sabato 25 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CLEMENTE REBORA



di FRANCESCO GALLINA


Incandescente, aggressiva, violenta e deformante. La poesia di Clemente Rebora, voce acuta del vocianismo primo-novecentesco, fa dell'espressionismo un cavallo di battaglia, unito alla forma frammentaria, centrifuga, disgregata, come disgreganti è annichilenti sono gli effetti devastanti della guerra. Dall'intensa nuvolaglia, contenuta nella raccolta Frammenti del 1913 sembra anticipare l'angoscia delle successive liriche scritte da Rebora sul fronte di guerra, che ha da venire. Nei primi quattro versi assonanzati i suoni aspri in rima sono rafforzati dall’allitterazione, il ritmo è incalzante, tutto volto a trasmettere l’impetuosità del turbine, che si placa entro il perimetro urbano. Quello descritto non è un ordigno, ma il temporale che si scaglia su una città impassibile, priva di energia, che non oppone alcuna resistenza. L'ansia e il tormento prevalgono e tutto corrodono. Per questo, nella consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog accosta la lirica di Rebora a un'opera della contemporanea Linda Toigo, che destruttura in frammenti la forma del libro per mezzo del fuoco di un fiammifero. 



[DALL'INTENSA NUVOLAGLIA]

IN FRAMMENTI (1913) DI CLEMENTE REBORA










Dall’intensa nuvolaglia
 giù – brunita la corazza,
 con guizzi di lucido giallo,
 con suono che scoppia e si scaglia –
piomba il turbine e scorrazza
 sul vento proteso a cavallo
 campi e ville, e dà battaglia;
 ma quand’urta una città
 si scardina in ogni maglia,
s’inombra come un’occhiaia,
 e guizzi e suono e vento
 tramuta in ansietà
 d’affollate faccende in tormento:
 e senza combattere ammazza.


lunedì 20 giugno 2016

LA CAPPELLINA PENITENZIALE DI CAORSO, UNA CHICCA FRA ARTE E MISTERO



di FRANCESCO GALLINA




Il premio della critica attribuito dalla giuria del Concorso Letterario Internazionale Vallavanti - Rondoni al mio romanzo inedito L'anello che non tiene, è stata la piacevole occasione per visitare una sorprendente chicca artistica solo di recente aperta al pubblico: la Cappellina della Rocca Mandelli di Caorso, in provincia di Piacenza. La cappella, però, non è stata commissionata dai Mandelli, nobili vissuti sotto e al servizio del cinquecentesco ducato farnesiano. Dagli archivi sappiamo infatti che agli inizi del '600 la famiglia Mandelli si estingue e la Rocca diventa proprietà di un'altra famiglia, il cui stemma ovale con fasce oro e azzurro, raffigurato all'interno, resta ancora di ardua attribuzione.




La cappellina, dopo essere rimasta ignota per almeno due secoli, è stata restaurata di recente, sebbene corrosioni, polverizzazioni, opacizzazioni e deiezioni di uccelli abbiamo rovinato del tutto alcune aree. Ma sono stati proprio gli uccelli ad indicare, con il loro passaggio attraverso una feritoia, l'esistenza di un luogo murato e inesplorato, che ora si raggiunge tramite una strettissima e ripida scala. Chi è alto quasi due metri come il sottoscritto troverà difficoltà, dato che la volta a botte ellittica raggiunge la sua massima altezza a 1.80 m. L’accesso al locale è sormontato da un cartiglio che riporta la data 1606, molto probabilmente la data in cui sono state affrescate le pareti. La volta è un cielo notturno cobalto con stelle d'oro di memoria ravennate. Il ciclo di affreschi non segue una linea cronologica. Ci accoglie il disegno preparatorio di un alberello, segue una Morte con la falce, la Sacra famiglia con San Giuseppe che sgrossa un’asse mentre la Madonna è intenta a cucire, la Fuga in Egitto con la Vergine che allatta, la Visitazione di Maria da parte di Elisabetta. 




