sabato 2 luglio 2016

UN POETA A CASO, MA NON TROPPO: MARIA LUISA SPAZIANI



 di FRANCESCO GALLINA


C'è un ultrasuono invisibile che pervade la natura e l'universo. Una forza panica, che tutto avvolge, una divinità panteistica che solo pochi possono cogliere, dietro "segni umbratili di nervi". Le parole non bastano, sono insufficienti. E allora ecco che ci si affida a segni imprevedibili, a un lessico alieno al linguaggio umano. Maria Luisa Spaziani raccoglie ne La traversata dell’oasi. Poesie d’amore 1998-2001 (Mondadori, 2012) liriche leggere ma nello stesso tempo criptiche, come è la Verità che al suo amato Eugenio Montale si spalancava oltre la matassa del "filo da disbrogliare". Per la Spaziani, Montale è uno stigma incancellabile: il primo verso richiama inequivocabilmente Non chiederci la parola, manifesto della poetica montaliana. A due anni dalla morte della poetessa torinese, #busillisblog propone una sua poesia, accompagnandola con un'opera d'arte del contemporaneo Fernandez Arman, Violin on orange canvas with pressed paint tubes (2002). Niente parole. Solo tubetti di colore che sgocciolano musica. Forse non la immaginava nemmeno Bach.



[NON CHIEDERMI PAROLE, OGGI NON BASTANO] 

in LA TRAVERSATA DELL'OASI 
di MARIA LUISA SPAZIANI





Non chiedermi parole, oggi non bastano.  
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili  
nei loro incastri, sono consunte voci.  
È sempre un prevedibile dejà vu.
Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
  tramite segni umbratili di nervi,  
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.
Un fremere d’antenne, un disegno di danza,  
un infinitesimo battere di ciglia,  
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.