martedì 9 febbraio 2016

SANREMO, FESTIVAL DELL'ANALFABETISMO E DELLA NEVROSI




di FRANCESCO GALLINA






Per testare il livello culturale dell'Italia non servono grandi studi di statistica. Bastano le canzoni di Sanremo per avere una cartina al tornasole di quale sia il grado di istruzione e di tecnica scrittoria che aleggia in Italia. 

L'italiano mediocre, quello che mastica il vocabolario di un'otaria, apprezza il vuoto. Attenzione: non il semplice, ma il vuoto. La parola svuotata del suo contenuto, a Sanremo, va alla grande: è, anzi, il primo step per accedere all'Ariston. La Rai, che a partire dagli anni '70-'80 ha intrapreso la strada della propria decadenza, sa che più sono condite di stupidità, più le canzoni del Festival di Sanremo saranno seguite e trasmesse alla radio. A noi di #busillisblog, per una volta, non interessa l'esecuzione musicale, ma il testo standard delle canzoni, almeno quelle degli ultimi dieci anni.

Il cittadino mediocre del mondo ama l'amore. E lo ama in tutti i sensi, a tal punto da toccare le tette di una statua raffigurante una giovane (mai esistita) che, per amore, si è suicidata. Quindi, l'italiano, come Giulietta, ama anche la morte. Facciamo due più due e il gioco è fatto: "morire per amore" sarà il tema prevalente, accostato all'amore bello, stellato, profondo, fiorellato, chic. L'importante è che venga dal cuore, perché venisse dal cervello nessuno capirebbe un tubo. Poi ci sono testi cantati col podice ma dignitosi, come Io sono una finestra di Platinette e Di Michele, o testi banali con una melodia gradevole come Una finestra tra le stelle. Poi ci sono i Rino Gaetano, i Bersani, i Cristicchi. Infine gli Elio e le Storie Tese, che nel 2013 si piazzano al secondo posto con uno dei testi più bislacchi e attraenti dell'ultimo decennio: con La canzone mononota salgono sul podio di un Festival mononoto, ma sono in pochi ad accorgersene. 

L'unica canzone vincitrice che sfrutta più di tutte il lemma amore è Chiamami ancora amore di Roberto Vecchioni, dotato di un testo meraviglioso non fosse per quell'amore tanto perché va di moda metterlo in ritornello, ripetendolo come fosse una nenia, che alla lunga stanca. Dopo le 22 occorrenze in Vecchioni arriva il testo imbarazzante del Volo, gruppo che canta sicuramente meglio di Bocelli (che è tutto fuorché un tenore), ma che vomita parole che sembrano carne di cavallo trita degli anni '60 aromatizzata con olio di marca Claudio Villa del 2015. La voce c'è, inutile nasconderlo, e la melodia è strappalacrime - come di consueto -, d'altronde non potrebbe essere altrimenti. Moderni trovatori, i ragazzi del Volo parlano, più che di un amore, di una nevrosi non passata al setaccio non solo della psicanalisi, ma manco della psicologia. "Amore, solo amore è quello che sento. Dimmi perché quando penso, penso solo a te. Dimmi perché quando vedo, vedo solo te. Dimmi perché quando credo, credo solo in te grande amore.". In pratica, siamo di fronte ad una delle migliori forme ossessivo-compulsive da Vola colomba di Nilla Pizzi fino ai Dear Jeack passando per Sergio Endrigo. Come se l'amore fosse un punto fisso che riduce ad amebe.  Questo, d'altronde, è il fine primario di Sanremo: fare dell'Italia il Bel Paese dell'amore disperato, irrisolto, irraggiungibile, fatto o di poveracci o di bellimbusti. Il testo di Grande amore può essere compreso da chiunque abbia conseguito la licenza media e anche da chi abbia la sola licenza elementare; il 90% dei termini utilizzati appartengono ad uno squallido Vocabolario Base e, tra questi, ben il 96% figurano nel repertorio tradizionale dei lemmi più usati.

Con Sanremo non siamo più di fronte al pop, ma all'ignoranza resa testo (e musica). E se anche le voci sono belle, sono i testi a fare la differenza, come nei film: se la sceneggiatura fa pena, le luci possono anche essere mozzafiato, ma resterà pur sempre una ciofeca. 

La ricetta di Sanremo è l'amore platonico, nevrotico, di una conflittualità scialba, insomma. Canzoni da inetti sveviani, sfaccendati, mistici kirkegaardiani del nuovo millennio alla ricerca di ideali zombie, ma sempre vivi, in un modo o in un altro. Per il resto nessuna novità, nessuna contaminazione, nessun impegno stilistico, melodico o sonoro. Perché Sanremo e Sanremo. Ma Sanremo è anche l'Italia e il livello della sua originalità e del suo ingegno.