sabato 31 ottobre 2015

UNA SCRITTRICE A CASO, MA NON TROPPO: VERA BONACCINI


di FRANCESCO GALLINA



Le voci impietose, disilluse e scorrette ci piacciono. I lettori che seguono #busillisblog lo sanno. Fin troppo bene. 
Per questo abbiamo deciso di ospitare uno scritto di Vera Bonaccini, eclettica scrittrice che ha gentilmente risposto a una nostra intervista, interessante e tagliente, che uscirà lunedì prossimo. Intanto, per la consueta rubrica del sabato, la casa vi offre una degustazione. Il menù completo sta per arrivare. E sarà gustosamente anti-PDF. 
E chi sarebbero i PDF? Di certo, non quello che state pensando. 
Ce ne parla nella sua caustica Odontoiatria Poetica.


ODONTOIATRIA POETICA

di Vera Bonaccini



Foto di Cristina Rizzi Guelfi


qualcuno ha predetto che un giorno saremmo stati tutti famosi per quindici minuti.
quello che si è dimenticato di aggiungere è che, al tredicesimo minuto, avremmo già rotto il cazzo a tre quarti della popolazione mondiale.
benvenuti nell’era dei social network! benvenuti nell’era dei poeti di facebook!!
il poeta di facebook (da qui in poi indicato come PDF, per comodità) trascorre le sue giornate a svolgere fondamentalmente un’unica occupazione e no, non è scrivere!
il PDF, da quando apre gli occhi al mattino a quando li richiude la sera (o viceversa), TAGGA! Tagga cani e porci in ogni imperdibile evento culturale in cui è invitato, che poi si tratti di declamar versi alla Sagra del peperone di Carmagnola o di vergare endecasillabi sul tavolaccio in legno di una birreria in provincia di Varese è uguale! Egli (o Ella che sia) TAGGA!
Tagga cani e porci ogni volta che il mondo ha la (discutibile) fortuna di poter posare lo sguardo sui suoi versi immortali, che si tratti di motti di spirito sui tovagliolini del bar, di arguti haiku sulle scatolette di tonno o dell’ennesimo libro autopubblicato su lulu, Egli (o Ella), implacabilmente TAGGA!
perché il PDF, in realtà, di poesia non solo non ne capisce una fava, ma manco si degna di leggerne. tutti a sdilinquire come si accenna alla Merini, tutti a correre su wikipedia se si dice Antonia Pozzi. e giuro, era Antonia, non Moana, quella è un’altra storia!
il PDF vive in una galleria degli specchi in cui l’ego rimbalza come uno scoiattolo volante ubriaco. il PDF scrive solo per scopare; nel migliore dei casi scopa per non doversi mettere a scrivere.
il vero senso del decadentismo è fargli cadere i denti!
odontoiatria poetica e calci in culo, che francamente avete rotto!

“scrivi poesie?”
“certo! non si capiva dal selfie delle tette?”

mercoledì 28 ottobre 2015

IN CASA MIA IO SONO IO, OVVERO DELLA PROPRIETÀ PRIVATA



di FRANCESCO GALLINA



Fra Buonanno che propone il bonus pistola - solito com'è a esibirsi in spettacoli pagliacceschi - e certa sinistra italiana che si arrampica ai dati che vedrebbero il calo di furti nelle abitazioni, sta in mezzo come un palo luminoso, ma per molti opaco, il sacrosanto diritto alla proprietà privata.

