martedì 23 febbraio 2016

MARK ZUCKERBERG, OCULUS E IL MITO DELLA CAVERNA



di FRANCESCO GALLINA








Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l'ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell'antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
«Li vedo», disse.
«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d'ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com'è naturale, parlano, altri
tacciono».
«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».
«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos'altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?» «E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?» «E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?» «Sicuro!».
«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?» «è inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse anche un'eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all'ombra che passa?» «Certo, per Zeus!».
«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
«È del tutto inevitabile», disse.
«Considera dunque», ripresi, «come potrebbero liberarsi e guarire dalle catene e dall'ignoranza, se capitasse loro naturalmente un caso come questo: qualora un prigioniero venisse liberato e costretto d'un tratto ad alzarsi, volgere il collo, camminare e guardare verso la luce, e nel fare tutto ciò soffrisse e per l'abbaglio fosse incapace di scorgere quelle cose di cui prima vedeva le ombre, come credi che reagirebbe se uno gli dicesse che prima vedeva vane apparenze, mentre ora vede qualcosa di più vicino alla realtà e di più vero, perché il suo sguardo è rivolto a oggetti più reali, e inoltre, mostrandogli ciascuno degli oggetti che passano, lo costringesse con alcune domande a rispondere che cos'è? Non credi che si troverebbe in difficoltà e riterrebbe le cose viste prima più vere di quelle che gli vengono mostrate adesso?» «E di molto!», esclamò.
«E se fosse costretto a guardare proprio verso la luce, non gli farebbero male gli occhi e non fuggirebbe, voltandosi indietro verso gli oggetti che può vedere e considerandoli realmente più chiari di quelli che gli vengono mostrati?» «è così », rispose. «E se qualcuno», proseguii, «lo trascinasse a forza da lì su per la salita aspra e ripida e non lo lasciasse prima di averlo condotto alla luce del sole, proverebbe dolore e rabbia a essere trascinato, e una volta giunto alla luce, con gli occhi accecati dal bagliore, non potrebbe vedere neppure uno degli oggetti che ora chiamiamo veri?» «No, non potrebbe, almeno tutto a un tratto», rispose. «Se volesse vedere gli oggetti che stanno di sopra avrebbe bisogno di abituarvisi, credo. Innanzitutto discernerebbe con la massima facilità le ombre, poi le immagini degli uomini e degli altri oggetti riflesse nell'acqua, infine le cose reali; in seguito gli sarebbe più facile osservare di notte i corpi celesti e il cielo, alla luce delle stelle e della luna, che di giorno il sole e la luce solare». «Come no? » «Per ultimo, credo, potrebbe contemplare il sole, non la sua immagine riflessa nell'acqua o in una superficie non propria, ma così com'è nella sua realtà e nella sua sede». «Per forza», disse. «In seguito potrebbe dedurre che è il sole a regolare le stagioni e gli anni e a governare tutto quanto è nel mondo visibile, e he in qualche modo esso è causa di tutto ciò che i prigionieri vedevano». «è chiaro», disse, «che dopo quelle esperienze arriverà a queste conclusioni». «E allora? Credi che lui, ricordandosi della sua prima dimora, della sapienza di laggiù e dei vecchi compagni di prigionia, non si riterrebbe fortunato per il mutamento di condizione e non avrebbe compassione di loro?» «Certamente».


Quello che avete appena letto è il celeberrimo passo tratto dal settimo libro della Repubblica di Platone: è il mito della caverna. Quale morale sottosta a questo racconto? Una e una sola: dentro la caverna c'è la realtà, pura opinione, foto slavata del vero, copia inautentica di Idee sovrannaturali; fuori dalla caverna c'è la realtà virtuale delle Idee, autentiche, vere, bellissime, emozionanti, simboleggiate dal Sole, un sole virtuale, s'intende, non certo quello abbronzante. Ma la verità ha un costo: quando lo schiavo esce dalla caverna e rientra, viene assassinato, perché nessuno crede in quello che ha visto. 
Cambiamo pagina: siamo nel 2016. La caverna di cui stiamo parlando è il centro congressi che ospita il Mobile World Congress. Il Sole è Oculus, acquistato da Facebook due anni fa, e ora tecnologia resa a disposizione di tutti. Il costo non è più la morte (almeno quella fisica, quella psicologica...), ma qualche centinaio di euro, perché questo è il prezzo dei Gear Vr, che però sono in omaggio per chi acquista il nuovo Galaxy S7. La realtà virtuale afferma il dio Zuckerberg è la piattaforma più social di tutte. Il nuovo telefono sembra un’astronave, gli scenari cambiano, le prospettive esplodono. Zuckerberg racconta che oltre 200 tra giochi e app sono disponibili per la realtà virtuale, ma ciò che più sbalordisce è la possibilità di comunicare in un modo nuovo: grazie a un algoritmo sviluppato da Oculus servono meno dati per lo streaming di video immersivi, e non è detto che a breve non possano arrivare le videochat virtuali. 

Quando i numeri vincono sulla parola, non resta che esclamare stupefatti: WOW! Ma ho detto stupefatti nel senso di stupefazione, cioè stato di torpore e di distacco dalla realtà provocato dall'uso di sostanze stupefacenti. Gli schiavi del 2016 non vedono più quello che li circonda, nemmeno dio Zuckerberg, che gli passa accanto, sorridendo piacione. Oculus non è più Facebook, e non è nemmeno più il cinema, perché su FB e al cinema posso sempre e comunque muovermi liberamente. Indossando Oculus, invece, vado incontro a una schiavitù volontaria. Perché schiavi non si nasce. Schiavi si diventa. Con Oculus è semplicemente iniziata l'eutanasia del nostro pensiero: Zuckerberg altri non è che un nostro alleato. D'altronde, pensare è faticoso, no? WOW.