sabato 30 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: BURCHIELLO


di FRANCESCO GALLINA


Dopo essere stato censurato da FB per aver pubblicato L'origine du monde di Gustave Courbet, Vittorio sgarbi alza il polverone dei consueti moralisti facendosi fotografare nudo, disteso su un divano. Cosa inaudita. Nell'epoca super progressista del secolo XXI sul nudo cade il veto del politically correct. Il nudo non è ammissibile. Novelli Clemente XIII diventiamo insopportabili braghettoni che gridano allo scandalo appena vedono pudenda reali o artistiche. La nostra non è apologia del nudismo, è critica alla stupidità. Il nudo non solo non è accettabile per l'Islam, ma nemmeno per noi stessi che nudi viviamo sotto le vesti. Il membro è perturbante, non familiare. Fa impressione, fa schifo. Un po' come quelli che visitano La Specola fiorentina restando inorriditi delle cere che riproducono il corpo umano. Un auto-inorridimento, dunque, o misconoscimento della propria natura.


Eppure c'è un filone poetico-artistico italiano e internazionale che ha fatto della scatologia il suo cardine. Lontano dalle forme stilnovistiche e dai noiosi petrarchismi, c'è chi del deretano ha fatto oggetto di poesia. Non è pornografia, ossessiva insistenza sul sesso, ma leggera e scanzonata dignificazione delle parti intime in arte, lungi da ogni perbenismo. Nell'Italia del Quattrocento, dopo il "cul fatto trombetta" di Dante, Burchiello (Domenico di Giovanni) produce quella che De Robertis chiamava un prodotto letterario pop ante litteram: sonetti in cui il linguaggio e il lessico esplodono, assumendo tinte solo apparentemente nonsense. Dall'elogio metafisico per donne sublimate in forma d'angelo, all'elogio del culo. Per il consueto appuntamento poetico del sabato di #busillisblog, proponiamo il sonetto del Burchiello accompagnandolo con un adorabile particolare tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hieronimus Bosch. E che si vergognino i vergognosi.





Hieronymus Bosch, Trittico del Giardino delle delizie, olio su tavola, 1480 - 1490, particolare.





Io ho il mio cul sì forte riturato,
Che se sciloppo fusse il Pò, e ’l Tevere,
Pria tutto quanto mel converrìa bevere,
Che ogni budel di me fusse bagnato.
E s’io avessi Rubarber mangiato
Con mille pille non potrei mai credere,
Che mi facessino una volta pedere:
Pensa a bell’otta ch’i’ sarò purgato.
Ben ho fatto al mio cul cento cristieri
Sopposte, e medicine, e non mi vale;
Che stitico non sia più oggi che jeri.
Che s’io avessi in culo uno Speziale;
E ’l medico ci fusse anche in tal loco
Non posson far ch’io cachi un poco poco.
Ben darei bando, e ’l fuoco
A qual Medico si vuol dottorare,
Se primamente non sa far cacare. 

giovedì 28 aprile 2016

LO SPOT LUFTHANSA E LA REDUCTIO AD CHIMICAM



di FRANCESCO GALLINA



Bambina ( a bordo di un auto) - Papà! La spinta è creata dalla propulsione, è questione di fisica
Bambina ( in sala di attesa) - L'aerodinamica di un aereo è questione di fisica
Bambina ( in aereo) - La capacità di carico anche questione di fisica
Bambina ( in aereo rivolta al suo peluche) - E quanti si sentono a proprio agio a bordo?
Hostess (alla bambina) - Questo è questione di chimica.





Simpatico come un riccio nelle mutande, il nuovo spot della compagnia aerea Lufthansa ha per protagonista una bambina saputella con gli occhiali - odioso stereotipo del secchione - che delira discutendo ossessivamente di questioni di fisica con chi si trova accanto. Una futura ingegnera che crede di applicare schemi concettuali desunti dalla matematica e dalla fisica alla realtà che la circonda. Infatti non riesce a costruire alcuna relazione con i suoi interlocutori, che la compatiscono fissandola con occhi esterrefatti. Già di per sé sarebbe sgradevole, ma il meglio/peggio si palesa alla fine, quando la hostess mette a tacere la marmocchia rispondendo alla sua ultima domanda prima di dormire (si spera). 

Quella elegante hostess dall'accento germanico teorizza semplicemente una reductio ad chimicam. In altre parole il principio di piacere che il viaggiatore prova dipende dalla chimica. Non dipende dall'educazione degli addetti, non dal cibo offerto ai clienti, non dalla comodità dei sedili, non dal rapporto di fiducia fra passeggeri e piloti. No, dipende da atomi, particelle, molecole, equilibri chimici, reazioni prestabilite matematicamente col misurino. Quindi predeterminate dalla natura, non libere: è la logica del film Inside Out, per cui ogni sentimento si riduce a emozione, e ogni emozione si trasforma in un prodotto del cervello concepito alla stregua di un computer. 

Quella che vuole l'amore e il piacere come derivati chimici è una delle frontiere più stupide, ma per questo mondialmente sostenute, del nuovo scientismo, che crede di controllare il mondo attraverso l'elaborazione di tassonomie matematico-scientifiche a cui fare aderire la realtà. I sentimenti si riducono a mero calcolo, con la conseguenza di essere disumanizzati e di essere quindi facilmente traslati al mondo animale, facendo coincidere uomo e animale. La moda della chimica dell'amore è destinata a imporsi, grazie a studi che fanno venire i brividi solo a leggerli. Pensiamo all'antropologa Helen Fisher che ha sottoposto "37 persone, pazzamente innamorate, a uno scanner di Risonanza Magnetica cerebrale funzionale. 17 erano felicemente innamorate, 15 erano state appena lasciate, e stiamo iniziando ora il nostro terzo esperimento: studiare persone che si dicono ancora innamorate" per concludere che "l’amore è dentro di noi. E’ profondamente integrato nel cervello. La nostra sfida sta nel capirci l’un l’altro.". Per la Fischer esistono quattro tipi di personalità: gli esploratori, i costruttori, i direttori e i negoziatori, e ognuno di loro differisce a causa della chimica cerebrale, nello specifico a variare sono i livelli di dopamina e serotonina. Queste due sostanze sarebbero implicate con il ruolo svolto da testosterone ed estrogeni. Insomma, noi non amiamo se non ne siamo determinati chimicamente da sostanze. La prossima tappa sarà inventare la medicina dell'amore, per normalizzare i valori di dopamina e serotonina. 