Che cosa vuole dire? Che ci sono limiti sacri che devono essere rispettati. Che esiste uno spazio - il mio spazio - ben concluso, perimetrato e registrato al catasto, che condivido con te solo e soltanto se te lo permetto. Non è un caso che il vicino di casa, quando suona al campanello per chiedervi il sale o una cipolla, si arresti al tappeto, che è l'unica proprietà privata calpestabile da tutti anche se di proprietà privata. Insomma, avete capito. A meno che non sia la bella pollastra del pianerottolo, il vicino di casa, per parlarvi, non schizzerà nella vostra camera da letto, ma si fermerà fuori, a meno che non siate voi a invitarlo ad entrare.
Ciò che è mio non è tuo e ciò che è tuo non è mio. Solo nel momento in cui fra noi due ci fosse affinità di pensiero o umana civiltà, allora, potremmo frequentarci da buoni amici.
Ciò che è mio non è tuo e ciò che è tuo non è mio. Repetita iuvant. Vale per la casa, ma anche per i titoli di studio. Conosco personaggi che vedono di cattivo occhio un laureato solo perché loro, svogliati quali sono, non hanno avuto né il tempo né il desiderio di faticare sui libri. Sono discorsi senza senso, ma anche il comunismo sfrenato è senza senso. Non lo ha mai avuto, e ha sempre, costantemente, imperturbabilmente, fallito. I dirigenti comunisti dell'Europa Orientale del secondo dopoguerra sono sempre stati falliti che hanno preteso con la forza che anche i loro concittadini scivolassero al loro livello di fallimento: è un atteggiamento comunista, non marxista. Marx, i parassiti, li avrebbe scagliati all'inferno (la vignetta è, dunque, filosoficamente sbagliata, ma gustosissima). E i ladri, dopotutto, non sono altro che miseri parassiti. Sbruffoni, oltretutto, perché credono che il ladro sia tu, che hai fatto soldi e che, per questo, sia causa primaria del loro stato di povertà. Cioè tu non dovresti vivere nella tua una casa, simulacro del capitalismo assassino e blablabla. Almeno, dico, almeno, dovresti avere la misericordia di condividere con lui - il ladro - i tuoi averi, cioè abbassarti al suo livello. Questo è solo "buonismo". Quel tipo di buonismo che viene a fare tabula rasa di ciò che di più prezioso caratterizza l'umanità: il rapporto. Ma il rapporto umano non si stabilisce sulla base del barattolo vuoto di gelato scosso dallo zingaro alla stazione di Roma Termini. Il rapporto umano è rapporto di pensiero, è rispetto, è interesse reciproco: nel momento che io regalassi un euro al mendicante, quell'euro sarebbe infruttuoso, perché casuale, guadagnato senza un lavoro effettivo. Il rapporto, questo sconosciuto. Esattamente ciò che manca, per inteso, ai politici che rubano, agli italiani che non pagano le tasse. Sono ladri anche quelli: ladri in casa loro. Pidocchi parassiti. Laddove manca il rapporto con la legge, crolla qualsiasi rapporto con l'uomo, che fa la legge. E allora si precipita nell'homo homini lupus, fomentato da una magistratura del tutto incapace di applicare la legge. La polizia e i carabinieri (che non sono la stessa cosa), sono solo quelli che vanno a finirci in mezzo, ingiustamente.

Democratizzare le armi significa democratizzare le morti.
Ma giustificare i furti come conseguenza dell'estrema, disperata povertà, è discorso comunista e francescano (i francescani, d'altronde, erano mendicanti). E c'è qualcun altro che li ricorda... mi sfugge il nome...
Anche se i furti sono in calo, ci sono sempre. E sono una delle più gravi violazioni che un essere umano possa subire, a livello fisico e psicologico.
Ai ladri, di rubare, non glielo prescrive il medico: mettano in conto che entrare nei luoghi privati, perché acquistati con soldi che non sono i loro, potrebbe voler dire uscire orizzontali. 

Il sindaco vicentino Joe Formaggio ha rilasciato l'affermazione: "In casa mia io sono Dio".
Sbaglia: essere Dio equivarrebbe alla possibilità di seviziare un figlio, di sgozzare una moglie; di spaccare il soffitto, e far cadere giù i vicini del piano di sopra. 
E allora? Allora, mettiamola così:"in casa mia, io sono io".
E il fatto che sia io, basta e avanza, senza scomodare metafisici numi. Dio è sconfinato. Io, invece, è un confine precisissimo: violarlo è pericoloso per tutti. 

lunedì 26 ottobre 2015

IL NON PLUS ULTRA DEL CASTELLO DI SAMMEZZANO




di FRANCESCO GALLINA




Matteo Garrone lo ha scelto come location per una scena di corte nel suo magistrale Tale of tales (2015): la sterile regina di Selvascura vi mangia il pulsante cuore di un drago per restare incinta (maternità assistita ante litteram?).

Vi si fondono mirabilmente elementi e stili architettonici tipici di Persia, India, Iran, Egitto, Andalusia.
Il suo ideatore fu l'eclettico Ferdinando Panciatichi Ximenes D’Aragona: politico, ma anche fine intellettuale, conoscitore raffinato degli scritti danteschi, bibliofilo e persino botanico e ingegnere. Siamo a Leccio di Reggello, in provincia di Firenze, e stiamo parlando di un capolavoro mozzafiato: il Castello di Sammezzano, visitabile solo in pochissime date dell'anno, grazie all'impegno esercitato dai componenti del Comitato FPXA 1813-2013.
Azzardando, potremmo collocare il Castello fra l'esubero esotico del Vittoriale dannunziano e le atmosfere favolistiche della Rocca Mattei di Grizzana Morandi. Siamo di fronte a un esperimento originalissimo per collocazione e, allo stesso tempo, radicalmente legato a una secolare tradizione moresca che fa dell'Oriente arabeggiante il suo grande punto di riferimento.
Circondato da uno dei parchi più vasti della Toscana con gigantesche sequoie californiane, grotte artificiali, fontane e manufatti in cotto, l'interno l'edificio palesa un delirio scultoreo, un fiabesco tripudio di bellezza: si resta estasiati dal luminoso candore della Stanza Bianca, degli Amanti e da Ballo, nonché dagli intagli, dai virtuosismi architettonici e coloristici della Sala dei Gigli e della famosa Sala dei Pavoni.


