimenticandoci che esiste anche il male, più piccolo, ma ugualmente mafioso. Gli eroi sono perfetti, sì, ma fino a quando arrivano le intercettazioni che li incastrano per crimini anche secondari, ma è sufficiente questo perché crollino i castelli di sabbia, le idealizzazioni, i miti. E si ritorni con i piedi per terra.

Ecco allora esempi illustri di mafiosi santi dell'antimafia, come Ivan Lo Bello, indagato indagato per associazione a delinquere nello scandalo Tempa Rossa e Antonello Montante, delegato per la legalità in Sicilia, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e, ultimo ma non ultimo, Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio di Palermo, grande promotore di iniziative contro i racket e la criminalità organizzata, condannato in primo grado per aver chiesto e intascato una tangente da centomila euro. Le icone, i simboli, gli dei. Ma quando dio muore, arriva l'apocalissi, e lo stesso infido moralismo da lui proclamato gli ricade contro con ancor più veemenza. Perché il moralista cresce moralisti, e i moralisti figli sono persino peggiori dei moralisti padri. A meno che non si voglia sempre e comunque pensare al complotto. Poi, certo, ci sono i magistrati come Davigo che si sentono autorizzati a sparare sentenze dall'alto di quelle che Stefano Livadiotti chiama le ultracaste. E allora si generalizza dicendo che tutti i politici rubano, che può anche essere vero, ma allora, per par condicio, non andrebbero sottaciute le malefatte dei giudici, quelli che reputiamo puri.

E allora, come non ricordare l'articolo apparso il 10 gennaio 1987 sul "Corriere della Sera", in cui Leonardo Sciascia dichiarava che  il modo migliore per fare carriera in politica e in magistratura era dichiararsi antimafioso. In altre parole, fare dell'Antimafia uno status symbol, un instrumentum regni per ottenere soldi e potere. Quel che rimproveriamo a Sciascia è aver tirato in ballo Borsellino, non perché Santo, ma perché magistrato onesto. Ma, al di là di Borsellino, il discorso non faceva una piega: sul "Giornale di Sicilia" Sciascia non aveva peli sulla lingua a sostenere che il potere dell'Antimafia "è molto simile, tutto sommato al potere mafioso e al potere fascista". Il Potere che detiene la Verità, ma dimostra prima o poi impotenza e falsità. 

Un po' come Nogarin, adepto del gruppo dei neopuri, denominati volgarmente grillini, cioè quelli che vaffanculizzavano e con urla hitleriane urlavano di cacciare dalla politica chi fosse anche solo colpito da un avviso di garanzia. Nogarin sarà anche innocente, ma adesso come la mettiamo, con Casaleggio jr che teme di perdere le elezioni e Di Maio che fa il garantista? Eppure, fosse stato del PD o della Lega, i grillini avrebbero detto su di lui peste e corna. E ora, invece, che di mezzo c'è la Raggi e Di Maio, gridano al complotto. Sono stati i poteri forti, dicono. 

Come fare senza eroi? Ma, poi, gli eroi, sono davvero indispensabili? Senza Maniaci (o chi per lui) non sarà più come prima? Tutte panzane. La giustizia non ha bisogno di eroi, gli eroi non hanno bisogno della giustizia. Perché? Perché gli eroi sono fuffa, come la morale. I giustizialisti e i moralisti - Alberto Sordi insegna - sono la razza peggiore.

giovedì 5 maggio 2016

SAN LIBORIO: DOPO L'ESCORIAL, LA CAPPELLA PIÙ GRANDE D'EUROPA





di FRANCESCO GALLINA




Soffre di calcoli, il Duca Borbone soffre di mal di pietre. Un gastroenterologo, oggi, la chiamerebbe calcolosi renale. Il Duca decide allora di dedicare la propria cappella in onore del Santo patrono degli affetti da calcolosi renali. Si chiama Liborio. Il santo ha origini francesi e vive nel secolo IX. Ma non siamo nell'Alto Medioevo e non siamo in Francia. Questa è la storia della cappella reale più grande d'Italia e la seconda in Europa, dopo l'Escorial di Madrid. Si trova nella piccola Versailles del ducato di Parma. #Busillisblog, oggi, vi accompagna alla scoperta della cappella Ducale di San Liborio a Colorno.  