E siccome siamo noi di #busillisblog a non capire, non ci resta che consigliare alla Lufthansa di condurre in futuro migliori controlli sui piloti. Può darsi che Andreas Lubitz avesse uno scompenso chimico. O forse è solo questione di psichiatria. Ma questa è un'altra storia. 

martedì 26 aprile 2016

NAUFRAGARE A PARMA CON CLAUDIO PARMIGGIANI



di FRANCESCO GALLINA





Era il 2010 quando, dopo quasi un secolo, venne riaperta al pubblico la Chiesa di San Marcellino di Parma, in Strada del Collegio dei Nobili, sconsacrata dal 1928 e messa nel dimenticatoio da quasi tutti i parmigiani. Ci vollero gli imprenditori Borettini perché potesse essere visitabile e ci volle Claudio Parmiggiani perché la rendesse da edificio spoglio e polveroso in luogo irresistibile per il parmigiano annoiato e per il turista alla ricerca di imperdibili chicche.

Non fosse per il Festival della Creatività 2016 (la creatività necessita di un Festival?), la chiesa resterebbe inspiegabilmente chiusa, e con essa Naufragio con spettatore, gioiello di Parmiggiani, artista formatosi negli anni '60, quando a farla da padrone sulla scena culturale italiana era la rivista "Il Verri" del critico Anceschi e il rivoluzionario Gruppo 63 che, sulla scia delle avanguardie storiche primo-novecentesche, faceva della commistione di arti un perno della propria poetica. Non è un caso che trovi sintonia con Emilio Villa e Nanni Balestrini, le cui opere letterarie saranno inserite da Parmiggiani nell'installazione Atlante, che mette in scena una cartografia metafisica con mappamondi afflosciati e accartocciati. Agli anni '70 risalgono Luce, luce, luce, dove il pavimento di una stanza è cosparso di pigmenti gialli dalla luce potentissima, e le Delocazioni, scenografie fatte di ombre realizzate col fuoco, fumo e polvere, per riflettere sul tema del negativo, dell'assenza e della precarietà. Dagli anni '80 a oggi, la rilevanza artistica di Parmiggiani sulla scena nazionale e internazionale ha rappresentato un climax in costante ascesa: dal permanente Faro d’Islanda (2000) che giganteggia in mezzo ai ghiacci islandesi, alla grande mostra Mélancolie: Génie et folie en Occident, dal Teatro dell’arte e della guerra, labirinto di cocci di cristalli infranti realizzato nel 2006 nel Teatro Farnese di Parma, fino a Ex-voto (2007) al Louvre, opera in aperto dialogo con i rilievi funerari e le sculture gotiche del museo parigino. Di grande bellezza, poi, la mostra del 2010 che riportava il medesimo titolo dell'opera che in questi giorni è ancora possibile visitare. Una mostra che venne prorogata per il continuo afflusso di visitatori, quando il Comune di Parma sapeva fare del settore artistico-culturale un fiore all'occhiello della città. 





Con Parmeggiani, l'ex chiesa di San Marcellino diventa l'isola su cui naufragare. Una maestosa barca a vela antica, lunga 14 metri con un albero alto dieci, arenata su un cumulo di 100 mila libri. Questo è Naufragio con spettatore, notevole per ideazione e composizione, dato che l'anticovascello  è stato assemblato per intero all'interno del piccolo edificio. Le vele sono ammainate. I libri sono chiusi. L'atmosfera è surreale, fortemente onirica, e lo stato di decadenza in cui versa la chiesa rende il tutto ancor più velato, opalescente, suggestivo. Forti si fanno percepire la lezione del surrealismo europeo e il messaggio del romanzo di Blumenberg, Naufragio con spettatore, che colloca al centro dell'attenzione il rapporto fra naufragio e spettatore, metafora di stampo epicureo - e poi romantico - con cui si apre il De rerum natura di Lucrezio. Naufragio fisico o metafisico? E poi: accettare o rinnegare il naufragio, cioè il fallimento? Rendere il fallimento un occasione di incontro o di scontro? Insomma: aderire alla disastrosa e pessimistica filosofia esistenzialista o a un nietzschiano slancio vitale che fa degli errori fratture da cui partire per crescere?  Affrontare le sfide a viso aperto o rimuovere le sfide?

Il naufragio è un rischio, come la vita. E come la vita si può accogliere o misconoscere. 
Il fatto che il vascello della vita fuoriesca dall'abside di una chiesa non può essere solo un'intuizione crociana. Con Parmiggiani, l'abside sconsacrato viene investito di nuova vitale funzione, funzione laica, non religiosa; materica, non iperuranica. Se l'abside è il luogo del Verbo, i libri lo incarnano.




La prima interpretazione che si può dare, la più comune, forse, è che la cultura fa viaggiare e naufragare con la mente. Ma la vela maestra è ammainata. E i libri sono chiusi. E se fosse che la barca naufraga proprio perché i libri restano chiusi? Non sarà che ci incagliamo quando chiudiamo i libri, cioè quando non siamo disponibili all'incontro e al dialogo con l'Altro? Se fosse questo quello che Parmiggiani volesse dirci, sarebbe un motivo in più per rendere permanentemente aperta al pubblico la sua opera, così affascinante perché così problematica. E non vale solo per Parmiggiani, ma per molti altri edifici chiusi al pubblico o poco pubblicizzati che costituiscono la più grande ricchezza della città. 

Il rinascimento di Parma deve ripartire da quel bompresso che guarda avanti, al futuro, da quel vascello che vola alto con la chiglia ben fissata a terra. Eppur si muove.


giovedì 21 aprile 2016

LA TIM E L'OSSESSIONE DEL NUOVO



di FRANCESCO GALLINA



La resurrezione di Lazzaro, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna

Cos'è che ci stupisce di più delle nuove tecnologie? 
Le incredibili possibilità che ci offrono?
Il fatto che ciò che oggi è nuovo domani è già passato?
Ogni giorno c'è una novità da provare, 
ecco perché c'è TIM NEXT, per essere sempre avanti.



La Tim, negli ultimi mesi, sta facendo rimpiangere gli spot con De Sica e Belen, che almeno mostravano culi per aria e insulse battute, ma almeno i culi e le battute erano innocenti. Dall'inizio del 2016, cioè da quando si è riformata, la TIM sta lanciando messaggi che dire dannosi è dir poco. 

