sabato 30 gennaio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: CARLO BETOCCHI


di FRANCESCO GALLINA


Poeta dai più dimenticato, Carlo Betocchi è stata una delle voci più originali ed indipendenti della poesia della seconda metà del secolo XX. Per la sua consueta rubrica di poesia, #busillisblog vi propone la sua Estate di San Martino (1961): vicino alla poetica pascoliana del fanciullino, resta attaccato a forme metafisiche di interpretazione del reale. Montaliani barbagli di luce e crepuscolari dialoghi silenziosi rimbalzano fra i rossi embrici, superficie su cui un elemento lontano e misterioso - forse un ricordo, forse un'allucinazione - proietta il proprio enigmatico sguardo: un'epifania. 

La lirica è accompagnata dal vivace cromatismo dei Tetti di Roma di Renato Guttuso.


DAI TETTI

in L'ESTATE DI SAN MARTINO (1961) di CARLO BETOCCHI




Renato Guttuso, Tetti di Roma, 1942



E' un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un'increspatura
di tegole. E' un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all'altra,
come da bocca a bocca, l'acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell'unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch'esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l'ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d'embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d'ombra.
- Siamo - dicono al cielo i tetti -
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazio su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.