martedì 22 dicembre 2015

LA SCUOLA STRACCIONA: NOTE SUL DECORO SCOLASTICO



di FRANCESCO GALLINA




La moda dello "studente povero" è un patetico residuato bellico sessantottino, come ne sopravvivono molti nella scuola italiana di oggi. Le assemblee, ad esempio. O la tiritera della famiglia che non può permettersi i libri, ma l'I-phone6 sì, sai com'è. Eppure, se si è davvero poveri, basta un Nokia1616 a soli 30 euro. Tra i presunti poveri ci sono quelli che vanno a scuola con i jeans stracciati. La moda del pezzente va alla grande, e lo straccio fa figo. Lo strappo, poi, ricorda un po' l'atto del trasgredire, l'essenza della rivoluzione: strappare. Ma non è più tempo di rivoluzioni, perché quelle che si sono fatte non hanno portato a molto (tranne quella industriale). Il Sessantotto - o meglio, il Lungo Sessantotto - non solo è stato fallimentare, ma ha rovinato la scuola dall'interno. 

Insomma, dove andiamo a parare? Alla notizia uscita ieri che vede il preside del liceo Roiti di Ferrara indire la crociata contro la moda stracciona: "Non chiedo cravatte e tailleur ma abiti normali, senza rotule sporgenti o pantaloni squarciati." e, sarcasticamente, aggiunge "Si è passati da tagli e scuciture a lacerazioni e sbrindellature di tali dimensioni che viene da chiedersi se siano reduci da un disastro aereo o da un incontro ravvicinato con una bestia feroce”.

Lo strappo non è segno di povertà, ma ha un costo superiore al normale e umano pantalone, sempre dignitoso, sempre chic. Che #busillisblog si sia dato alla moda? Macché! Né look né moralismo: quello che ci contraddistingue è un leggero, quasi impercettibile, sussulto di dignità che vorremmo penetrasse nelle aule delle scuole italiane.  

Non fosse chiaro, andare a scuola è come andare a lavoro. Lo studio è lavoro. Lavoro non retribuito in denaro, è vero, ma fondamentale esercizio mentale, pratico e teorico. Premesso che ognuno può fare quello che più gli pare e piace, in piena libertà, è anche vero che la libertà non è anarchia allo sbando. Se un cameriere di un ristorante stellato vi servisse con un lobo sfondato, i pantaloni stracciati e pezzi di intimo vedo-non-vedo, cosa pensereste? Può essere la persona più buona al mondo, ma non ha la decenza, il buon gusto o, più semplicemente, il rispetto. Non nei confronti di sé stesso, ma del pubblico con cui si relaziona. I docenti, oltre che a sparare nozioni, dovrebbero educare al mondo del lavoro e fare finta, per un momento, che sedia e banco siano per i ragazzi un posto di lavoro. La fola dell'abito che non fa il monaco è una fola, appunto. L'abito è tassello fondamentale dell'identità di una persona: da come ti vesti, come da come mangi, posso decifrare buona parte della tua personalità. Lo stesso vale da come mangi e da come parli. Il jeans strappato, come la minigonna e la riga del culo in bella vista appartengono alla miseria di testa, e chi lo permette è complice del degrado. Sociale? No, umano. La scuola non è un non-luogo ma spazio d'incontro, di relazione, di educazione alla civiltà e al decoro.

Ogni sede pretende il suo abito e il suo linguaggio: vestirsi, d'altronde, è un modo come un altro per lanciare messaggi. Lo straccio si addice ai barboni ed è perfetto per pulire i pavimenti e gli orifizi. Chi vuole rendere la scuola un ano di indecorosa ignoranza - che va anche oltre l'abito, s'intende - non è degno della scuola. La scuola è una straordinaria opportunità di umanità: le bestie non vi fanno parte (o non dovrebbero). Sarebbe ora di insegnarlo. Ai genitori, si intende.