#busillisblog si era dedicato al pericoloso contenuto insito nello spot di gennaio/febbraio, in cui Pif elogiava la libertà di non scegliere, cioè la non libertà. La lauda dell'inettitudine, insomma, a cui dedicai alcune riflessioni reperibili qui: http://busillisblog.blogspot.it/2016/02/tim-e-la-liberta-di-non-dover-scegliere_90.html.


L'ultimo spot è certamente meno pericoloso del primo, ma risulta estremamente irritante. Analizziamolo insieme. Si dice che le nuove tecnologie offrono incredibili possibilità. Niente di nuovo, altrimenti lo stesso #busillisblog non esisterebbe. Quel che turba è che si ammette spudoratamente e senza cognizione che la tecnologia è talmente potente da rendere vecchio, passato, avariato quel che ancora esiste, perché è stato inventato ieri, ma il nuovo di domani lo soppianta rendendolo morto e irrecuperabile. Essere sempre avanti. Che non è una gioiosa apertura al futuro, perché se così fosse darebbe al presente e al passato un suo senso, dato che non esistiamo che i relazione al passato, al presente e al futuro. C'era arrivato Agostino un po' di tempo fa, ma Agostino è vecchio e, aderendo alla logica della TIM, non solo Agostino, ma la storia intera deve essere obliterata. Essere sempre avanti implica allora solo angoscia, perché evidentemente diventa una gara per la sopravvivenza. Chi guarda indietro non è degno di essere, perché non è nuovo. 



Ma che cos'è il Nuovo? Uno dei deliri del nostro tempo, che abbiamo sublimato a partire dal secolo delle grandi Rivoluzioni, quella Francese in primis, ce lo siamo portati in Italia nel lungo Sessantotto e ce lo ritroviamo in questi ultimi anni, ad esempio, nel Movimento Cinque Stelle, che nasce per essere nuovo per il solo fatto che usa abilmente l'arma del Web ma, osservando con occhio critico, è vecchio come tutti gli altri. Anzi, identificandosi col Web, è come il Web: confuso. 

Qual è allora l'errore sommo? Confondere - anzi, peggio! - convincersi che il nuovo sia necessariamente l'Altro. Come quando in una coppia un partner rompe il rapporto perché è convinto di trovare l'Eldorado andando con un altro/a. Potrebbe darsi, certo, ma se è solo per gioco l'insoddisfazione non tarderà ad arrivare. E qui casca l'asino. 

In altri termini, con la teoria del Nuovo si mira a tappare le mancanze soffocando il motore del desiderio, non fornendo la possibilità al vecchio di rinnovarsi, di rinascere, di risorgere. La novità non dev'essere cercata a tutti i costi nell'Altro, ma nello Stesso. Invece di abbattere il vecchio relegandolo in uno scantinato, bisognerebbe cercare di trasformarlo in qualcosa di nuovo. Un riciclo intelligente. Non vale solo per il cellulare. Vale soprattutto per gli esseri umani. Sostituirli genera tanta felicità, ma dura qualche istante, per trasformarsi istericamente in malcontento, se non nevrosi. L'idea che passa è che è nuovo chi ha il nuovo. Il vecchio è associato immediatamente alla preistoria: lo spot, infatti, sovrappone il concetto di passato all'immagine dei dinosauri. Ed è una forma blanda di razzismo. Blanda, ma non troppo.


La Tim diffonde il verbo della dea Novità, ma non dice che è solo un'ingenua illusione. Un po' come i francesi, che ghigliottinarono il re per raggiungere l'agognatissimo Nuovo, ma nel Nuovo c'era anche Robespierre. Chi conosce la storia, sa come andò a finire. I rottamatori sono solo fuffa.

lunedì 18 aprile 2016

IL DIRITTO A NON EMIGRARE E L'UMANITARISMO DI PLASTICA



di FRANCESCO GALLINA





Prima ancora che il diritto a emigrare, bisogna riaffermare il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra. Queste erano le parole di Papa Benedetto XVI nel suo discorso per la novantanovesima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, celebrata nel gennaio 2013. Il titolo dell'incontro: Migrazioni: pellegrinaggio di fede e di speranza. Qualcosa di non molto distante da quello che pronunciò Giovanni Paolo II: "Il diritto primario dell'uomo è quello di vivere nella propria patria".

Lo spunto è incredibilmente stimolante, e non perché venne espresso dall'ex Pontefice. Non sto dalla parte della Chiesa, della Destra o della Sinistra, ma di chi esprime pensieri ragionati, che offrono spunti da prendere in considerazione. Perché se è vero che emigrare è cosa nefasta e odissiaca per l'emigrante (africano e medio-orientale in primis), non bisognerebbe incitare tanto perbenisticamente l'emigrazione come si diverte a fare certa politica italiana. Facile e infantile puntare il dito contro l'Europa, quando le cause sono altre. L'autocolpevolismo è inibente, e l'Europa è, difatti, ferma. E se i profughi non hanno più una casa, sarà più intelligente investire (non prestare) denaro perché vengano costruite nuove case in patria. E tramite l'investimento permettere un tentativo di rinascita in loco. Impossibile? No, se tante piccole e grandi associazioni serie hanno creato ospedali, case e scuole. Se la patria è un inferno e tale risulta essere anche vivere in un campo profughi, si possono tentare altre strade meno populiste  e, forse, più redditizie. 

Ratzinger evidenziava quanto il cammino di integrazione comprendesse diritti e doveri, attenzione e cura verso i migranti perché avessero una vita decorosa, ma altresì mirava a garantire uno stato di benessere minimo negli Stati di provenienza, perché prima del diritto ad emigrare venisse il diritto a non emigrare.

L'idea è notevole, perché è l'idea di chi comprende quanto difficile sia staccarsi dalla propria terra, dalla propria cultura e dalle proprie tradizioni, non certo per piacevole turismo. Il discorso di Ratzinger non è per niente leghista, così come leghismo non significa necessariamente razzismo. Anzi, il discorso è molto semplice: se i fuggiaschi africani non si imbarcassero nelle condizioni in cui si imbarcano, non ci sarebbero i morti che ci sono. Ma, si sa: i discorsi semplici passano per banali, i discorsi banali passano per grandiosi. Anche per questo è nato #busillisblog, per focalizzarsi su singoli individui, singole idee, singoli pensieri. Focalizzarsi su punti, non blaterare su mode a la page e astrattamente umanitarie. Umanitarismo finto. Umanitarismo di plastica

Come quella che vorrebbe l'Europa una felice e paradisiaca trasposizione dell'Eldorado: un'utopia piacevole e mortale allo stesso tempo. Un po' come se pensaste da una vita di avere un pozzo di diamanti sotto il letto e dopo trent'anni metteste la testa sotto, e vedeste che non c'è nessun pozzo, nessun diamante, ma solo il pavimento. Per questo, nei mesi passati, si è assistito a casi di rivolte, ribellioni, scontri con la polizia, richiesta di cibo migliore, letti migliori, posti migliori. Ma come? Non era l'Eldorado?