Al centro l'Annunciazione vede Maria e Gabriele poggianti su un pavimento che richiama con quello reale, anche se orientato diversamente, al fine di creare un'illusione di continuazione spaziale. Sulla parete opposta sono affrescati San Francesco che riceve le stigmate, la Natività della Vergine, la presentazione al Tempio, l'Adorazione dei pastori e un curiosissimo Angelo/Demone - dotato di ali pipistrelline e pelosa zampa di bestia - che visita Cristo. Al centro la piccola finestra sormontata da uno stemma ovale di oscura identificazione. Uscendo, ci si imbatte in un Ecce homo, che fa da pendant con la Morte. Naturalmente il ciclo può essere letto al contrario; di certo, l'uso della cappella doveva essere per scopi prettamente penitenziali. Ma tanti sono ancora i segreti e le possibili scoperte che possano fare luce su un luogo delizioso ancora avvolto nel mistero. 





sabato 18 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: EUGENIO MONTALE



di FRANCESCO GALLINA


I vent'anni sono imminenti, per Esterina. La condurranno dall'adolescenza all'età adulta: la nube dei vent'anni la avvolgerà, il fuoco della vita brucerà la sua giovinezza e dalla cenere uscirà la donna. I vent'anni sono un rito di iniziazione, ma altresì un indecifrabile punto interrogativo. Eugenio Montale nutre molti dubbi sul futuro,  suo e di Esterina, una ragazza ripresa nel suo lanciarsi esitante dall'alto trampolino nelle onde tempranti del mar ligure. In Esterina c'è spensieratezza, incosciente vitalità, ma anche voglia di prendere decisioni. Esterina sceglie di tuffarsi, Montale invece preferisce guardare, come uno stoico, la vita fluire, da lontano. La terra è certezza, le onde mosse un possibile pericolo. Per la consueta rubrica del sabato di #busillisblog, accompagniamo Falsetto a un capolavoro risalente agli inizi del V secolo a. C.: si tratta della Tomba del Tuffatore, scoperta nel 1968 nell'area di Paestum, esattamente a sud, nella località di Tempa del Prete.  La chicca non sta nelle pareti esterne, che raffigurano la piacevole convivialità di un banchetto, ma nella lastra di copertura, che presenta un tema del tutto estraneo all'arte greca: un giovane nudo è sospeso per sempre nell'istante del tuffo solitario in uno specchio d'acqua. Secondo l'archeologo Mario Napoli, scopritore della tomba, il tuffo rappresenterebbe l’inizio del viaggio verso l’aldilà, un tuffo verso il mare della conoscenza ultraterrena, che sospende l'uomo fra il cielo e la terra. 


FALSETTO  

da OSSI DI SEPPIA (1925) di EUGENIO MONTALE






 Esterina, i vent'anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un'avventura più lontana
l'intento viso che assembra l'arciera Diana.

Salgono i venti autunni,
t'avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell'elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d'incrinata brocca percossa!;
io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.

La dubbia dimane non t'impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d'erba del fanciullo.
L'acqua è la forza che ti tempra,
nell'acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un'alga, un ciottolo,
come un'equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito piú pura.

Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T'alzi e t'avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s'incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sornmo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t'abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t'afferra.

Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.


mercoledì 15 giugno 2016

MATERIA E AERODINAMICA: "BOCCIONI 100" A MILANO




di FRANCESCO GALLINA








Ho assistito ad una scena d'amore. Amore per l'arte, amore vero, come quello di una buona madre verso suo figlio. Una donna sulla settantina spinge sulla carrozzina il marito, di qualche anno più anziano. Contemplano i quadri come solo gli esperti sanno fare, forse sono collezionisti, forse semplici amanti del bello. Ad un certo punto, davanti a un magistrale Canal Grande, lei gli sussurra: "Se vuoi te lo compro".




