giovedì 10 dicembre 2015

RAPTUS: QUANDO LA PSICOLOGIA SI FA COMPLICE DEL CRIMINE



di FRANCESCO GALLINA







"Mi hanno consigliato di allontanarmi, perché l'assassino poteva essere in preda ad un raptus": sono queste le parole che i carabinieri avrebbero rivolto al vicino di casa di Mohamed Jella, nella notte in cui ha pestato a morte Alice. Siamo nel quartiere Montanara di Parma, al tempo dell'integrazione a tutti i costi, dell'amore confuso e di uno Stato che caccia i criminali dal suolo italiano con un solo pezzo di carta in mano. Ma soprattutto, siamo nell'epoca del raptus. Tralasciando che Jella avesse sulla testa un decreto di espulsione mai rispettato e che fosse ben conosciuto delle Forze dell'Ordine (come mi sento protetto!), che cos'è questa tiritera del raptus?

Raptus deriva dal latino rapio e significa rapito. Rapito da chi? Dalla follia. E già qui c'è un problema di fondo: siamo noi i folli o è folle la follia? Perché se i folli siamo noi, la responsabilità di quello che facciamo è solo e solamente nostra. Ma se è la follia che ci insidia, allora, le cose cambiano. Se è la rabbia che, come un dio panteistico ci pervade rapinandoci la ratio, le cose cambiano radicalmente. Eccolo, il raptus. Come se poi Jella, vedendo il vicino di casa soccorrere la ragazza, lo avrebbe ucciso per raptus! E certo, quando uccido uno e sono visto, non uccido per eliminare il testimone, ma per raptus, come no! 

Vi sembra un discorso banale? Mica tanto. Se ammettiamo che c'è un'essenza trasformante che induce determinate azioni, come una droga, allora la colpa di quello che facciamo non è più la nostra. O non è più solo la nostra. La psicologia nostrana e spicciola, sostenendo l'esistenza del raptus, si fa complice dei crimini più efferati e dei più audaci azzeccagarbugli che li difendono in aula di tribunale. 

Quello di cui non si tiene conto è che il pensiero non va in cortocircuito da un momento all'altro, ma degrada nell'arco del tempo, meditando. Non ci interessa sapere se la vendetta è un piatto freddo o caldo, ma che è un piatto e, come ogni piatto, ha una sua ricetta, una sua tempistica e una sua cottura. Il piatto, insomma, non si fa da sé: le grandi brigate di chef ce lo insegnano. C'è sempre del premeditato nell'assassinio. E c'è sempre una salda volontà, un piacere nel farlo (a meno che si tratti di legittima difesa). Che poi, messa in pratica, tale volontà porti al pentimento, questo è un altro paio di maniche. E non è sempre detto: Franzoni docet
Il puzzle può essere semplice e affrettato come nel caso di Jella, oppure architettato con sagacia, come l'Isis dimostra di fare quotidianamente. Ammettere che Jella ha ucciso per raptus è un po' come dire che i kamikaze si fanno esplodere a caso, così, quando gli salta il ghiribizzo. 

Nella sua infinita banalità, la psicologia - diversamente da una parte della psichiatria e della psicanalisi - ha teorizzato una fallacia logica facendola passare per verità. Al di fuori che nei cartoni animati, il raptus non esiste.