 

Sala dei Gigli

#busillisblog sostiene Save Sammezzano, la petizione online  contro la messa all'asta della struttura che, in stato di abbandono, sconta il disinteresse dello Stato e rischia di diventare esclusivo resort di lusso. E l'esclusivismo, lapalissiano ricordarlo, esclude: il che è sempre pericoloso e profondamente anticulturale.   Dopo ben 6 interrogazioni parlamentari, non si è avuta ancora nessuna risposta da parte del Ministro della Cultura Franceschini. 

L'elevatissimo numero di richieste di visita da parte dei turisti dimostra quanto l'Italia potrebbe affrontare e - perché no - superare le sue tante difficoltà economiche grazie a un vitale turismo culturale. Turismo che sa prediligere le grandi città, i monumenti più famosi, ma anche quelli più nascosti, che soffrono l'isolamento e la noncuranza che, ahinoi, si toccano con mano: alcune pareti del Castello sono graffitate e anfore sono scarabocchiate da squallidi atti vandalici.


Così, affonda quel che di prezioso v'è in l'Italia , giorno dopo giorno, mentre si discute di civiltà e utopici ideali che guardano il cielo, non le perle della Terra da custodire e conservare. E allora viene da fissare la morta Torre dell'Orologio, con le lancette ferme, come l'orologio della stazione di Bologna. 
E scorre un brivido, una rabbiosa e profetica sensazione di abbandono, confermata - col senno di poi - da quella scritta in rilievo che campeggia nella Sala delle Stalattiti: 

Pudet dicere sed verum est publicani scorta – latrones et proxenetae italiam capiunt vorantque nec de hoc doleo sed quia mala – omnia nos meruisse censeo. 


Che tradotto, significa: "Mi vergogno a dirlo, ma è vero: esattori, prostitute, ladri e sensali tengono in pugno l’Italia e la divorano, ma non soffro di ciò, semmai del fatto che ci siamo meritati tutti i nostri mali."

E intanto? Dallo Stato verrà detto - se verrà detto mai qualcosa - di aspettare. Aspettare? Non plus ultra.
A buon intenditore, poche parole.




sabato 24 ottobre 2015

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: ELIO PAGLIARANI


di FRANCESCO GALLINA

Sono prigioni, la città e la periferia operaia di Milano raccontate attraverso le poetiche pennellate plumbee di Elio Pagliarani, nel suo capolavoro in versi La ragazza Carla
Per la consueta rubrica del sabato di #busillisblog, abbiamo deciso di associargli un'opera del milanese contemporaneo Tom Porta, che distorce e distrugge i luoghi di massa - o, meglio, nonluoghi - inglobandoli in atmosfere violentemente distopiche.


SONO MOMENTI BELLI: c'è silenzio


da La Ragazza Carla (1960) di ELIO PAGLIARANI




Tom Porta, Nube purpurea. Milano, Stazione Centrale (2007)


Sono momenti belli: c'è silenzio
e il ritmo d'un polmone, se guardi dai cristalli
quella gente che marcia al suo lavoro
diritta interessata necessaria
che ha tanto fiato caldo nella bocca
quando dice buongiorno

è questa che decide
e son dei loro
non c'è altro da dire.

E questo cielo contemporaneo
in alto, tira su la schiena, in alto ma non tanto
questo cielo colore di lamiera
sulla piazza a Sesto a Cinisello alla Bovisa
sopra tutti i tranvieri ai capolinea
non prolunga all'infinito
i fianchi le guglie i grattacieli i capannoni Pirelli
coperti di lamiera?

È nostro questo cielo d'acciaio che non finge
Eden e non concede smarrimenti,
è nostro ed è morale il cielo
che non promette scampo dalla terra,
proprio perché sulla terra non c'è
scampo da noi nella vita.

venerdì 23 ottobre 2015

CLET ABRAHAM A PARMA E LA CRITICA DELLA RAGION SEGNALETICA



di FRANCESCO GALLINA








Parma, Strada Benedetto Cairoli



Dà ai cartelli stradali ciò di cui sono privi: l'umanità. Attribuisce loro una nuova semantica, che stimola lo sguardo e l'immaginazione di chi attraversa vie, strade e vicoli di alcune delle più belle città europee e italiane. Fra queste, anche Parma.
Si chiama Clet Abraham, artista di origini francesi, ma da venticinque anni attivissimo in Italia. Delizia del viandante e croce della Polizia, Abraham agisce di notte antropomorfizzando i cartelli stradali, modificando o aggiungendo tratti ironici che suscitano spesso il riso o - perché no - la riflessione. Alcuni sono geniali chicche in perfetto street style, altri calembour o semplici divertissement fatti di segni. Una forma comunicativa efficace, sintetica e diretta, che arricchisce scorci stradali spesso inediti: non solo davanti alla Tour Eiffel, ma anche nella sconosciuta via XXII Luglio a Parma.