Il Canal Grande a Venezia, 1907


A cento anni dalla sua morte, Milano celebra uno dei più rilevanti avanguardisti italiani del primo-novecento con una mostra che raccoglie alcuni dei suoi più celebri capolavori.
Palazzo Reale ospita dal 23 marzo al 10 luglio 2016 Boccioni 100, mostra realizzata con la collaborazione di Electa, Biblioteca Civica di Verona, Soprintendenza del Castello Sforzesco e Opificio delle Pietre Dure di Firenze. La scadenza del centenario coincide inaspettatamente con il ritrovamento negli archivi della Biblioteca Civica veronese di un notevole nucleo di documenti inediti che inaugurano nuovi approcci critici all'opera di Boccioni, come la Rassegna stampa futurista raccolta con l'aiuto di Filippo Tommaso Marinetti e l'Atlante di immagini, che permettono di comprendere al meglio le complesse fasi di elaborazione artistica. Predominano le opere boccioniane, ma non si tralasciano quelle di altri artisti con cui Boccioni si relazionò prima e dopo la svolta futurista. Molto diversi gli stili e i registri tematico-espressivi: dal ritratto al disegno fino alle realizzazioni plastiche e pittoriche.




Atlante boccianiano


Si inizia con un pastello risalente agli anni delle Biennali veneziane (1905-1907), La nonna, in cui si percepiscono le influenze di Richard Miller e di Giacomo Balla, del quale possiamo ammirare una testa della Madre. La permanenza in Francia e in Russia immergono l'artista a contatto con la pittura post-impressionista e con certa ritrattistica fiamminga: importanti risultati, a tal proposito, sono i ritratti di Virgilio Bocchi e del cavalier Giuseppe Tramello. Seguono alcuni capolavori del divisionismo simbolista di Fornara, Previati e Segantini, del quale è esposto un fiammeggiante Cavallo al galoppo. Risalente al periodo veneziano è l'Autoritratto, l'acquaforte Giudecca e la splendida veduta del Canal Grande di cui abbiamo parlato all'inizio. Poco più tardi (1908-10) Boccioni abbraccia appieno il movimento simbolista italiano e nordico con Il sogno-Paolo e Francesca e Il Lutto




Gaetano Previati, Il carro del sole, 1900, particolare

Passando attraverso Le tre donne e Ritratto di bimbo si giunge alle ultime sale, che ospitano il Boccioni più famoso, quello futurista, in linea diretta con il cubismo di Picasso (basti osservare Figura) i concetti elaborati da Marinetti nei suoi molteplici Manifesti. Boccioni fa della scomposizione dell'immagine e del dinamismo plastico il perno della propria poetica pittorica e scultorea. Il fine è quello di porre lo spettatore al centro del dipinto, immergerlo nelle forme. Antigrazioso, Sviluppo di una bottiglia nello spazio, Forme uniche della continuità nello spazio sono solo alcuni delle opere che si possono ammirare, surclassate di certo per bellezza dal capolavoro che rende prassi il concetto futurista di "simultaneità d'ambiente" e "moto assoluto", Materia: non più una figura sul fondo, ma un "blocco plastico", risultato di masse muscolari addizionate.  I piani angolati scomposti portano al cubismo, il taglio delle mani è futurista, espressionista lo zoom sulle mani intrecciate. 



U. Boccioni, Forze di una strada, 1911, particolare

L'aver saputo sempre rinnovarsi rende Boccioni uno dei pennelli più interessanti del primo Novecento italiano, fino al retro delle monete da 20 cent. Ma in quanti, oggi, alla cassa del supermarket, in banca o in posta, sanno che è aerodinamica ante litteram? Quanti si chiederanno perché proprio Boccioni? Di una cosa siamo certi: quelle forme curve, convesse e concave avanzano, libere.

