sabato 4 giugno 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CAMILLO SBARBARO



di FRANCESCO GALLINA



C'è un rapporto filiale e sacrale fra Camillo Sbarbaro e la Liguria. Lo stesso rapporto che ritroviamo, elaborato con lessico e stile diverso, in Eugenio Montale. Quella del poeta di Santa Margherita è una Liguria pietrosa, ossuta, scabra, ardua da percorrere, percossa dai venti. Ma la Liguria è anche interlocutrice, amica e madre entro il cui corpo paesaggistico è possibile impiantare panicamente le radici, e crescere. Scarsa lingua di terra è un elogio alla regione ligure, magro e irregolare lembo di terra, mare e roccia, dove si confondono i gialli dei limoni, la salsedine e l'aroma delle erbe, dove piattezza e bufera di alternano nevroticamente. Per la consueta rubrica poetica del sabato, #busillisblog accompagna questo idillio con un olio su tela del contemporaneo Leonid Afremov, pittore bielorusso che, attraverso l'uso sapiente della spatola, è capace di rendere tanto la linearità quanto i forti contrasti di questa magnifica terra, in quello che potremmo definire un "postimpressionismo 2.0".



SCARSA LINGUA DI TERRA

in RIMANENZE di CAMILLO SBARBARO




Leonid Afremov, Portofino - Liguria, olio su tela 



Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d'ancoraggio;
percossa dalla fersa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l'alghe e le procellarie
ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.

Liguria, 
l'immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui nelle contrade grasse dove l'erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d'oro sull'omero - dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato 
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l'anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall'olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l'amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.

Bevvi 
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.

Marchio d'amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l'anima,
Liguria, che hai d'inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d'improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s'aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l'ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d'ombra
dall'oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
- aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s'affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell'alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l'orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L'ultimo remo, vecchio marinaio
t'appenderei.

Ché non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s'accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell'erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.