giovedì 13 ottobre 2016

INFERNO. QUANDO DA UN LIBRO BRUTTO PUÒ NASCERE UN FILM BELLO (MA NON TROPPO)





di FRANCESCO GALLINA











Basta leggerne qualche pagina, e ci si rende subito conto che Dan Brown scrive male. Non solo Inferno. Per appurarlo è sufficiente entrare in una qualsiasi libreria, aprire le prime pagine e farsi un'idea. A meno che non si abbia il santo desiderio di leggere qualcosa di buono, e allora basta aprire la pagina IBS per capire che l'ultimo romanzo di Brown è il solito pasticcio americano, tanto acclamato quanto brutto. Gli elementi per una storia avvincente ci sono tutti, ma il risultato è una guida turistica romanzata che giova all'Italia perché esoterizza ciò che non dovrebbe essere esoterizzato. E nel Terzo Millennio, questo è tutto. 

Poi, però, può darsi il caso che tu sia un fan di Ron Howard e che il trailer del film tratto da una ciofeca diventi un'ossessione. E così è stato per me Inferno. Che, chiarisco subito, non è un capolavoro. Da un'opera discutibile è difficile che nasca un gioiello cinematografico. Ma Howard è aiutato. E non intendo - economicamente - da Italo, che si fa il suo bel marchettone fissato com'è a incrementare la sua clientela. Faccio riferimento alle musiche elettrizzanti di Hans Zimmer, ma soprattutto alla bellezza artistica delle città in cui la pellicola è girata: Firenze, Venezia e Istanbul. A parte queste ultime due, che ricoprono un ruolo pressoché irrilevante, è l'uso che Howard fa di Firenze a farmi invidia. Tanta invidia. Perché se Parma - la città in cui vivo - trovasse un regista eccellente che ne sapesse sfruttare la bellezza artistico-architettonica, per la nostra città tanti problemi si risolverebbero. Anche questo è Turismo, e il capoluogo toscano non potrà che giovarne per gli anni a venire. Con Howard, veniamo immersi nel cuore pulsante della città: Palazzo Vecchio, Uffizi, Corridoio Vasariano, Giardino di Boboli. Quel che stupisce non è tanto il trionfo di bellezza che traspare dalle scene (merito di un ottimo direttore della fotografia quale Salvatore Totino), quanto semmai la sicurezza con cui Langdon si muova in luoghi che non ha mai visitato. Genio puro (?).

Howard, a differenza di Brown, conosce alla perfezione lingua e stili cinematografici e ci offre un film d'azione ricco di effetti speciali, ma estremamente verisimile (si veda la scena iniziale del suicidio) e dai movimenti di macchina epici. Il film scorre liscio, non fosse per il didascalismo snervante di Langdon, che deve dimostrare di saperne. Eppure, laddove avrebbe potuto far emergere lati davvero esoterici dell'opera del Sommo Poeta, ecco saltare fuori con la solfa dell'amore romantico fra Dante e Beatrice (che un mio saggio scientifico di prossima uscita sfata). Se Firenze ne esce bene, Dante, insomma, ne esce sminuito, e banalizzata la sua opera. Dante è solo una disgraziata pedina capitata nelle mani di uno scrittore potenzialmente bravo ma, all'atto pratico, solo santificato dal marketing. Solo qualche sporadica citazione mentre due fanno l'amore (che infelice coito!), e per il resto quel che emerge è un Dante in chiave neo-malthusiana. Solo che di Malthus non si parla mai.


Gli americani vogliono insegnarci chi è Dante. Non ce la fanno. Ma sono un uomo dalle larghe vedute, e allora dico: se un'operazione come questa può anche solo indurre un giovane traviato dalla brownite cronica a studiare (studiare, non leggere!) la Commedia dantesca, ebbene, sia lodato Inferno (ma non troppo).