venerdì 9 ottobre 2015

ATSE TEWODROS PROJECT: QUANDO L'ETIOPIA SI FA MUSICA



di FRANCESCO GALLINA



La storia narra che l'imperatore Tewodros (Teodoro II) di Etiopia abbia ricevuto a corte un'ambasciata di fantomatici botanici inglesi alla ricerca di informazioni sulla flora africana e che li abbia accolti fornendoli con tanto di cavalli ed equipaggiamento. Alla fine del viaggio, prima del ritorno, due sudditi dell'imperatore raggiungono i botanici e li invitano a immergersi nelle acque per lavarsi. Gli uomini inglesi sono recalcitranti e chiedono spiegazioni, ma gli etiopi sono impassibili: si immergano nelle acque, e solo dopo riceveranno spiegazioni. Cioè? Tewodros non è mica inferiore come gli europei bianchi credevano fosse, ma capisce bene che gli infingardi botanici sono uomini inviati in avanguardia dalla Regina Vittoria per studiare il territorio in vista di un'imminente colonizzazione. E quindi, gli inglesi, non potranno dire di aver incontrato gente sporca e infida.
Tewodros, tuttavia, a causa di una sconfitta subita proprio dall'esercito inglese, si suicida. Questioni d'onore. Ma l'indipendenza dell'Etiopia è salva. Almeno fino all'arrivo delle truppe fasciste.

Questa e altre storie sull'Etiopia si alternano a galvanizzanti e stimolanti esperimenti musicali nell'originale spettacolo musicale e canoro degli Atse Tewodros Project, gruppo che prende il nome proprio dall'imperatore etiope, il primo a non appartenere alla dinastia Salomonica, ma proprio per questo ancor più meritevole di essere ricordato per carisma e impegno.
Atse Tewodros è un progetto che mette in dialogo tre musicisti italiani (Michele Giuliano al pianoforte, Tommy Ruggero alla batteria e percussioni, Camilla Missio al basso), quattro musicisti etiopici di tradizione (Endres Hassan al violino monocorda, Fasika Hailu alla lira etiopica, Yohanns Afework al flauto di canna di fiume e Mesale Legesse alla batteria tradizionale etiopica) e, ultima ma non ultima, l'eclettica ideatrice Gabriella Ghermandi, scrittrice e attrice dalle ottime capacità canore e - per le sue origini italo-etiopi - ideale anello di congiunzione fra Italia ed Etiopia.
La lingua è quella degli abitanti del posto, a noi pressoché incomprensibile, ma la musica è universale e si fa messaggera di un popolo al tempo stesso povero e forte, ferito ed energico. Un popolo, quello etiope, verso cui abbiamo un debito più di tanti altri popoli africani. Chi sa dell'Etiopia italiana, oggi, sono gli storici, gli anziani e qualche bravo studente: una conquista insensata che odora di ideologia, e l'ideologia - destra o sinistra che sia - fallisce e porta con sé il fallimento. Così per Mussolini, così per il comunismo di Mao. L'ideologia è privazione, morte del pensiero, cancro della democrazia, quella vera, quella libera.
Lo spettacolo, rappresentato all'Auditorium del Carmine a Parma, risulta così, da un lato, una valida occasione per avvicinarci alla musica del Corno d'Africa, dall'altro è un modo che la musica del Corno d'Africa ha per avvicinarci a noi, senza che le due culture musicali si scontrino o cancellino nel loro incontro. Un colloquio culturale sano, fruttuoso, come quelli che piacciono a #busillisblog. Perché l'integrazione, la vera integrazione, non è ideologia (appunto!) ma atto concreto di amichevole rispetto reciproco. Per molti un ideale, per la musica una vera missione: basti pensare all'Orchestra israelo-palestinese West Eastern Divan, ideata nientepopodimeno che dal Maestro Daniel Baremboim.

Non solo la musica si propone questo compito di vivo umanesimo, ma anche la poesia: per questo la serata si è aperta con la premiazione del Concorso poetico-fotografico indetto dall'Associazione Parma Per Gli Altri, che dal 1989 collabora con le comunità etiopica ed eritrea nella realizzazione di progetti di sviluppo territoriale, sanitario, scolastico ed economico. Per una ripresa radicata nel territorio, perché il mito della migrazione è bello solo per chi ci guadagna soldi, non per il migrante, che si vede costretto ad abbandonare un pezzo della sua esistenza.
La poesia vincitrice nella sezione Università di Parma è... la mia. Va beh, dicono sia molto bella, e allora la postiamo. Perché? Perché cozza contro una certa ideologia (aridaje!) del pensiero unico che è causa di bisticci, guerre. Persino decapitazioni. Contro il Pensiero Unico, a favore della parola e della pluralità, ma senza dimenticare - dietro la pluralità - la fondamentale ed inestimabile ricchezza del singolo individuo. E allora vi lasciamo, per oggi, con Lente a contatto.


LENTE A CONTATTO


L’altro è il nostro doppio
sottratto dell’aspetto
nostro, e del nostro contenuto.
Quello che non la pensa come noi
ma che, con la stessa lunghezza d’onda
nostra, vorremmo radiografasse il mondo.

L’altro è il nostro specchio,
materica lente a contatto
perché solo nel contatto con l’altro
possiamo interpretarci
secondo diffrazioni di luce diverse.

E diversi saremo io e l’altro
mai banalmente equivalenti
e non per questo c’azzanneremo
non per questa differenza dovremo
rinnegare carne e sangue
nostri, ma sommarci per mezzo
della parola, solo autentico
umano nostro suggello.

Non ne risulterà incontestabile
matematica, semmai piacevole
imperfezione nell’infinito limite

che ci contraddistingue.