Ecco, la riflessione di Benedetto potrebbe essere correlata alla posizione condivisibilissima di Mons. Nicolas Djomo, vescovo di Tshumbe e presidente della Conferenza Episcopale della Repubblica del Congo. L'appello del vescovo africano ai migranti, infatti, è quello di non cercare in Occidente un futuro migliore, ma di costruirlo in Africa. Accogliere va bene, ma non indiscriminatamente: se l'Occidente si dimostra accogliente nei confronti del popolo africano - sostiene Djomo - se lascia passare un'immagine dell'Europa come luogo in cui tutto è possibile e magico, allora gli africani saranno portati ad affrontare i disastrosi e miseri viaggi della speranza. O della morte.
Cosa dovremmo ricavarne? Che Djomo è un razzista? In Italia passerebbe per tale, e allora ecco Galatino a fargli da stupido contrappunto. Ma Galatino è italiano, e l'Africa forse la conoscono di più gli africani.

Qual è l'invito di Djomo? Sfruttare i talenti per migliorare e rinnovare l'Africa, promuovendo pace, giustizia e sviluppo. Cioè? Rimboccarsi le maniche nella propria terra di origine. Lavorare, mettere in moto l'intelligenza, perché gli africani sono estremamente intelligenti, se vogliono: lo ha dimostrato l'Angola a Expo Italia, non lo dimostra Expo Italia a Expo... Italia, appunto.

Djomo non fa altro che applicare la parabola dei talenti. Investirli per farli fruttare e vivere in condizioni dignitose. Fuggire porta solo impoverimento. Sognare a occhi aperti può essere nocivo. E, difatti, aggiunge: "Voi siete il tesoro dell'Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi". Che poi: chi l'ha detto che emigrare è sinonimo di fare fortuna? Non stiamo dicendo che il mondo è un alveare di monadi a tenuta stagna: stiamo dicendo che emigrare nel senso deleterio del termine non è nulla di auspicabile e andrebbe limitato. Per il bene nostro? No, per il bene dell'emigrante. Solo la retorica bolsa e malsana di una certa sinistra può pensare di risolvere i problemi con l'accoglienza incondizionata. Perché lo fa? Perché è comodo essere accoglienti con il deretano degli altri. Il nostro? No. Per una volta guardiamo le cose dal lato dell'emigrante: come sarà integrato? Diventando schiavo. E gli schiavi non vivono bene. Anche perché quando gli schiavi sono tanti, è facile che molti cadano nella schiavitù. E la schiavitù, per usare un ingenuo eufemismo, non è bella. 
Insomma: si rischia di cascare dalla padella alla brace. 

Djomo dice agli africani: restate nel vostro continente. E non è per niente razzista, men che meno crudele. Anzi, onesto intellettualmente, poco utopista, poco mistificatore. Noi non abbiamo bisogno di mistificatori. 

Tutto l'opposto si rivela l'Italia che, se da un lato apre le porte agli stranieri per fare la buona samaritana, dall'altro le apre anche agli italiani, ma nel senso che, se vogliono far fruttare i loro studi, devono a loro volta emigrare. E non è scritto da nessuna parte che trovino lavoro e quale sia la qualità della loro futura vita lontano da casa. Non ci saranno barconi, sangue, guerre, ma l'emigrazione è uguale per tutti e per tutti dolorosa, scomoda e complessa.
Da un lato il mito cretino della globalizzazione, dall'altro la coscienza che se ognuno facesse la sua parte nella sua parte, sarebbe un mondo migliore. Non è autarchia. Non è chiusura. È solo un briciolo di logica. Tutto il resto è marketing. Tutto il resto è plastica.


sabato 16 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: NICOLÒ GUGLIUZZA



a cura di FRANCESCO GALLINA



Poesia come corpo, entità, creazione ed esecuzione frugale, istante collettivo.
La poesia di Nicolò Gugliuzza, che ospitiamo con piacere nella consueta rubrica poetica del sabato di #busillisblog, nasce dallo sforzo di arrestare la deriva disincantata del consumo versificato: nei fonemi della raccolta Katastrofis Bop (di cui la poesia sottostante è un estratto) 
la poetica si risveglia da un amplesso a contatto con un senso personale, inscindibile dal dilemma vita-opera, dunque nell'impegno sottolineato nella prefazione al libro, di arrestare la “Fuliggine” impervia dell'usurato panorama tecno-economico letterario, afferrando la caligine con tutte le energie di una prospettiva vitale: di qui il legame dell'autore con le forme “altre” rispetto all'egemonia testuale della poesia. Interagendo con l'eredità novissima, Nicolò Gugliuzza si volge verso una poesia totale, legame estrinsecato nel rapporto concreto-sintattico-ritmico con l'oralità, cardine di tutta l'opera e con la riappropriazione visiva del testo.
Non manca il dialogo con la tradizione, sebbene macchiata, inquinata, immersa nello smog della contemporaneità, nella permanente tensione verso un linguaggio fono-ritmico che quasi esaspera la ricerca di un'epica in grado di sostenere il peso del presente, epoca catastrofica, da cui il primo sostantivo all'interno del titolo: Katastrofis, la cui etimologia ellenica ha connotatati sia storico-letterari che politici. Ma è nell'intercalare Bop che si rivela l'intento: costruire dalle macerie di un'età neoliberale, soggetta al delirio mono-dimensionale della vendita e della produzione, costruire un senso attorno al ruolo del poeta tramite il valore sostanziato dalla comunità, valore riscoperto nella concretezza sonora, nella prossemica e nell'urlo. Una riscoperta della corporeità della poesia come vera e propria teofania. 
Non stupisce che l'autore si cimenti nel panorama performativo della poesia italiana, in primis come slammer e organizzatore di contest di poetry slam, in secondo luogo come performer e autore di performance vicine al linguaggio del teatro-poesia, infine come educatore ed operatore culturale dentro gli istituti superiori e del carcere minorile della città in cui vive, Bologna.
I modelli sono molteplici: da Patrizia Vicinelli ad Adriano Spatola, dalla tradizione della poesia orale d'oltreoceano (Walt Whitman, Beat Generation, Saul Williams, Lynton Kwesi Jhonson e i Last Poets) alla neoavanguardia (su tutti la lezione di Sanguineti) per giungere al tardo esistenzialismo espressivo e all’individualismo di matrice francese.



