lunedì 28 settembre 2015

GIO EVAN, OVVERO DI UN POETA VIAGGIATORE



di FRANCESCO GALLINA



C'ha una bella testa. Non solo i capelli, un cespuglio invidiabile. 
C'ha propria una bella testa, Gio, perché, delle parole, sa farne buon uso, e a noi di #busillisblog ci piace chi sa fare buon uso delle parole. Ci piace chi sa dare alle parole, soprattutto quelle logorate dall'uso comune, nuovi sensi, nuove sfumature semantiche. Chi sa giocare con i significanti per partorire significati ricchi di spunti. Lo sa il caro Nanni, ma lo sappiamo anche noi di #busillisblog: le parole sono importanti, troppo importanti. E anche i giochi.

Nella mia ricerca di buoni talenti, mi sono imbattuto da tempo nell'attività di Gio Evan: poeta, cantautore, artista di strada

Una bellissima intervista per inaugurare la settimana. 

Da non perdere.






Benvenuto su #busillisblog, Gio! I nostri lettori affezionati, ormai ci hanno fatto la piega sul fatto che voi poeti di strada, il più delle volte, amiate adottare pseudonimi. Nel tuo caso, però, non si tratta di un "semplice" pseudonimo...

Ciao e grazie carissimi di busillisblog, ciao Francesco.
Nel mio caso, ma credo sia anche il caso di chi frequenta la strada come galleria artistica, il passo a crearsi uno pseudonimo è breve e spontaneo. Trattandosi il più delle volte di arte non autorizzata, la prima forma di tutela è quella dell'anonimato: scrivere nome e cognome su un muro può risultare una mossa azzardata, almeno qui in Italia, dove da molti non siamo visti come gente “per bene”. E allora, almeno per me, è stato istintivo cercare un nuovo battesimo. Il nome Gio Evan nacque a Capilla del Monte, in Argentina, da uno sciamano Hopi durante una cerimonia di peyote. Mi mise due dita al centro della fronte e mi disse “tu sei Gio Evan”. Quando chiesi spiegazioni a riguardo, mi disse che con il tempo avrei trovato i
miei significati. Vissi tre mesi con lui, in una grotta sui colli di Capilla, vivevamo mangiando poco, un pasto al giorno che consisteva in frutta, riso e pane. Mi insegnò la medicina energetica, come recuperare i frammenti di anime perse, come pregare, il potere della gentilezza, e credimi potrei continuare per giorni su questo argomento, ma abbiamo già Carlos Castaneda. Comunque, alla fine, strinsi un'amicizia viscerale oltre che un rapporto autentico discepolo e maestro. Lui vide in me quella cosa che io stavo cercando di vedere in me, me la indicò un sera di marzo, divenni felice. Continuai per il Sud America più o meno 2 anni, attraversandola in bicicletta, a caccia di sciamani, ma in Argentina e Brasile avvennero iniziazioni più importanti, partecipai a rituali trascendentali e mi insegnarono molti dei loro metodi. Anche in Brasile mi fermai a vivere in un villaggio di sciamani, anche in Ecuador capitò, ma andiamo pure avanti con l'intervista o qui ci facciamo un libro. [sorride]

La tua biografia è un ampio e coloratissimo ventaglio di viaggi all'estero, in Europa, ma non solo. Quali sono i luoghi che più hanno inciso sulla tua produzione letteraria a livello tematico e contenutistico? Quali sono i popoli e le culture con cui sei entrato in simbiosi, quelli che più ti hanno lasciato il segno?

Ogni viaggio ha contribuito a modellare il mio stile e il mio carattere: l'India ad esempio mi ha ispirato al virtuosismo, a essere ermetico, mentre l'Ecuador mi ha detto ad alta voce “torna semplice”. La Norvegia mi ha ispirato a scrivere di calore, l'Argentina mi ha insegnato a mettere il tango nelle poesie, il Brasile a pensare musicalmente, il Paraguay forse non mi ha insegnato nulla ma l'Uruguay mi ha detto “ce la fai”. L'india mi ha insegnato molto, sono sempre stato spinto da una voce interiore verso il mondo dello sciamanesimo, vivere in India mi ha portato a conoscere una razza aliena, non conoscendo la lingua, ho passato quasi un anno in silenzio. Stare a stretto contatto con sciamani sadhu e baba è una fortuna, poter apprendere le loro meditazioni e le loro metodologie è una ricchezza inestimabile.