Parma, via XXII Luglio 
L'attività dello street artist ha un doppio obiettivo: introdurre una scintilla artistica su una superficie apparentemente inadatta ad essere sfruttata artisticamente, e rendere straniante la funzione del cartello stradale. La segnaletica diventa filtro attraverso cui convogliare nuovi significati. 
Il cartello stradale è utile, ma non sempre. Anzi, talvolta risulta essere elemento estraneo, alieno, che, se da un lato informa, dall'altro è piantato in punti talmente scomodi (e sacrileghi) da danneggiare o irritare visione, contemplazione o panoramica su monumenti o edifici di interesse storico-artistico. Quante volte ci siamo contorti con la macchina fotografica per evitare che nello schermo entrasse quell'invadente cartello piazzato nel punto meno idoneo possibile?


Parma, Via XXII Luglio
C'è poi l'aspetto più filosofico, ma non per questo meno rilevante: il cartello stradale è il simbolo dell'autorità comunale, provinciale, regionale o - generalmente - statale. Il cartello è il correlativo oggettivo della legge. Toccare le regole che vengono dall'alto è, dopotutto, un atto di protesta: la legge non viene stravolta, annientata o cancellata, ma decorata e umanizzata. Un freddo pezzo di metallo può essere rivitalizzato da un colorato e tutt'altro che banale intervento urbano artistico. Dopotutto, quello di Abraham è un tentativo ben riuscito di apportare un atto di sana libertà creativa su quelli che sarebbero simboli inviolabili. 

Abraham non rimuove né danneggia i cartelli, ma quelli da lui prodotti e applicati sono stickers che potrebbero essere eliminati. Nel 2014, a Parma, non mancarono sterili polemiche: l'artista dipinge o imbratta? E nemmeno la tanto abusata domanda nel campo in cui Abraham lavora: ma la street art è vera arte? Non vorremo mica paragonare questa roba alla Cappella Sistina? Per non parlare del codice stradale e dei possibili pericoli che tali interventi causerebbero al popolo della strada. Non lo neghiamo: le mani dell'artista vanno a toccare qualcosa che appartiene al bene comune, alla comunità, e che per questo dovrebbe essere rispettato, pena la bacchettata delle Forze dell'Ordine. 
Tutto vero. Ma non sarebbe street art.


Parma, Piazza Garibaldi 
In una città bigia e cadaverica come Parma appoggiamo il lavoro svolto dal nostro Clet, che ha agito, fra l'altro, in punti talmente centrali della città che, vedervi passare auto, è impresa titanica. Vero anche che Parma è chic, eco, finto-vintage, bio e smart. E che c'è Correggio e Parmigianino che valgono molto di più. Ma è anche una città morta e chiusa a riccio, dove gli imbrattatori - quelli veri - macchiano con le loro scritte ciò che più di tutto il nostro street artist difende: le opere d'arte. Pensiamo al Palazzetto Eucherio Sanvitale e al Tempietto d'Arcadia stuprati dai vandali nel Parco Ducale. E, allora, noi di #busillisblog ci auguriamo di vedere nuove creazioni: di buchi lerci e squallidi da galvanizzare, a Parma, ce ne sono fin troppi. Basta poco: un divieto di transito crocifisso o un pacman che divora un divieto di accesso. 

In centro, poi, non serve un cartello modificato per morire. Basta una coltellata. Non serve un cartello modificato per deturpare i viali. Bastano i mefitici sacchi della spazzatura esposti per la differenziata in mezzo alle strade. Ma quella è tutta un'altra storia. O forse no.