LA FATA DAI LAMPIONI ROTTI



RAMMELLZEE, Ikonoklast Panzerism Alpha RockPainting, 1987



E' l'attesa dell'ora d'aria 
a tardare nell'apnea: 
cercasi disperatamente un mantra, 
è il nulla domenicale che avanza, 
la personificazione, il salario 
e la morsa che attanaglia 
come i candidi sorrisi di cani da guardia, 
nella paura dell'altro, nella rabbia, TSO, dissonanza 
nell'aleatorietà ch'esaspera l'aurora 
nell'assenza della mia essenza – ascoltami! 
È il profumo dell'asfalto 
quando gli spiriti mi han perso di vista, 
è l'individuo senza corpo 
che davanti ad uno specchio 
non riconosce più una Gestalt, 
è vedere sul tuo fisico 
l'ombra che tiene lo spartito 
del fragore che mi scava all'interno, 
è l'esasperazione dell'analisi, 
la negazione senza pretese,
è aspettarti in silenzio in una stanza 
trovare il lume, ma fremo! 
È l'inesistenza di una misura, 
il soggettivismo estremo, 
è cercare lentamente la tua sagoma 
nelle mastabe che mi circondano: 
è considerare il ricordo 
l'inconsistenza del secondo,
È L'ONDA, IL RAPIMENTO, LO SCOPPIO 
DELL'ELETTRONE CHE NON CONTROLLO 
LA RADIOGRAFIA DI UN BRIVIDO 
CHE MI STA ACCOMPAGNANDO 
E TENENDOMI PER MANO 
NELL'INQUIETUDINE MIA VERSA 
RESPIRI, IL MIO AGIRE, MEDITARE 
E MI SCOTTO! E MI BRUCIO! 
Combustione e viviamoci 
per stanotte, per sempre, nel cristallo 
come nel furore 
e in questi spartiti 
disillusi amanti, 
Cartago, 2015


giovedì 14 aprile 2016

ELOGIO DI UNA PRESIDE CORAGGIOSA



di FRANCESCO GALLINA







Da che i sessantottini hanno rivendicato pomposi ideali di egualitarismo e democrazia sventrando il sistema educativo tradizionale, la scuola ha iniziato a conoscere la morte. E c'è poco da sperare nei vichiani ricorsi storici, perché sarà difficile che la scuola rinasca. Non che l'istituzione scolastica presessantottesca rappresentasse l'età dell'oro, ma si avevano ancora chiare e ben distinte le gerarchie e i ruoli il cui valore, volenti o nolenti, è il primo step da rispettare. Ciò detto, non significa aspirare a una scuola di marca totalitaristica o al modello punitivo delle bacchette; è semmai la volontà di trovare una giusta aurea mediocritas, una via di mezzo tra le frustate ottocentesche e il fallimentare lassismo contemporaneo. 

Mentre la Corea rispedisce i genitori a scuola perché imparino a non massacrare di padellate i figli che portano a casa insufficienze e perché riscoprano il sacrosanto diritto al rispetto dei figli in quanto individui autonomi e inviolabili, in Italia una mamma scrive una contro-nota a una professoressa e la preside del Liceo Virgilio di Roma, Irene Baldriga, viene assediata da studenti e genitori perché si è permessa di instaurare telecamere dopo l'arresto di uno spacciatore diciannovenne della sua scuola. Mettendo a rischio la privacy dei figli, dicono gli assedianti. Così, cori di insulti e atti violenti nei suoi confronti si sono palesati non solo per opera dei rappresentanti del Collettivo, ma anche e soprattutto dei genitori che, come avviene da almeno quarant'anni a questa parte, intervengono sempre più spudoratamente nel territorio della Scuola pretendendo di sostituirsi in pieno a docenti e presidi. Il fine, credo, sia quello di privatizzare radicalmente la scuola statale. La resistenza è spesso scarsa. Il pericolo altissimo, se è vero che i ragazzi che frequentano la scuola oggi sono gli uomini con cui ci rapporteremo domani. E magari diventeranno medici, infermieri, o essi stessi docenti.

Non si vuole creare un rapporto umano scuola-figli-genitori, ma un'invasione barbarica che sovverte i ruoli, tutelando i ragazzi al limite dell'indecenza. Dove per tutela non si intende sicurezza e rispetto, ma asservimento ai temperamenti dei ragazzi, alla loro infida maleducazione. E chi sono, spesso, quei genitori? Non ci si sbaglia: sessantottini cresciuti nella convinzione che la scuola dovesse diventare anarchia, presumendo di dover insegnare agli insegnanti, diventati zimbelli, pezzenti, animali da compagnia. Alcuni docenti, schiacciati dalla violenza (psicologica, più che fisica), crollano, e si lasciano lanciare scarpe senza aprire bocca, come successo a Udine nell'ottobre 2015. Altri preferiscono lasciar passare, non ricordando che il Fascismo è nato proprio lasciando passare.

E poi ci sono le Irene Baldriga, ovvero le paladine di una scuola libera, laddove libera non significa assoluta (ab-soluta), non libertà scriteriata e circense balordaggine travestita di idealismo. Libertà è cercare di svolgere il proprio ruolo nel migliore dei modi possibili (e saranno accettate cadute, se serviranno a essere più forti). Le rivoluzioni sono rivoluzionarie solo in apparenza. I rivoluzionari liberi e pro-diritti sono i primi tagliatori di teste: lo dimostrano i francesi del 1789, lo dimostrano i frutti marci del Sessantotto, terriccio da cui sarebbero sorti i fiori avvelenati del terrorismo.

Se un genitore adisce la magistratura laddove un docente sequestra il cellulare del figlio, la rivoluzione è una involuzione pseudo-democratica: ne deve emergere che i figli sono sempre innocenti, sempre puri e angelici, anime belle che non fanno mai niente apposta, ma agiscono sotto gli impulsi irrazionali tipici dell'adolescenza. Lasciarli fare, perché so'ggiovani. La fola è sempre la stessa: "Sono soltanto bambini", con la delittuosa aggiunta aggettivale "Poverini". 