Dei tuoi viaggi parli in Florilegio passato, libro in cui parli del tuo nomadico girovagare attraverso l'India, senza soldi e a piedi nudi. Quanta importanza ha rivestito quell'esperienza e quali angoli e scorci dell'India ti piacerebbe ricordare e dipingerci?

Sono andato in India per una visione avuta in Italia. In questa visione io sarei dovuto morire il 13esimo giorno, ma presi e partii uguale. Portai con me solo 150 euro e la mia intenzione era quella di starci un anno preciso. L'obiettivo era quello di passare del tempo con sciamani, guru e maestri spirituali, non mi interessava null'altro all'epoca. Arrivato in India la prima cosa che feci, in segno di rispetto per una terra a me molto sacra, fu quella di appendere le scarpe su un albero. Proseguii il viaggio a piedi e in autostop, facendo ristoro negli Ashram in cambio di manodopera. Nel frattempo cominciai a scrivere Florilegio passato, una catena di poesie virtuose e complesse che spiegavano le visioni del momento e quello che stavo vivendo in India. Ripeto spesso la parola visione perché è quello che è avvenuto costantemente in India. Visioni e sogni e onironautismo e epifanie e intuizioni che non credereste se le raccontassi. Avete presente le divinità indiane? Ganesh, Shiva e le loro storie surreali? In india il surreale non esiste. La forte credenza in qualcosa apre dei canali che rendono la realtà illimitata. Quando noi crediamo, creiamo occasioni per far sì che l'incredibile si manifesti. Se oggi sono un poeta devo molto all'India e ai suoi insegnamenti.


Florilegio passato è stato distribuito per le strade. L'atto del distribuire personalmente le copie mi ha ricordato due figure molto distanti fra loro, ma che hanno entrambe sfruttato questo metodo: uno è Dino Campana e l'altro Roberto Roversi. Come la tua, la vita di Dino Campana è caratterizzata dal viaggio: il suo è un viaggio forsennato, disperato, vacillante, quasi per fuggire da se stesso! Il tuo, invece? Quali le ragioni dei tuoi spostamenti? Fuggire da se stessi o ritrovare se stessi?


Saluto Dino e Roberto che so che ci stanno ascoltando. [ride]
Florilegio passato è stato scritto tutto in India e stampato in Italia grazie ad amici grafici. Appena tornato in Italia sono stato frastornato per molti mesi e non avevo intenzione alcuna di lavorare per qualcuno. Cosi stampai 800 copie di questo libro e iniziai a venderle in giro per l'Italia. Viaggiavo molto facendo musica in strada con un gruppo che ora non c'è più. Facendo musica italiana e inedita, capitava di catturare l'interesse di qualcuno e di conoscere molto persone, con questo metodo vendevo il disco Cranioterapia e Il florilegio passato.
Il motivo del mio viaggio fu quello di essere arrivato a un disperato bisogno di conoscermi; volevo starmene solo, ambivo a piangere e a non essere consolato da mani umane, bramavo sapere il perché della vita e cosa ero venuto a fare al mondo: c'è chi la chiama crisi esistenziale, io credo fermamente invece che si tratti di un etico dovere spirituale, quello di frequentare se stessi nel profondo e farsi domande. Per fare questo ho dovuto mettermi in viaggio ininterrottamente per circa 7/8 anni. Non si può fuggire e non ci si può ritrovare. Possiamo frequentarci, frequentare noi stessi o allontanarci, siamo anima e, una volta raggiunta la consapevolezza che il corpo è solo un veicolo utile per esperire in questa terra, allora si creano due entità: spirito e corpo. Il nostro spirito deve imparare a dialogare con il corpo e così viceversa.

Sempre pensando alla figura poliedrica di Campana: c'è del sano maledettismo nel tuo modo di porti al pubblico? Maledettismo nel senso di anticonformismo e deciso superamento dei canoni stantii, maledettismo come essere bohémien, essere liberi dalle pastoie della tradizione e dai canali ufficiali dell'industria editoriale...