Segnaletica all'Isola d'Elba.



mercoledì 21 ottobre 2015

CRITICA DELLA RAGION EROICA, OVVERO DI ERRI DE LUCA



di FRANCESCO GALLINA




Prendete un uomo. Preferibilmente di sinistra, ma anche di destra. Sempre che destra e sinistra vogliano dire qualcosa. Fatto? Fategli pendere una pesante spada di Damocle sulla testa ma, soprattutto, lasciate che si lamenti, che possa esprimere la sua sofferenza. Lasciate che, commesso l'errore, l'anello che non tiene, abbia modo di difendersi facendo appello ad elevati ideali platonici. Fatto? Parlatene in TV, sui giornali, alle radio. Sfruttate ogni mezzo di comunicazione. Ora, fate passare del tempo, un po' di anni, e poi assolvetelo. Assicuratevi che sia vivo. 
Perché fosse morto, gli avreste già fatto crescere l'aureola. Non appena avesse chiuso gli occhi, gli avreste dedicato persino una via, magari un monumento. Anche se un incapace, come Cadorna; anche se assassino, come Mazzini. 
Invece no, è vivo, e quindi può godere del suo eroismo sulla sua viva pelle. E, se permettete, è molto più divertente.
Non avesse ideali, il vostro uomo, resterebbe un pezzente. Che poi gli ideali siano bolle di sapone, poco importa. Ma con attaccate le ali degli ideali, si diventa santi subito. Eroi.
In Italia ce ne sono molti. Sono i martiri dei pomposi ideali.

Lo è stato anche Robespierre prima di finire sotto la ghigliottina. Non fosse altro che, prima, ad averla usata con tanta goduria, non fosse stato lui stesso. E la fratellanza? Sotto la ghigliottina. Prima vengono gli ideali. Gli ideali francesi si studiano su tutti i libri di scuola. Si dica siano rivoluzionari. Forse sono solo chiacchiere, ma gli storici non possono dirlo. Anche quel famoso motto... non mi ricordo... ah sì: la legge è uguale per tutti. Ma credete davvero abbia riscontro reale?

Creare eroi è sempre sintomo patologico. Anche quando si eroizzano uomini inimitabili, come Falcone e Borsellino. 
Peccato che quest'ultima frase contenga un errore grave. Gravissimo.
L'aggettivo inimitabile, che ben si sposa al sostantivo eroe, è il germe della malattia. Se Falcone e Borsellino sono eroi, sono là, sul cucuzzolo di una montagna irraggiungibile, un cielo metafisico che solo loro e pochi altri possono toccare. Loro là, noi qua. E, in quanto qua, non possiamo farci niente. Potevano loro perché loro. E noi? Solo qualche corteo antimafia, per sentirci più sicuri, per pulirci la coscienza. 
Creare eroi significa creare dei. E gli dei non esistono se non nelle menti degli uomini.

Basta scrivere Gomorra perché un emerito sconosciuto come Saviano divenga un idolo delle folle. Lo vuole persino Maria de Filippi, per solo per dire che il suo è un programma edificante e che basta qualche storia strappalacrime per elevare moralmente i dementi Amici. Ne dice di tutti i colori, Saviano, contro la camorra, nel suo splendido libro, ma non è su questo che la massa si concentra, bensì sulle sue parole pompose e gonfiate come dirigibili, e come dirigibili alte, alate, elevate sopra le nostre teste di gente comune. Come dire: non potremmo mai essere Saviano. Perché Saviano è là, e noi siamo qua. Ma senza il qua, i milioni e il successo che ha guadagnato, Saviano, se li sarebbe potuti scordare. 

Ed ecco che salta fuori Erri de Luca, assolto anche se esorta a sabotaggio. Che, pensandoci bene, sabotare è un atto squallido tanto quando la TAV. Non c'è paradosso, avete capito bene: io sono contro la TAV e contro le parole di Erri De Luca. Non contro la sua assoluzione, ci mancherebbe, ma contro le sue parole che, come dice il caro Nanni, sono importanti. Perché sabotare, se vogliamo parlare di ideali come quello tanto sbandierato della democrazia, è un atto delinquenziale e per niente democratico. Magari compiuto per fare del bene, ma si fa sempre il bene per qualcuno, non per tutti. 

L'Italia funziona così. Lo Stato è governato da uomini eletti dal popolo (sorvoliamo su Renzi). Il governo prende decisioni. Criticare quelle decisioni è legale, è un diritto. Sabotarle mentre sono all'opera è illegale. Molto semplice, ma la magistratura vede quel che vuole. Non fosse per problemi di miopia, Berlusconi sarebbe finito in carcere almeno un giorno, ma così non è stato. Allora non è più una questione di destra o di sinistra, ma di buon senso civico. Invitare al sabotaggio è atto criminoso, soprattutto se a lavorare non c'è chi vuole la TAV, ma chi cerca di portare a casa due spiccioli per mandare avanti la baracca.
Sabotare non è legittima difesa, ma pensiero criminoso tanto quanto stuprare un paesaggio perforando montagne.

Pensare è una grande fatica. Meglio delegarla ad altri, agli eroi nazionali, a quelli che scrivono belle parole (tirando fuori persino Gandhi e Mandela), non per rivelare grandi verità, ma per mistificare la realtà e godere del plauso popolare. Semplici persuasori. Tanto che vanno a scomodare persino i figli di Robespierre. Come Hollande, ad esempio. Sono quelli che predicano bene e razzolano male e, per magia, hanno l'ammirazione incontrastata di tutti. O quasi. 