lunedì 13 giugno 2016

SUL MEIN KAMPF E SULLA (NEO)CENSURA



di FRANCESCO GALLINA






Deve restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia. Parte della Slesia, della Posnania e della Pomerania devono essere cedute al nuovo Stato di Polonia. La città di Danzica è scorporata dalla Prussia orientale ed è proclamata città libera. Non basta. La Germania, gravemente sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, deve abolire la coscrizione obbligatoria, limitare gli effettivi dell’esercito a 100000 unità, rinunciare alla flotta, militarizzare l’intera fascia del Reno presidiata per 15 anni da truppe francesi, inglesi e belghe. Nel 1923 perde anche la Rhur, bacino carbonifero e siderurgico di primo livello. Una violentissima inflazione comporta la svalutazione del marco. Sono solo 132 i miliardi di marchi che la Germania deve versare agli Stati vincitori della Prima Guerra Mondiale. Il Piano Dawes prevede un sistema a catena per cui dagli USA partono finanziamenti alla Germania perché la Germania ripari a Francia, UK e Italia, i quali pagherebbero così gli interessi e i debiti agli USA. C'è un solo piccolo problema: gli USA sono micidiali e non solo impassibili, ma elevano anche i dazi. La Germania è al collasso totale. Nel 1932 i disoccupati sono 6 milioni. Il pane costa come i diamanti.

Hitler e il Mein Kampf saltano fuori da questo contesto. Contesto in cui, fra l'altro, fior fiore di scienziati appoggiavano da ormai un secolo bislacche teorie antisemite, che sono bislacche oggi, ma non al tempo. In tempo di positivismo, quel che dice la scienza si accoglie come parola divina. Possiamo permetterci di biasimare la storia? No.

L'iniziativa del "Giornale" ha scatenato una bufera, ma prima di tutto giudizi storici errati e farneticanti. Prima regola dello storico: non si giudica mai il passato con gli occhi del presente. Seconda cosa: scordatevi che sia stato Hitler la causa della Seconda Guerra Mondiale e dell'orrore antisemita. La causa della Guerra sono stati i folli Trattati di Versailles, più nazisti di qualsiasi nazista. 

Non possiamo giudicare la storia, ma solo la storiografia. Quello che è accaduto non è opera di Hitler, ma di una Germania stremata che ha dato retta a Hitler. Il nazismo è un marchingegno oliato da milioni di uomini che hanno dato fiducia ad un altro uomo più deciso di loro, che ha preso in mano una situazione disastrosa promettendo la Felicità. Col risultato che quella Felicità non era altro che il preludio alla Morte. Uomini che hanno sbagliato. E nell'errore c'era anche l'eliminazione dei libri e delle opere d'arte considerate degenerate. 

Al di là dei fini con cui "Il Giornale" ha operato, chi nega la lettura di un libro non è certo dalla parte del giusto. Una persona istruita e libera sa distinguere il bene dal male e può affrontare criticamente qualunque testo. La pubblicazione di un libro, qualunque esso sia, è un atto di democrazia e di fede nell'intelligenza dell'uomo. Il problema non è Hitler, sono coloro che - oggi - possono dargli retta. Ma quello non è un problema di Hitler, è un problema degli imbecilli. Un po' come leggere i libri di Lombroso e temere che chi li legge impari che i meridionali siano affetti da naturale cretinismo. Cretino sarà solo chi ci crederà, non chi avrà letto un trattato di Lombroso (sono spassosissimi, ve li consiglio).




sabato 11 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: GIOVAN BATTISTA MARINO




di FRANCESCO GALLINA




Potremmo intitolare questo zoom poetico Giunone e il pavone, come il titolo di un film di Hitchcock del 1929. Per la consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog vi propone il mito del pavone raccontato dalla penna barocca di Giovan Battista Marino, autore del poema Adone (1623). Dedicato al re di Francia Luigi XIII in 5033 ottave suddivise in 20 canti, l'Adone è il poema più lungo della letteratura italiana. Il pavone, con le sue "cento pupille" rappresenta alla perfezione la ricerca del concettismo, il desiderio di pungere il lettore con preziosismi, spirito e arguzia. Le forme del pavone, i suoi colori, la sua vanagloria incarnano lo spettacolo del barocco, che si propone di stupire lo spettatore con la sinuosa danza delle sue linee. Così vale anche per l'art liberty, dove domina la linea ondulata e dinamica. Accompagniamo le ottave 81-98 con uno splendido piatto in maiolica del fiorentino Galileo Chini, i cui splendidi arredamenti ornano ancora oggi le Terme Berzieri di Salsomaggiore.




