lunedì 6 giugno 2016

LA PAZZA GIOIA DOPO BASAGLIA



di FRANCESCO GALLINA







C'è l'esteta kirkegaardiano che rischia di sfociare nel vuoto assoluto: Paolo Sorrentino. C'è il simbolista che riscopre parte da un insipido Gomorra per approdare alle atmosfere barocche: Matteo Garrone. Poi c'è chi parte dal "deviato" per scatenare il motore dell'umorismo, sentimento del contrario per Pirandello, meccanismo di difesa per Freud. Ecco, nel cinema italiano contemporaneo, questo è Paolo Virzì: non retorico, ampolloso e vanesio, ma certamente un retore che conosce a fondo le infinite potenzialità della parola. Come nel Capitale umano, anche ne La pazza gioia Virzì si affida soprattutto alla parola, lontano dai sazianti monologhi ridicoli e sbrodolati di Sorrentino. Certo, mancano incredibili effetti speciali, imprevedibili movimenti di macchina, e la fotografia non è quella artistica e raffinatissima di Luca Bigazzi, ma il bello del film di Virzì è la scrittura. 

La pazza gioia scorre che è un piacere. Le riprese sono da fiction, la sceneggiatura è da cinema, cinema vero. Paolo Virzì e Francesca Archibugi hanno fatto un lavoro di scrittura eccellente e hanno affidato i ruoli delle protagoniste a due attrici di eccezionale bravura. La sempre irresistibile Valeria Bruni Tedeschi (che vedremo ad agosto in Ma Loute) interpreta Beatrice Morandini Valdirana, un'isterica logorroica ed egoista che incarna alla perfezione il montaliano "bla bla dell'alta società": amica di Berlusconi e Armani, di banchieri e chef dell'alta cucina, aspira a ricongiungersi con Renato, criminale per il quale ha tradito il marito. Micaela Ramazzotti veste i panni della taciturna Donatella, ragazza madre che non vede l'ora di riabbracciare il figlio dal quale è stata allontanata poco dopo il parto, dopo svariati tentativi di suicidio. 

Ne esce una tragicommedia a tratti divertentissima, a tratti commovente, molto sensibile a un tema delicatissimo quale è quello della psicopatologia. Le due donne, infatti, si conoscono all'interno della campestre Villa Biondi, centro di cura per malati di mente presso il cui ingresso c'è un cavallo blu (inquadrato in una sola scena) che non può non essere colta allusione a Marco Cavallo, attore e regista che aprì le porte del manicomio di Trieste grazie all'arte teatrale e alla costruzione, appunto, di un enorme cavallo blu. Complice, forse, «Il viaggio di Marco Cavallo» di Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi al Torino Film Festival venne presentato nella sezione «Diritti e rovesci» curata proprio da Paolo Virzì. 
Lo stesso fa Virzì, che inserisce nel cast alcuni malati reali. Post-Basaglia, il paziente è trattato con maggiore attenzione e con uno sguardo certamente più "umano", ma i medicinali restano ancora l'unica possibile via d'uscita dalla follia, da una supposta devianza che fa dei ricoverati degli emarginati sociali da recuperare. Manca in questi esseri umani la normalità di un quotidiano rapporto, sostituendo alla forza vitale il nichilismo. Che sia schizofrenia, bipolarismo o nevrosi, gli atteggiamenti ossessivo-compulsivi sono un evidente segno di morte camuffato sotto false sembianze di vita. Come guarire, allora? Cercando di ristabilire un dialogo, un contatto. Le medicine non si possono eliminare, forse, ma i rapporti si possono costruire o aggiustare. Le medicine, forse, non si possono eliminare, ma le medicine non guariscono. Le medicine sono solo palliativi. La soluzione è, magari, fuggire in due, insieme, e riscoprire la bellezza delle relazioni umane, dopotutto. Il futuro sta nelle parole e nelle nostre mani, come cantava Gino Paoli, "mani grandi, senza fine".