venerdì 2 ottobre 2015

LA TOMBA DI DANTE, OVVERO DEL BRUTTO NELL'ARTE



di FRANCESCO GALLINA


La tomba di Dante è brutta.
Càpito spesso a Ravenna e mi sono fatto quest'idea, personalissima, criticabilissima. Legittima. Anche perché a Ravenna non ci vado per shopping, ma per ricercare libri e documenti su quello che, fino a prova contraria, è il massimo poeta italiano di ogni tempo. E non sto facendo gigionesca apologia. I suoi versi, la sua prosa, sono di una qualità tale che c'è da commuoversi come neanche di fronte alla Gioconda. Poi, pensando a certo pattume letterario oggi prodotto e finanziato, si passa direttamente dalla commozione al pianto. Pianto isterico.
Verso Dante, ho una venerazione che sfiora il sacro, ma cerca di restare sempre distaccata, razionale. D'altronde, il sacro può offuscare il vero. Anche per questo la sua opera non è sempre stata letta come doveva essere. Ma di questo ne parlerò a suo tempo.

Il busillis di oggi è un altro. Perché una tomba sì brutta, spenta, fiacca e fredda?
Non possiamo sapere cosa passasse per la testa a Camillo Morigia, l'architetto a cui il cardinal Luigi Gonzaga commissionò il progetto. Quando viene inaugurata, siamo nel 1781. Si presenta come un tempietto neoclassico con cupola, tutto giocato sul contrasto bianco/nero, all'interno della cosiddetta Zona Dantesca. All'interno v'è il sepolcro (che, detto tra noi, conterrà sì e no un etto di cenere, se va bene), sormontato da un bassorilievo di Pietro Lombardo, che vede Dante riflettere davanti a un leggio. Grande fantasia. Poi, sotto, qualcosa che non c'azzecca nulla e sa di funebre più della tomba stessa: una ghirlanda in bronzo donata dai reduci della Prima Guerra Mondiale. L'unico sprizzo è dato dalle venature dei marmi ocra e cioccolato, e da una lampada che va a olio toscano di oliva: campanilismo misto a pubblicità olearia, non male.

Insomma, niente a che vedere con il sfarzoso cenotafio dedicato a Dante nella Basilica di Santa Croce, così come tutte quelle a Santa Croce in generale. Ma, se è per questo, di molto inferiore ad altre tombe che possiamo incontrare lungo i più belli cimiteri monumentali d'Italia: da Staglieno al Verano passando per l'Acattolico di Roma. Eppure Dante si sarebbe meritato una tomba non solo più ricca, preziosa e appariscente, ma anche più significativa, centrata, come sono quelle di Keats o Wilde, autori di massimo rispetto che però - per loro sfortuna - non si chiamarono Dante Alighieri.
Ah, sia chiaro: non ho detto che è obbrobrioso, scandaloso, orrendo. Ho detto che è brutto e che mal si adatta alla figura di Dante, a livello linguistico, politico, religioso e filosofico ha rappresentato.
Lo scrisse anche Rosenkranz che esiste l'arte brutta, e in quanto tale non deve assolutamente esclusa:     un'opera d'arte, cioè, è tanto più bella quanto più grande è il brutto che ha dovuto vincere. E la tomba di Dante, al pari di tante altre, per me, non è niente di speciale, quanto speciale fu colui i cui resti sono ad ora conservati. Perché, prima dov'erano?
Erano in un luogo molto più suggestivo, semplice e medievaleggiante, ma che - se vogliamo - attrae molto di più l'occhio dell'uomo contemporaneo. Si trovavano sulla destra dell'attuale tomba, in un grosso tumulo, dietro la bella inferriata di un cancello che racchiude il giardino del Quadrarco di Braccioforte.
Mi ricorda un po' quei tentativi di ammodernamento mal riusciti, la tomba di Dante. Evidentemente, errori si commettevano già allora ma, in tal caso, ne è uscito un monumento  modesto, spoglio e buio, che rende minimamente giustizia al gigante della letteratura italiana.              Non si pretendeva una tomba napoleonica, ma qualche cosa che ci andasse molto vicino. Gonzaga aveva soldi, ma li ha usati male, nella cecità tipica di alcuni neoclassicisti ottenebrati dall'apollineo classico.



Il poco megalomane sepolcro
di Gabriele D'Annunzio al Vittoriale.
Ammetto che, trovandomi dinnanzi alla tomba di Ariosto nel cuore della biblioteca Ariostea, a Palazzo Paradiso a Ferrara, ho avuto un accenno di sindrome di Stendhal. Esalta Ariosto tanto da schiacciarti con la sua magnificenza. Un po' come quando sali il colle fino alla tomba di D'Annunzio e dei legionari fiumani, sul cucuzzolo del Vittoriale, e hai la sensazione di essere Dante di fronte a Dio. Ma D'Annunzio è D'Annunzio e Dante è Dante. Se però provi quella sensazione, significa che D'Annunzio, di estetismo nell'arte, se ne intendeva. E anche tanto. 
Non si può dire altrettanto per Camillo Morigia che, evidentemente, non sapeva bene chi fosse l'Alighieri, o forse commise un errore madornale, come quando sbarchi alla stazione di Roma Termini e sbatti davanti al Papa Giovanni Paolo II scolpito Oliviero Rainaldi.
Che pensi sia un orinatoio, ma è Giovanni Paolo II, e non te ne capaciti.