IL MITO DEL PAVONE

dall'ADONE di GIOVAN BATTISTA MARINO






Di quest’augel pomposo e vaneggiante
(disse Venere allor) parla ciascuno.
Dicon ch’ei fu pastor, che’n tal sembiante
cangiò la forma e così crede alcuno
che la giovenca del’infido amante
a guardar con cent’occhi il pose Giuno
e che, quantunque a vigilar accorto,
fu da Mercurio addormentato e morto.

Contan che gli occhi, onde sen giva altero, 
nele piume gli affisse ancor Giunone,
ed è voce vulgar che’l suo primiero
nome fuss’Argo, ilqual fu poi Pavone.
Or dela cosa io vo’ narrarti il vero
diverso assai da questa opinione;
gli umani ingegni, quando più non sanno,
favole tali ad inventar si danno.
Era questi un garzon superbo e vano,

tutto d’ambizion colmo la mente,
cameriero d’Apollo e cortigiano,
che l’amò molto e’l favorì sovente.
Amor, ch’anch’egli è pien d’orgoglio insano,
ferigli il cor con aureo stral pungente,
facendo da’ begli occhi uscir la piaga
d’una donzella mia vezzosa e vaga.
Colomba detta fu questa donzella, 

laqual veder ancor potrai qui forse,
che fu pur in augel mutata anch’ella,
ma per altra cagion questo l’occorse.
Pavon si nominò, Pavon s’appella
costui, ch’amando in folle audacia sorse.
Seben altro di lui dice la fama,
Pavon chiamossi ed or Pavon si chiama.
Oltre che di bei drappi e vestimenti

si dilettava assai per sua natura,
per farsi grato a lei ne’ suoi tormenti
s’abbellia, s’arricchia con maggior cura:
pompe, fogge, livree, fregi, ornamenti
variando ogni dì fuor di misura,
facea vedersi in sontuosa vesta
con gemme intorno e con piumaggi in testa.
Con tuttociò, da lei sempre negletto,

senza speme languia tra pene e doglie,
perché discorde l’un dal’altro petto
di qualità contraria avean le voglie.
Tutto era fasto e gloria il giovinetto
ne’ pensieri, negli atti e nele spoglie;
l’altra costumi avea dolci ed umili,
mansueti, piacevoli e gentili.
La servia, la seguia fuor di speranza 

con sospir caldi e con preghiere spesse;
e perché, come pien d’alta arroganza,
pensava di poter quanto volesse,
ragionandole un dì prese baldanza
di farle troppo prodighe promesse;
tutto l’offrì ciò che bramasse al mondo
dal sommo giro al baratro profondo.
"Poiché tanto (diss’ella) osi e presumi, 

voglio accettar la tua cortese offerta,
e del foco, ond’avampi e ti consumi,
giovami di veder prova più certa.
Recami alquanti de’ celesti lumi,
se vuoi pur ch’ad amarti io mi converta;
se servigio vuoi far che mi contenti,
dele stelle del cielo aver convienti.
Grande impresa fia ben quelch’io ti cheggio, 

non difficile a te, s’ardir n’avrai,
poiché presso a colui tieni il tuo seggio
che le raccende con gli aurati rai.
Qualora scintillar lassù le veggio
di tanta luce io mi compiaccio assai
e bramo alcuna in mano aver di loro
sol per saper se son di foco o d’oro".
O volesse fuggir con questa scusa 

quell’assalto importun ch’egli le diede,
o forse per non esserne delusa
esperienza far dela sua fede,
o perché pur la femina è sempr’usa
ingorda a desiar ciò ch’ella vede
ed, indiscreta, altrui prega e comanda
e le cose impossibili dimanda,
basta ch’egli in virtù di tai parole 