Eppure, Brecht nel suo Galileo, lo diceva: "Sventurata la terra che ha bisogno di eroi."

domenica 18 ottobre 2015

ROMA, PUTREFATTO CADAVERE IN "SUBURRA"



di FRANCESCO GALLINA







È una Roma dannunziana, quella di Suburra

Tutto è pioggia. L'asfalto è pioggia. I corpi sono pioggia, o forse quel che la pioggia fomenta: il fango. 
Piove, diluvia, ininterrottamente. Un'infernale cateratta apocalittica, che travolge una Roma decadente, dove sono le ombre del passato e le imponenti architetture barocche a osservare, tacite e impotenti, gli escrementi criminali e perversi che custodiscono: dagli zingari ricchi e strafottenti ai politici ridicoli e senza scrupoli, dalle escort erotomani alle tossicomani che cadono a pezzi. 

Ma, se all'Apocalisse segue il trionfo dei puri di cuore e la caduta dei demoni, nel grandioso film di Sollima l'Apocalisse è solo un espediente narrativo, per scandire il tempo e il susseguirsi dei giorni, delle scene, dell'incessante declino. Dopotutto, Roma resta sempre un tombino a cielo aperto, dove i sorci si tirano per la coda, in una trama che vede protagonisti provenienti da classi sociali, culture e lingue molto diverse. Eppure c'è un filo rosso che lega tutti, indistintamente, una struttura portante, invisibile, seducente e fatale: la ricerca del Potere, un assenzio che stordisce e porta con sé nient'altro che assenza di pensiero costruttivo e morte. I protagonisti si muovono senza orientamento, vagano senza una meta precisa, anche se i luoghi restano sempre gli stessi: Vaticano, Parlamento, lido di Ostia. 
Una Roma anarchica, senza legge, dove le grandi assenti sono le Forze dell'Ordine. Le uniche sirene sono quelle delle auto blu. Una Roma fin de siècle, anzi, da compromesso vittoriano: moralismo di facciata, parole zuccherose alla Renzi e puttane di lusso a letto, dove le pulsioni sessuali si manifestano nella loro bestiale innaturalezza. I corpi, nudi o coperti che siano, o si sfiorano o si azzannano ferocemente: più che della volpe, vige la logica machiavellica del leone, ben rappresentato dal rabbioso cane molosso di Manfredi Anacleti. 
L'intelligenza è messa fuori gioco. Prevale, allora, solo la furbizia, il sotterfugio, la scorciatoia clandestina, il ricatto, cosicché il mondo si fa sempre più piccolo, le distanze si riducono, lo spazio diventa chiuso, claustrofobico. Tutto deve reggere un sistema, ma il sistema vive su fondamenta volubili, forti solo all'apparenza. Basta poco perché le carte in tavola si rovescino. 

Il Potere si rivela una droga nefasta più dell'eroina stessa. Finisce una storia, ma non sembra prospettarsi la fine degli assassinii, delle vendette, delle faide e dell'ipocrisia. Non sono sufficienti le dimissioni di Berlusconi, quel fatidico 12 novembre 2011, perché le cose prendano una piega diversa. Una morale gattopardesca, quella di Sollima: cambiare tutto per non cambiare niente. D'altronde, a Roma, la pioggia continua a precipitare a dirotto: nelle fogne e nel Tevere, su San Pietro e su Palazzo Montecitorio. Una pioggia pervasiva, in cui si rispecchia una città squallida, grigia, fetida, opaca, distorta, senza i contorni precisi. Come quando si perdono di vista le regole.


Una pioggia pesante come un proiettile, fradicia come un cadavere in putrefazione.

sabato 17 ottobre 2015

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: PIERANGELO BERTOLI



di FRANCESCO GALLINA


Quando la canzone si fa poesia e non sanremesca brodaglia versificatoria, non si può non ricordare il grande Pierangelo Bertoli, con cui #busillisblog vi augura un buon week-end.



A MUSO DURO

di PIERANGELO BERTOLI



Magritte, La riproduzione vietata, 1937

E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario


Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.


Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perché volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.


Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.


Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com'è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.


Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.


E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

venerdì 16 ottobre 2015

MUSICA E DECAMERON: UN SAGGIO DI FRANCESCO GALLINA



di FRANCESCO GALLINA




Dopo la qual cena, fatti venir gli strumenti,
comandò la reina che una danza fosse presa, e
quella menando la Lauretta, Emilia cantasse una
canzone, dal leuto di Dioneo aiutata. Per lo qual
comandamento Lauretta prestamente prese una
danza, e quella menò, cantando Emilia 
la seguente canzone amorosamente.