Percorrendo la strada che conduce dalla stazione al famoso Palazzo Ducale, il turista si imbatte, in quel di Colorno (PR), in quella che a primo acchito sembra una normale chiesa, ma che in realtà è la Adiacente alla Reggia Farnesiana, la piccola Versailles del ducato di Parma, è opera dell'architetto E. A. Petitot  che la progetta nel 1754, e solo per volere del Duca Ferdinando di Borbone il progetto diventa realtà, prevedendo la distruzione del preesistente oratorio di San Luigi, di orientamento ribaltato di 180 gradi rispetto all'attuale cappella. Dopo la consacrazione del 1777, il Duca decide di invertire l'orientamento della cappella per facilitarne la fruizione degli abitanti: a Donnino Ferrari va il compito di progettare così la nuova facciata, caratterizzata da doppio ordine di paraste ioniche e da un arco centrale a tutto sesto. Da nicchie laterali sporgono i santi Liborio, Bernardo e Vincenzo Ferreri, mentre da quella centrale la Madonna col bambino. Sotto il timpano un ovale bronzeo contornato da putti è inciso con la scritta in ebraico "Geova". Aprendo le porte verso la strada, alle celebrazioni potevano assistere anche i popolani e non più solo il Duca, che però se ne manteneva a debita distanza.






Entrati, infatti, notiamo subito la tribuna ducale della controfacciata: da qui il Duca assisteva alla messa e senza dover per forza salire. Non ci sono scale che conducono alla tribuna, ma una porticina, che conduce attraverso un cunicolo direttamente alle sale interne alla Reggia.
La cappella è strutturata come una chiesa a tutti gli effetti, con pianta a croce latina e tre navate separate da colonne di ordine corinzio. Di Domenico Muzzi è la splendida cupola, lacunosa - purtroppo - al centro. Sull’altare maggiore spicca la Predicazione di San Liborio di Gaetano Callani, nonché il pavimento più unico che raro composto con marmi policromi incastonati con intarsio con motivi floreali. Marmo rosso di Verona, marmo giallo di Siena, marmo rosa, grigio e nero di Carrara. 






Di notevole bellezza il coro ligneo antistante all'altare, le pale d'altare di importanti pittori dell'epoca, le sculture del Viganò, Cignaroli e Sbravati. Altra chicca imperdibile è l'organo Serassi, dotato di 3000 canne, 68 comandi e 8 mantici: numeri davvero eccezionali per l'epoca. Ma il Duca era musicofilo, ed era disposto a questo e ad altro. Lo testimonia il pregiato fondo musicale esposto. 
Ma le sorprese non sono finite, se consideriamo i raffinati reliquiari e il ricchissimo arredo liturgico composta da croci, troni, candelieri e leggii. L'officina artistica parmigiana dell'epoca è in piena ebollizione. La cappelletta più sorprendente è sicuramente quella del Santissimo Sacramento, progettata dall'architetto colornese Pietro Cugini, ornata con preziosi marmi grigi di età romana 'trafugati' dal palazzo di Tiberio presso gli orti farnesiani sul Palatino. Ne nascono patriarchi di grande plasticità, scolpiti in marmo bianco.

lunedì 2 maggio 2016

GLI INDICI ALZATI DELL'ISIS E IL PLATONISMO 2.0



di FRANCESCO GALLINA






Guardate attentamente questa foto. Vi sono in posa quattro bambini, rispettivamente di 2, 4, 6 anni, più un quarto a destra di cui non si conosce bene l'identità. Si tratta dei tre figli di Alice Brignoli, italiana della provincia di Lecco sposatasi con il marocchino Mohamed Koraichi. Da un anno e mezzo latitano, molto probabilmente in Siria, per vivere a contatto con gli adepti alla jiahd, cioè gente che ci vuole morti. Perché lo dicono loro? No, perché lo dice Allah, anzi, lo impone, lo ordina, in qualità di Padre despota e tirannico. Per loro siamo impuri perché miscredenti. Non perché non crediamo in Dio, ma più esattamente perché non riconosciamo le leggi del loro Dio, leggi assolute, cioè sciolte da qualunque limite umano e trascendente. 