ogni suo sforzo a cotant’opra accinse;
aspettò finché’l ciel, sicome suole,
di purpureo color l’alba dipinse
ed egli uscito in compagnia del sole,
che la lampa minor sorgendo estinse,
ale luci notturne e mattutine
accostossi per far l’alte rapine.
"Su mio cor (dicea seco) andianne audaci

l’oro a rubar del bel tesor celeste,
ch’un raggio sol di due terrene faci
val più che lo splendor di tutte queste.
Di stender non temiam le man rapaci
nele gemme ch’al ciel fregian la veste,
pur che’n cambio del furto abbiam poi quelle
dele stelle e del sol più chiare stelle".
Orbe del lume e dela scorta prive

fuggian le stelle in varie schiere accolte,
e sicome talor per l’ombre estive
quando l’aria è serena avien più volte,
sbigottite, tremanti e fuggitive
per fretta nel fuggir ne cadean molte.
Pavone allora il suo mantel distese
ed un groppo nel lembo alfin ne prese.
Giove, che vide il forsennato e sciocco 

giovane depredar l’auree fiammelle,
sdegnossi forte e da grand’ira tocco
gli trasformò repente abito e pelle;
l’orgoglioso cimier divenne un fiocco
e nela falda gli restar le stelle;
Febo, che pietà n’ebbe e l’amò tanto,
per sempre poi gliele stampò nel manto.
Del ciel l’ambiziosa imperadrice 

tosto che vide il non più visto augello
che’l pregio quasi toglie ala fenice,
il volubil suo carro ornò di quello;
poi le penne gli svelse e fu inventrice
d’un istromento insieme utile e bello
ond’ale mense estive han le sue serve
cura d’intepidir l’aura che ferve.
Ed io, che soglio ognor qualunque imago 

scacciar dagli orti miei difforme e trista,
d’averlo ammesso qui godo e m’appago,
ché grazia il loco e nobiltà n’acquista,
perché natura in terra augel più vago
non credo ch’offerir possa ala vista,
né so cosa trovar fra quanti oggetti
invaghiscano altrui, che più diletti.
Vedilo là, ch’a’ più bei fior fa scorno 

e ben d’altra pittura i chiostri onora,
con quanta maestà rotando intorno
di mirabil ghirlanda il palco infiora.
Perché crediam che sì si mostri adorno,
senon per allettar chi l’innamora
e per aprire ala beltà, che mille
fiamme gli aventa al cor, cento pupille?


lunedì 6 giugno 2016

LA PAZZA GIOIA DOPO BASAGLIA



di FRANCESCO GALLINA







C'è l'esteta kirkegaardiano che rischia di sfociare nel vuoto assoluto: Paolo Sorrentino. C'è il simbolista che riscopre parte da un insipido Gomorra per approdare alle atmosfere barocche: Matteo Garrone. Poi c'è chi parte dal "deviato" per scatenare il motore dell'umorismo, sentimento del contrario per Pirandello, meccanismo di difesa per Freud. Ecco, nel cinema italiano contemporaneo, questo è Paolo Virzì: non retorico, ampolloso e vanesio, ma certamente un retore che conosce a fondo le infinite potenzialità della parola. Come nel Capitale umano, anche ne La pazza gioia Virzì si affida soprattutto alla parola, lontano dai sazianti monologhi ridicoli e sbrodolati di Sorrentino. Certo, mancano incredibili effetti speciali, imprevedibili movimenti di macchina, e la fotografia non è quella artistica e raffinatissima di Luca Bigazzi, ma il bello del film di Virzì è la scrittura. 

La pazza gioia scorre che è un piacere. Le riprese sono da fiction, la sceneggiatura è da cinema, cinema vero. Paolo Virzì e Francesca Archibugi hanno fatto un lavoro di scrittura eccellente e hanno affidato i ruoli delle protagoniste a due attrici di eccezionale bravura. La sempre irresistibile Valeria Bruni Tedeschi (che vedremo ad agosto in Ma Loute) interpreta Beatrice Morandini Valdirana, un'isterica logorroica ed egoista che incarna alla perfezione il montaliano "bla bla dell'alta società": amica di Berlusconi e Armani, di banchieri e chef dell'alta cucina, aspira a ricongiungersi con Renato, criminale per il quale ha tradito il marito. Micaela Ramazzotti veste i panni della taciturna Donatella, ragazza madre che non vede l'ora di riabbracciare il figlio dal quale è stata allontanata poco dopo il parto, dopo svariati tentativi di suicidio. 