Giovanni Boccaccio, Decameron (Giornata I, Conclusione)







#Busillisblog non è autoreferenziale, ma non capita tutti i giorni di vincere la pubblicazione di un saggio grazie a uno dei più prestigiosi e antichi premi letterari italiani. Sto parlando del Premio Casentino, presieduto da uno degli idoli della critica italiana, Silvio Ramat, con cui ho avuto l'occasione di scambiare qualche pensiero sulla poesia contemporanea. Ad esempio, ci siamo trovati concordi nell'abbattere uno dei luoghi comuni più triti di cui certo lirismo italico ancora si nutre  ingenuamente, ovvero che la natura e il paesaggio sarebbero di per sé poetici, quando è invece l'uomo - e quindi il poeta - l'unico che possa scorgervi tracce di poesia. La natura non segue alcuna logica: siamo noi, con la nostra razionalità e intelligenza, a poter ordinare e rendere bello ciò che altrimenti sarebbe caotico e improduttivo. Ecco: letteratura come produzione artigianale, coltivazione degli studi e della poetica. Letteratura come un orto da coltivare, un campo da semina da cui trarre nuovi buoni frutti.






Si intitola La poetica musicale nel Decameron, il saggio frutto dell'ampliamento della tesi di laurea che si è collocato primo classificato ed è edito e distribuito da Helicon (http://www.edizionihelicon.it/index.php?page=shop.product_details&flypage=flypage.tpl&product_id=878&category_id=6&option=com_virtuemart)
Musica e Decameron, un binomio ancora tutto da esplorare: d'altronde, il capolavoro del Boccaccio si rivela una preziosa miniera ricca di informazioni riguardanti strumenti musicali, canti religiosi e profani, repertori popolari, danze e generi lirico-musicali peculiari del Trecento, secolo in cui hanno il loro massimo sviluppo la rivoluzionaria polifonia e il contrappunto. Il fine del lavoro di ricerca non è stato il solo concentrarsi su un tema effettivamente poco esplorato dalla critica, ma dimostrare come una pietra miliare della letteratura italiana potesse ancora offrire ottimi spunti di analisi, portare alla luce nuovi e brillanti campi di indagine. Il saggio ha un netto taglio scientifico, senza dimenticare un più agile scopo divulgativo, rivolgendosi ad un pubblico di specialisti e docenti, ma anche agli studenti delle scuole superiori.

La scuola è il target ideale. Perché? Perché la scuola italiana risente ancora oggi di banalizzazioni e della pesante ipoteca rappresentata dalle Prose della volgar lingua (1525), opera in cui Pietro Bembo fece del Petrarca il padre assoluto della poesia, del Boccaccio il padre della prosa, e del Decameron una raccolta di sole novelle. Il che è vero, ma semplicistico. Di lì passa la malsana idea di un Petrarca esclusivamente poeta in lingua italiana (accantonando tutta la produzione latina in prosa e poesia) e di un Decameron fatto di sole novelle, tralasciando ad esempio le ballate che alla fine di ogni giornata vengono recitate e musicate dalla giovane brigata nella rigogliosa campagna fiorentina. Ballate spesso ignorate, che rappresentano però segni eccellenti di una lettura laica e ironica sui grandi temi, topoi e motivi della poetica stilnovista. 
Una notevole presa di distanza dalla filosofia musicale espressa dal Maestro Dante: con Boccaccio, la musica non è più sbiadito riflesso delle gerarchie angeliche, frutto di un'aristotelica Causa Prima, ma prodotto umano - e non per questo inferiore, anzi.


Insomma: gli schemi assoluti si sono sempre rivelati fonti di abbagli e pregiudizi che, nel caso delle Rime del Boccaccio, ha iniziato a dipanare solo Vittore Branca; in seguito, recenti studiosi hanno finalmente abbattuto la manichea opposizione retorica fra prosa e poesia, discostandosi dall’asettica considerazione otto-novecentesca delle ballate decameroniane come puri bacini biografici sulla cui base costruire una suggestiva vita romanzata dello scrittore. Il saggio si colloca su questa linea, per dare nuova linfa alla lettura del Decameron, guidando il lettore attraverso la cornice, le novelle e le ballate, grazie a uno studio dettagliato (letterario, filosofico, musicologico e artistico), corredato da ricca bibliografia e illustrazioni tratte da codici e stampe.

mercoledì 14 ottobre 2015

LA NATURA NON ESISTE, OVVERO DEL NOBEL 2015 ALLA MEDICINA




di FRANCESCO GALLINA



«Non credo di meritare il Nobel» ha dichiarato ieri. «Il merito della cura è dei microrganismi ed è a loro che dovrebbe essere assegnato». Campbell, che partendo dai batteri isolati da Omura ha sintetizzato l’avermectina nei laboratori della Merck, ha invitato a essere umili verso la natura: «Lei crea continuamente dei principi attivi cui l’uomo non avrebbe mai pensato. Uno dei nostri più grandi errori è credere di essere più bravi di lei».