La foto è utile a smascherare due miti. Uno vorrebbe, da Rousseau in poi, che i bambini siano angeli puri e incontaminati, in parole spicciole, bravi ragazzi. Basterebbe entrare in una qualsiasi aula di scuola elementare per capire che i bambini sono perlopiù discoli (salvo rare eccezioni), ma questa foto è definitiva. I bambini non sono necessariamente buoni. O meglio, quelli nella foto sono buoni per Allah, non per noi. Non è relativismo: è buon senso. A meno che, anche noi, non intendiamo in termini buonisti il "Porgi l'altra guancia". Per il resto, questi sono bambini concretamente cattivi, perché vogliono il male dell'altro. E capiscono perfettamente quello che fanno, diversamente da quel che vorrebbe certa psicologia.

Perché ci odiano? Perché sono stati indottrinati. E qui smascheriamo l'altro mito. Quello nella foto è l'effetto di una cultura, o Cultura, che dir si voglia. Con questo intendo dire che quando dal pulpito di politici e opinionisti sentiamo proferire parole di elogio alla cultura, ecco, bisogna capire di quale cultura si tratta. Anche i nazisti avevano una cultura, ed era la stessa che propugna l'Isis. Fare cultura equivale a fare educazione: anche per questo si sta colpendo la scuola italiana. 

In realtà ci sarebbe un terzo mito da sfatare, il totem intoccabile, l'inviolabile idolo: quei genitori non stanno radicalizzando i figli. Quei genitori stanno semplicemente applicando alla lettera il Corano. Basta leggerlo: #busillisblog invita da sempre alla lettura del Corano, perché non ci siano dubbi sugli intenti non proprio cristallini del suo autore. Ma la Chiesa cristiana ha bruciato le streghe! Infatti: la Santa Inquisizione cristiana non ha fatto altro che islamizzarsi, o radicalizzarsi, o nazistificarsi. I tre termini sono sinonimi. Che poi i praticanti possano essere diversi non c'è dubbio: Shlinder era nazista, eppure ha salvato vite umane dai nazisti. Che la Chiesa abbia commesso delitti atroci è cosa certa, ma nei Vangeli Gesù non inneggia mai alla guerra. La sua forza è la parola. Il suo è un Dio pacifico (ma non scemo). Nel Corano Allah non ordina solo di ammazzare i nemici, ma di fare della donna quello che si vuole e tante altre amenità analizzate in dettaglio qui:  La balla dell'Islam moderato è, appunto, una balla. Ma se credete nell'Islam moderato per davvero, potete sempre fare finta di non avere letto.

Ma torniamo alla foto. L'avete osservata, dunque? Quegli indici alzati verso l'alto non lasciano adito a dubbi. Dietro a quelle dita c'è il Platone della Scuola di Atene di Raffaello. Non confondetevi col San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, perché il San Giovanni di Leonardo è sorridente, beffardo, quasi irriverente, e il suo dito verso l'alto non è forse simbolo di spiritualità come si è soliti credere. I bambini sono camuffati dai ROS, ma sono sicuro che i loro volti non siano sorridenti. Piuttosto cupi, accigliati, orgogliosi o, forse più semplicemente, tristi. Tristi in quanto sottomessi. Scommetto che i loro occhi sono come quelli di chi crede di essere dalla parte del giusto, sempre, di chi punta allo spirito per cancellarsi e cancellare la vita propria e altrui. In altre parole, kamikaze, gente che pensa che il Mondo delle Cose valga meno di un fantomatico Mondo delle Idee. Cervelli in fuga (dalla terra).