Ne esce una tragicommedia a tratti divertentissima, a tratti commovente, molto sensibile a un tema delicatissimo quale è quello della psicopatologia. Le due donne, infatti, si conoscono all'interno della campestre Villa Biondi, centro di cura per malati di mente presso il cui ingresso c'è un cavallo blu (inquadrato in una sola scena) che non può non essere colta allusione a Marco Cavallo, attore e regista che aprì le porte del manicomio di Trieste grazie all'arte teatrale e alla costruzione, appunto, di un enorme cavallo blu. Complice, forse, «Il viaggio di Marco Cavallo» di Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi al Torino Film Festival venne presentato nella sezione «Diritti e rovesci» curata proprio da Paolo Virzì. 
Lo stesso fa Virzì, che inserisce nel cast alcuni malati reali. Post-Basaglia, il paziente è trattato con maggiore attenzione e con uno sguardo certamente più "umano", ma i medicinali restano ancora l'unica possibile via d'uscita dalla follia, da una supposta devianza che fa dei ricoverati degli emarginati sociali da recuperare. Manca in questi esseri umani la normalità di un quotidiano rapporto, sostituendo alla forza vitale il nichilismo. Che sia schizofrenia, bipolarismo o nevrosi, gli atteggiamenti ossessivo-compulsivi sono un evidente segno di morte camuffato sotto false sembianze di vita. Come guarire, allora? Cercando di ristabilire un dialogo, un contatto. Le medicine non si possono eliminare, forse, ma i rapporti si possono costruire o aggiustare. Le medicine, forse, non si possono eliminare, ma le medicine non guariscono. Le medicine sono solo palliativi. La soluzione è, magari, fuggire in due, insieme, e riscoprire la bellezza delle relazioni umane, dopotutto. Il futuro sta nelle parole e nelle nostre mani, come cantava Gino Paoli, "mani grandi, senza fine".

sabato 4 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CAMILLO SBARBARO



di FRANCESCO GALLINA



C'è un rapporto filiale e sacrale fra Camillo Sbarbaro e la Liguria. Lo stesso rapporto che ritroviamo, elaborato con lessico e stile diverso, in Eugenio Montale. Quella del poeta di Santa Margherita è una Liguria pietrosa, ossuta, scabra, ardua da percorrere, percossa dai venti. Ma la Liguria è anche interlocutrice, amica e madre entro il cui corpo paesaggistico è possibile impiantare panicamente le radici, e crescere. Scarsa lingua di terra è un elogio alla regione ligure, magro e irregolare lembo di terra, mare e roccia, dove si confondono i gialli dei limoni, la salsedine e l'aroma delle erbe, dove piattezza e bufera di alternano nevroticamente. Per la consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog accompagna questo idillio con un olio su tela del contemporaneo Leonid Afremov, pittore bielorusso che, attraverso l'uso sapiente della spatola, è capace di rendere tanto la linearità quanto i forti contrasti di questa magnifica terra, in quello che potremmo definire un "postimpressionismo 2.0".



SCARSA LINGUA DI TERRA

in RIMANENZE di CAMILLO SBARBARO




Leonid Afremov, Portofino - Liguria, olio su tela 



Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d'ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l'alghe e le procellarie
ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.

Liguria, 
l'immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui nelle contrade grasse dove l'erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d'oro sull'omero - dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato 
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall'olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l'amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.

Bevvi 
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.

Marchio d'amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l'anima,
Liguria, che hai d'inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d'improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s'aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l'ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra
dall'oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
- aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s'affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell'alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l'orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L'ultimo remo, vecchio marinaio
t'appenderei.

Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s'accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell'erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.