sabato 2 aprile 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: POLIZIANO



di FRANCESCO GALLINA


C'è in Angelo Ambrogini, detto il Poliziano (1454 - 1494), una vivacissima goduria nello sfruttare la lingua - italiana, latina e greca - in tutte le sua potenzialità. Nel Rinascimento, momento di notevole riscoperta del classicismo, sono tanti gli ingegni, ma rari gli artisti che, come Poliziano, trovano nella letteratura un terreno fertile per coltivare il proprio eclettismo. Non solo raffinatissimo erudito, ma mente poliedrica si rivela il Poliziano, il quale salta abilmente dagli studi filologici al teatro, dalla poesia amorosa a intense prolusioni accademiche, dedicandosi fra l'altro alla scrittura di vituperationes in versi, come quella a cui oggi #busillisblog dedica spazio per la sua consueta rubrica del sabato pomeriggio. Meraviglioso esempio di grottesco, Una vecchia mi vagheggia corrode i glicemici e idealizzanti stilemi stilnovistici, offrendoci una parodia divertentissima della donna angelicata, qui nelle sembianze di una viscida vecchiaccia sdentata e sputacchiante. Una Beatrice dagli aspetti terreni, forse fin troppo. La categoria del grottesco, del deformante e dell'orrendo è anche al centro della produzione dell'illustratore contemporaneo Brendan Danielsson, con cui abbiamo deciso di accompagnare la lirica del Poliziano.



UNA VECCHIA MI VAGHEGGIA

dalle RIME di ANGELO POLIZIANO




Illustrazione di Brendan Danielsson




Una vecchia mi vagheggia,

vizza e secca insino all'osso;

non ha tanta carne adosso

che sfamassi una marmeggia.



Ell'ha logra la gingiva,

tanto biascia fichi secchi,

perch'e' fan della sciliva

da 'mmollar bene e pennecchi:

sempre in bocca n'ha parecchi,

ché 'l palato se gli 'nvisca;

sempre al labro ha qualche lisca

del filar ch'ella morseggia.



Ella sa propio di cuoio,

quand'è in concia, o di can morto,

o di nidio d'avoltoio:

sol col puzzo ingrassa l'orto

(or pensate che conforto!),

e fuggita è della fossa;

sempre ha l'asima e la tossa

e con essa mi vezzeggia.



Tuttavia el naso le gocciola,

sa di bozzima e di sugna,

più scrignuta è ch'una chiocciola:

po', s'a un tratto el fiasco impugna,

tutto 'l suga come spugna,

e vuole anche ch'i' la baci.

Io la sgrido: "Oltre va' giaci!";

ella intorno pur matteggia.



Non tien l'anima co' denti,

ch'un non ha per medicina;

e luccianti ha quasi spenti,

tutti orlati di tonnina.

Sempre la virtù divina

fin nel petto giù gli cola;

vizza e secca è la sua gola,

tal ch'uin becco par d'acceggia.



Tante grinze ha nelle gote,

quante stelle sono in cielo;

le sue poppe vizze e vote,

paion proprio ragnatelo.

Nelle brache non ha pelo,

della peccia fa grembiule;

e più bascia che le mule,

quando intorno mi volteggia.