I 6 forzati di fine anno sono infecondi e falsi come una banconota da 9 euro. Si potrebbero mandare a scuola i genitori che assaltano i presidi coraggiosi, coraggiosi mica in quanto eroi, no!, ma solo perché cercano di migliorare lo stato delle cose. Non sarebbe ora di rivedere, tutti insieme appassionatamente (e civilmente), il significato di patto formativo?

martedì 12 aprile 2016

FRA TRADIZIONE E RICERCA: LA RUBICONIA ACCADEMIA DEI FILOPATRIDI



di FRANCESCO GALLINA







Savignano sul Rubicone è sinonimo di alea iacta est. Si trova scritto anche in apertura di menù in alcuni ristoranti. Aleggiano gli alea, a Savignano, e con essi una ventata di nostalgia cesariana 2.0 attorno al piccolo fondamentale oggetto di culto: il ponte romano. Non fosse che il ponte odierno  non può corrispondere agli antichi ponti di legno di epoca repubblicana, eretti solo in seguito con l’uso della pietra. Per non parlare dell'uso che del marmo è stato fatto in epoca malatestiana e del tragico bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha ridotto quasi tutto in macerie. Sospinto dal solo immaginario popolare, il  turista sprovveduto si fermerebbe qui, e magari proseguirebbe a San Mauro Pascoli per visitare la casa natale del poeta (ve ne parleremo prossimamente).




Eppure, di ben più notevole importanza e pregnanza storico-letteraria è la Rubiconia Accademia dei Filopatridi, nella cui Aula Magna si è celebrata il 10 aprile 2016 la cerimonia di premiazione del XX Premio Nazionale di Poesia Edgardo Cantone, istituito dal Lions Club savignonese, in cui ho avuto l'onore di ricevere il primo premio, consistente in un gradito assegno di €500, prelibato pranzo a base di pesce, targa, stemma del Club e medaglia Expo. Ma, bando agli autoelogi, si vuole porgere un ringraziamento speciale alle autorità civili presenti in sala, in primis il sindaco Filippo Giovannini, e alla prestigiosa giuria composta dal presidente Lions Mario Cantelli e dai professori Bruno Bartoletti (presidente di giuria), Marina Bellavista, Itala Cantone, Narda, Fattori, Annalisa Teodoran e Luciana Trombetta. Sul podio, insieme a me, Alessia Iuliano, Giulia Bravi e Alessandra Fichera.

Che cos'è l'Accademia dei Filopatridi? Nata sulle prolifiche ceneri della seicentesca Accademia degli Incolti, viene riformata nel 1801 da Giulio Perticari, Girolamo Amati e Bartolomeo Borghesi che fanno dell'Accademia un giaciglio arcadico, dotandosi di nomi tipici della Grecia classica e definendosi pemeni, cioè pastori dell'Arcadia amanti della patria (filopatridi, appunto). L'effervescenza degli studi è tale che Byron non esiterà a definire Savignano l'Atene di Romagna. Nel 1869 Giosue Carducci riceve l’incarico di riformare gli Statuti dell’Accademia, mettendo fine alle ormai decadute atmosfere pseudobucoliche dell'Arcadia primottocentesca, assumendo l'incarico di Presidente e (ri)battezzando l'istituzione in Rubiconia Accademia dei Filopatridi. Fra '800 e '900 molteplici sono stati gli intellettuali di grande levatura che hanno popolato e vitalizzato l'Accademia: dallo storico Theodor Mommsen a Gioacchino Rossini, dal grandissimo storico della letteratura Francesco De Sanctis all'antropologo Paolo Mantegazza fino ai poeti Vincenzo Monti, Giovanni Pascoli e Marino Moretti. Ancora oggi proseguono gli studi sul ricchissimo patrimonio di codici, stampe e autografi che popolano la Biblioteca e dal 1960 si è dato inizio alla pubblicazione dei QUADERNI, che informano annualmente la comunità scientifica delle ricerche portate a termine.

Una location (non ce ne voglia il purista Perticari!) veramente azzeccata, che #busillisblog ha intenzione di visitare con più attenzione e, chissà, magari condurvi qualche indagine, magari sulla chicca della biblioteca, i Promessi Sposi del 1840 di Radaelli, illustrato da Gonin e stampato in mille esemplari donati in omaggio da Manzoni ai suoi amici. Perché come i Lions insegnano, la cultura è dono prezioso.

sabato 9 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: ELIO PAGLIARANI



di FRANCESCO GALLINA


Nel poemetto La ragazza Carla (1965), Elio Pagliarani racconta la vita quotidiana, routinaria e alienante di Carla, figlia di una misera pantofolaia che trova lavoro presso una ditta commerciale. La spersonalizzazione è subitanea: la sua identità si riduce a cosa, codice, numero e ogni energia vitalistica svanisce nel marasma del burocratichese. Il lavoro non diventa un momento di soddisfazione, ma di perdita di sé stessi. Se volessimo attribuire un colore al capolavoro di Pagliarani, quello è sicuramente il grigio della periferia, ma anche il grigio esistenziale. Per la consueta rubrica poetica del sabato, scegliamo di accompagnare l'incipit del poemetto con la rappresentazione che della periferia milanese dà Mario Sironi, il quale esalta le linee razionalistiche, di impatto tale   da distogliere l'attenzione dall'unico soggetto umano in primo piano. La spersonalizzazione è avvenuta: segno ne sono i versi dal ritmo frantumato, balbettante, indeciso. 
La fredda matematica ha vinto, e con essa il gelido dei "boschi di cemento". Tutto il resto è abitudine, stanca ripetizione.

Mario Sironi, Periferia, olio su tela, 1922



Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.
Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.
Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine
Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle
Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto
Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

giovedì 7 aprile 2016

GOMORRA LA SERIE, OVVERO DELL'INCOERENZA



di FRANCESCO GALLINA





"Questi sono gli ultimi giorni di riprese per Gomorra 2, che torna in primavera. Non potete immaginare cosa vi aspetta."





4 novembre 2015, bacheca Facebook di Saviano e - sotto al premesso post - un sorridente selfie scattato dai validi attori di Gomorra, la serie SKY diretta da un regista d'eccellenza come Sergio Sollima, il cui sporco e crudo Suburra abbiamo apprezzato e recensito positivamente sempre su #busillisblog (http://busillisblog.blogspot.it/2015/10/roma-putrefatto-cadavere-in-suburra.html).