 Il Nobel agli scienziati dei poveri, 
«La Repubblica», 6 ottobre 2015





La natura non esiste. Non vi sto prendendo in giro: avete capito bene. 
Non solo non esiste la natura, ma men che meno Madre Natura.
Vi vedo da dietro lo schermo del computer: siete fermi, e vorreste cliccare la freccetta bianca in alto a destra, ma adesso che sapete che vi spio, ritornate indietro.

Le parole che leggete sono state pronunciate dall'irlandese William Campbell che, insieme a Satoshi Omura, ha scoperto l'avermectina. Con 270 milioni di dosi consumate ogni anno, l'avermectina tiene sotto controllo i sintomi di filariasi e cecità fluviale. Quindi spunta il Nobel. E giustamente, aggiungo.
Eppure, nelle parole di Campbell, c'è qualcosa che non quadra. Rileggetele attentamente: dice che il Nobel andrebbe assegnato ai microrganismi. E fin qui potrebbe essere una discorso retorico. Invece non lo è, perché è proprio la filosofia dello scienziato, che arriva a sottomettere l'uomo alla natura, la quale - sostiene - crea principi attivi che l'uomo non potrebbe mai pensare. 

In tutto questo, c'è solo un piccolo enorme problema: la natura non pensa. La natura non è. Come non sarebbe niente l'universo, il mondo, Roma, il tostapane e l'avermectina. O meglio, la natura è. Ma è solo grazie all'uomo. Da sola, la natura, sarebbe un ammasso sregolato di piante e animali, cioè esseri che fanno tutto, tranne che pensare: e infatti non parlano, dunque non ragionano, ergo non attribuiscono parole ed essenze alle cose. Quindi, ricapitolando, quelli del Nobel, seguendo questa logica, hanno sbagliato per davvero a dare il premio a Campbell. Eppure, senza Campbell e Omura, l'avermectina non sarebbe mai saltata fuori, perché l'avermectina, dei nostri occhi, se ne sbatte le palle, come tutti i composti glicosidici. Lo stesso nome avermectina, in natura, non esiste. 
Esistesse, Linneo sarebbe stato un cretino ad appioppare nomi alle piante ma, se lo ha fatto, significa che la natura non è capace di darsi nomi, così come è del tutto incapace di darsi regole, contegno, in una libertà magmatica che non porta da nessuna parte. Anzi, il più delle volte porta solo dolore e morte, tumori e distruzione. Essere umili nei confronti della natura, allora, non conviene più.
Questo non significa distruggere la natura, non significa modificarla a nostro piacimento. Significa dare a Cesare quel che è di Cesare, ovvero: dare a Campbell quel che è di Campbell, ma che Campell è tanto ingenuo da pensare che, senza di lui, l'avermectina sarebbe saltata fuori.

La favola della natura buona è una falsità cosmica che, in quanto tale, ha avuto fortuna millenaria. 
Quando visitiamo un paesaggio o un giardino, e restiamo a bocca aperta per quant'è bello, quella che ci si palesa dinnanzi non è natura, ma è qualcosa a cui l'uomo ha messo mano, quindi arte nel senso di artificio.
Anche il cane addestrato è un'opera d'arte. Perché il cane, da sé, non sa mica cos'è la droga e, solo in questo, potremmo dirlo superiore all'uomo, solo perché non sa che cos'è il bene e che cos'è il male. Addestrarlo non significa maltrattarlo, come non si maltratta il bosso quando lo si pota a forma di palla o come quando si va a disturbare l'avermectina. Solo che l'avermectina, non avendo testa, non può dirsi disturbata.

E allora? E allora non riesco a capire cosa voglia dire essere più o meno bravi della natura. La natura (che non esisterebbe alla pari della legge di Ohm, se non ci fosse stato l'uomo) non è brava. Siamo noi quelli bravi (che brutto aggettivo!) che, quando ci diamo da fare sappiamo volgere il bene dei frutti della natura a nostro vantaggio. Perché? Perché siamo dotati di quello che la natura non ha: l'intelligenza. A meno che si voglia credere che il tostapane si sia creato da sé per aiutarci a tostare il pane, o che la Natura abbia creato l'avermectina per aiutarci a stare bene. Una Natura che aiuta, che sta dalla parte dell'uomo, sempre. Sarebbe bello: i recenti fatti del Nepal, però, smentiscono questa fallace supposizione.