Ma il problema non è né Sollima né la serie, serie - fra l'altro - di ottima qualità e dotata del raro pregio di prendere le distanze dal buonismo glicemico propinato dalle fiction Rai.
Il problema è Saviano. Questioni di plagio? No: questioni di coerenza.

La prima volta che lessi Gomorra era in seconda superiore: ci obbligò a leggerlo la professoressa che avrebbe dovuto insegnarci storia medievale e che, invece, su Gomorra perse intere settimane. Ce lo spacciava per un capolavoro e a me il libro era pure piaciuto, benché non sapessi manco che faccia avesse Saviano (il realtà la faccia sì, perché era sul retro di copertina, ma per il resto mi risultava un emerito sconosciuto). Sorvolo sulla proposta di un libro del genere a dei ragazzini. E allora vabbè, che sarà mai leggere di merda, budella, piscio, sangue e decapitazioni senza nemmeno conoscere uno, dico un solo fatto del Novecento? 
Ma a parte questi piccoli dettagli didattici, ora che Saviano lo conosco, perché studio Lettere e - nel bene o nel male - leggo senza che una professoressa mi imponga l'analisi di quello che è tutto tranne che un capolavoro, la mia idea sul libro non cambia. Stolto è chi critica un'opera artistico-letteraria sulla base delle simpatie che ha nei confronti del suo autore. 

L'importante è che produca un'opera sensata e decente: Gomorra lo è. Ma si ferma qui: i capolavori sono altri. Tanti i punti negativi, le evidenti ambiguità e gli elementi che non quadrano - esplicitati meglio di me da Alessandro Dal Lago nel suo caustico e penetrante saggio Eroi di carta (2010) ma anche tanti quelli positivi, fra cui dare la dignità di un'arma alla parola, che sa creare crepe, fratture, persino spaccare il miocardio del Sistema camorristico come fu quella di cui si fece paladino Peppe Diana. Gomorra offre inediti squarci su un fenomeno oscurato dall'attenzione mediatica su Cosa Nostra. Ma, soprattutto, Gomorra dimostra che, nella società alienata in cui viviamo, la parola può assumere nuova linfa vitale, buttare acqua fresca sui visi lordi. 

E fin qui va tutto bene - o quasi. Ma concentriamoci per un istante su uno dei capitoli più belli del libro dal punto di vista documentaristico: Hollywood, incentrato sui tripudi architettonici delle gigantesche ville dei boss (fra cui, appunto, Hollywood, la villa di Walter Schiavone). Proprio Saviano - se consideriamo coincidenti il narratore Roberto e l'autore Roberto - ci dice chiaramente quanto sia la Camorra ad ispirarsi al cinema e non il cinema alla Camorra. 
Camorra che assorbe come una fetida spugna tutto quanto di più schifoso, sbruffone e kitsch viene rappresentato dai protagonisti del Padrino, Scarface, Il camorrista, Pulp Fiction, The Crow. Sappiamo perfettamente che Saviano nasce nel '79 ed è impregnato fino all'osso di cultura pop. Quello che non comprendiamo è perché una serie TV da lui supervisionata debba essere spettacolare. Cosa può esserci di spettacolare nella famiglia Savastano? Ma allora, siamo o non siamo nel neorealismo? Perché, se davvero neorealismo, non ci dovrebbe essere nulla di spettacolare. La realtà, quella vera, di spettacolare ha ben poco, sia per gli onesti che per i criminali.

Il vero problema non è sputtanare il napoletano. No: il problema è eroicizzare la Camorra. E non sarebbe un problema se l'autore di Gomorra non avesse evidenziato così incisivamente la morbosa osmosi fra cinema e Camorra. E, ancora: se la camorra è reale e fa quello che viene descritto in Gomorra, cosa possiamo aspettarci di così stravolgente? Forse che la Camorra è speciale? Ma, allora, se è speciale, è anche attrattiva, seducente. O no? La serie TV cosa vuole veicolare? Stupore melodrammatico o realtà? Quale idea passa se i protagonisti di una serie TV scritta da un eroe  (?) dell'anticamorra sono proprio quei boss immaginari oggi tanto imitati (pensiamo a Ciro o a don Pietro) dai ragazzini di Scampia e Casal di Principe? Forse che Mafia e Camorra costituiscono un fruttuosissimo businness per l'anti-mafia e l'anti-camorra? Forse che l'una non potrebbe farsi bella senza l'altra? 

Gomorra è Gomorra. E basta. Non si può paragonare a nient'altro. Lo scrive Wu Ming 1 in New Italian Epic (2008): Gomorra è UNO - Unidentified Narrative Object. Gomorra è sfuggente. Non é il Padrino, non è Scarface. Semplicemente perché il Padrino Scarface non sono stati scritti da quello che, col tempo, è diventato un prete laico dalla parte del giusto. Sta proprio in questo la differenza fra la parola di di Don Peppino Diana e quella di Saviano: l'uno si è fermato alla parola, alla sua penetrante e rivoluzionaria potenza (tanto da essere stato ammazzato), l'altro ha iniziato con la parola, per finire con l'industria blasonata dell'immagine fantastica. Non c'è nessun peccato o scandalo in questo: ognuno può fare quello che vuole, scegliere i percorsi che preferisce. Ma un conto era Roberto, il pulito e adorabilmente imperfetto, l'uomo fatto di carne e pensiero, che ci raccontava della sua personale battaglia contro il Male umano, un altro è Roberto che sta dietro progetti in cui non solo più la parola non c'entra niente, ma si dà una roboante dignità ontologica alla Camorra. Allora qual è il fine? Combattere la Camorra, o suscitare piuttosto la suspence? Se la risposta fosse la seconda, allora, combattere la Camorra non avrebbe alcun senso. La suspense e la serialità hanno intrinseco l'essere idealmente continue, eterne. E se, dopotutto, la serie piace, è perché piace come viene rappresentata la Camorra: cioè, nient'altro che un ammasso di pezzenti, recitati da attori sopraffini, ma pezzenti lo stesso. E nei pezzenti è più facile identificarsi che nelle brave persone, non dico divine, ma semplicemente brave e non per questo senza difetti. 
Siamo passati da una docu/fiction al mito, dove non c'è più confine fra il vero e il falso. Così nella mente dei pischelli Giuseppe e Romeo nel libro Gomorra, così però, ormai, anche nei progetti di Saviano.

Saviano è libero di fare quello che vuole: ha la possibilità, l'appoggio. Perché non dovrebbe prendere parte a una serie TV?

Non sappiamo se siamo dalla parte della ragione o del torto. Un manager televisivo ci darebbe addosso, dicendoci che la ragione è del solo pubblico che adora il prodotto. Ma io non sono un manager, un ingegnere del successo, bensì un semplice uomo pensante. Non ho da vendere grandi valori, cerco solo un po' di coerenza.



mercoledì 6 aprile 2016

L'ABUSO DELLA PAROLA "RAZZISMO"


di FRANCESCO GALLINA


L'articolo Le pretese dei clandestini (http://busillisblog.blogspot.it/2015/08/le-pretese-dei-clandestini-ovvero-della.html) ha avuto un seguito incredibile, e per questo sono qui a ringraziare tutti voi che lo avete letto, condiviso, apprezzato e criticato. È un pezzo volutamente scomodo o, come sono solito dire, politically scorrect. Radicalmente scorrect. Non a caso è stato pubblicato sull'importante blog "Critica Impura" (https://criticaimpura.wordpress.com/2015/08/27/le-pretese-dei-clandestini-ovvero-della-corda-che-si-sta-spezzando/), non fosse altro perché è impuro, e ne fa un vanto. Nasce altresì dalla consapevolezza che avrebbe smosso la catara coscienza di qualche uomo perbenista, che è arrivato - rendendomi persino profeta, e me ne compiaccio - a definire quanto scritto non solo razzista, ma persino xenofobo. Mai previsioni furono più soddisfatte, nel bene o nel male. Li conosco fin troppo bene quelli che vedono il razzismo ovunque.
Ne ho tratto anche la sensazione che viviamo in un Paese manicheo fino al tracollo. Potessimo, su certi temi ci scanneremmo (gay, ebrei, animalismo, e chi più ne ha più ne metta): io, però, starei a guardare divertito, in un angolo, come un novello stoico. Non ho voglia né di scannare né di essere scannato.

Allora, ecco questo nuovo post, che è una riflessione, non certo una risposta a chi pretende di avere la verità in mano. Per loro, non ho tempo da perdere.
Ma che cos'è, insomma, il razzismo?

Partiamo, dunque, dalle basi. Il razzismo, sin dai suoi inizi marcatamente illuministici, considera l'uomo alla stregua di un ingranaggio all’interno di un disumano universo-macchina, regolato da predefinite e, oserei dire, divine e gelide leggi matematiche. Anche per questo – ma non solo – reputo gli Illuministi poco illuminati e per niente laici, anzi, religiosissimi più che mai. Sono proprio gli osannati Diderot e D’Alambert a credere che bianchi e neri discendessero da diversi progenitori. Vi si aggiunga l’attrazione che gli Illuministi nutrono verso l’ideale di canone trasmesso dalla classicità (quello di Fidia, Policleto & co.):


in altre parole, la perfezione, l’apollineo, la candida proporzione trasmessa dal neoclassicismo di Winkelmann. Con il primitivismo, si radica l’idea che l’intelletto primitivo possa accogliere solo nozioni concrete, mentre quello superiore possa sviluppare concetti astratti e, solo per questo, più belli, più validi. Migliori. Il tema è profusamente trattato nel thriller De Perfectione (Helicon, 2012).
Fallacia delle fallacie. Di lì, l’Europa diffonde l’idea della civilizzazione. Al di là della pretestuosità dell’intento (che sappiamo era esclusivamente politico-espansionistico), si inizia davvero ad intravedere il vero nocciolo del razzismo: educare, o meglio, ammaestrare quelle – al tempo – che sono considerate delle bestie. E bestie e uomini non sono per niente uguali. Sa va sans dire? Mica tanto, date certe idee che si fanno spazio di questi tempi.
Ovvero: il vero razzismo spersonalizza l’essere umano ritenuto
inferiore e, spersonalizzandolo, lo aliena dal libero arbitrio e dalle sue azioni che ne derivano, cioè l’unica cosa per cui l’uomo può essere giudicato. E può essere giudicato perché non siamo macchine, ma esseri pensanti, e il pensiero nulla ha a che vedere con le macchine. Il cuore del razzismo sta proprio qui, nel suo misticismo di fondo.

Poi venne de Gobineau, Galton, de Lapouge, Lombroso, Rosemberg, Hitler, Mengele ed eugenetica compagnia bella. Ma non siamo a un convegno sulla storia del razzismo. Mi chiedo allora se il mio articolo, a questo punto, abbia a che fare con il razzismo o si permetta invece di fare una scomoda considerazione empirica su quanto si stia verificando in questi giorni ed è attestato non solo da parole, ma da foto e video. Qui ne trovate uno, dove non siamo noi - brutti e senza cuore bianchi razzisti - ma i clandestini stessi:  http://www.imolaoggi.it/2015/07/20/protesta-dei-clandestini-vogliamo-il-condizionatore-e-biglietti-per-il-bus/
Tutti contestano? No, sarebbe generalizzare: è altrettanto vero, però, che la cronaca e le Forze dell’Ordine riportano diversi casi che fanno riflettere. Gli uomini non devono essere trattati come bestie, in nessun modo, ma, se ospiti, accontentarsi almeno a breve termine di quello che viene loro concesso: su questo punto, non ci dovrebbero essere storie, ma tant'è. Poi siete liberi di pensarla come volete (se non siete d’accordo, non solo non vi considererò bestie, ma nemmeno amebe).
Un altro punto, ad esempio, sarebbe capire una volta per tutte che l’uomo non è né Dio né infinito, così come né divina né infinita è la Terra. Il mondo è di tutti, è vero, ma ci sono dei limiti spaziali, temporali, vitali e legali che non possono essere trascurati, così, per sembrare più buoni. Le utopie sono antiumane. I velli d’oro portano solo rovina: Medea e Giasone fanno la loro meritata fine, sempre insoddisfatti come sono. E allora, abbracciare la cruda realtà è, forse, la soluzione migliore. La realtà è limitata, le politiche sono limitate, gli spazi sono limitati, i desideri sono limitati, tutto è limitato, ma non vogliamo dirlo, perché scardineremmo un tabù.
Ultima riflessione, siccome siamo uomini e facciamo uso della parola. Ormai razzismo, come amore e umanità, non è più una parola, ma un purissimo flatus vocis: tanto abusato quanto vuoto significante. Vederlo ovunque, ma proprio ovunque, denota scarso spirito critico.