Credo che in me ci sia un sano maledettismo allora. Non sono a mio agio negli standard, nei canoni, soffro a stare perfino nei discount, non sopporto le discoteche e non riesco a parlare di motori. Per questo sono il Capitano di una ciurma pirata dal nome “Granché” per ricordare alla vita di essere ribelli, senza perdere la gentilezza. Ecco vedi, io ho bisogno di giocare con me stesso, continuamente, di essere serio come il cielo e giocoso come la terra, di credere che posso arrivare ovunque, di fare le cose da adulto ma con la classe e l'eleganza del bambino. Le parole mantra che ripeto a me stesso quotidianamente sono: sii improbabile, sorprenditi, fai dell'incredibile oggi. Il lavoro che sto facendo nella mia vita, non intendo lo scrittore e l'attore, intendo lavoro su me stesso, è quello di cambiare le carte in favola, sbalordire, sorprendermi continuamente, dire cose che non si sentono in giro, fare cose che non faremmo abitualmente. Ad esempio quella di parlare cambiando le locuzioni grammaticali è parte fondamentale della mia vita come del mio lavoro. Come ho detto prima “le carte in favola”, che sembra un gioco di parole ma in verità ha un messaggio preciso e distinto, e se si ha voglia di approfondire si arriva al senso, a me piace chiamarla  filosofia dell'improbabile. Bisogna approfondire la profondità, questo credo, bisogna essere seriamente giocosi, leggeri ma potenti. Questi concetti come improbabile, inaudito, surreale, sono concetti che ti portano a essere catalogato indubbiamente come anticonformista, eppur io mi sento così conforme con l'universo.


In un modo o nell'altro, bisogna pur sempre fare i conti con il passato. Quali sono - se ne hai - i tuoi modelli, le tue letture. Ci sono correnti letterarie, letterati o filosofi verso cui mostri - o hai mostrato - un attenzione particolare?


Di modelli, sostantivo che non amo molto, credo di aver solo Gesù. Chiesa e religione esclusi. Ma la sua umiltà e il suo parlare, la sua attenzione per il prossimo, la cura che aveva nel fare le cose, è un'ambizione che si dovrebbe avere tutti, ovviamente considero Gesù un poeta. Spostandoci verso la letteratura, posso dirti che i due piattini della bilancia sono Alighieri e Rimbaud. Per loro due ho un amore quasi di sangue, come fossimo parenti, sono affezionato a loro come a dei cari, li penso come amanti e amici. Mi piacciono molti poeti morti, che in realtà poi son vivi perché non tutte le persone muoiono e, persone come Kerouac, Montale, Pasolini, Majakovskij, Blake, Basho (e chiedo scusa a chi non ho citato ma sono molti) non possono morire. Tutta via perdonami se mi dilungo, i miei uomini Maestro sono Nikola Tesla, Leonardo Fibonacci, Pippi Calzelunghe, Federico Fellini, Yodorowski, Stephen Hawking e anche qui ci mettiamo un etc. etc.

Quali sono le caratteristiche della tua poetica? Perché, oggi, nel tecnologicissimo e modernissimo 2015, si dovrebbe leggere la poesia?

Le mie poesie a me piace definirle metafisiche o sciamaniche anche se molti - e non so perché - le definiscono surreali. Sono un'avventura nel mondo dell'improbabile, sono storie di inverosimiglianza, parlano di altri mondi, altri corpi, nuovi amori, nuove visioni e intelletti sottili, e alla gente piace perché tutti vi si rispecchiano. Tutte le persone, dentro sé, sanno di essere molto più di quello che superfluamente traspare. La mia poesia non fa altro che ricordare loro che siamo formidabili. La poesia non la si deve per forza leggere, io non invito mai a leggere poesie, io invito tutti a essere poesia.

Essendo assiduo lettore e studioso della poesia trecentesca, non posso non domandarti cosa intendi per fusione fra poetica del Dolce stil novo e Beat.

Il termine non è mio, è stato usato dal professore Mario Blasi e dalla blogger Lucia Berdini, mamma del nostro figlio Noa, cercando di definire lo stile del romanzo LA BELLA MANIERA, il mio secondo libro. La cosa mi era piaciuta perché ho da sempre voluto unire il virtuosismo trecentesco con la ribellione sana della Beat Generation. Da qui è nato il Dolce stil Beat, un virtuosismo contemporaneo. [sorride]


Approdiamo così alla musica. Raccontaci dei tuoi progetti musicali e di quale rapporto si instaura fra il mezzo canoro e il tuo modo di comporre poesia. Ad ora all'interno di quale genere collocheresti la tua attività musicale?




Ho iniziato a suonare la chitarra per il solo e unico motivo che iniziavo a sentire la necessità di dare melodia ad alcune cose che scrivevo. Alcune cose devono essere e si meritano di essere cantate. Ci sono poesie che hanno voglia di saltellare ed è compito nostro dare loro vibrazioni melodiche. Non so davvero che diamine di genere sia, è un cantautorato molto sperimentale, dove la maestria è più sulla selezione delle parole che nella musica.


Quest'anno hai diretto e portato in scena Oh issa – salvo per un cielo.  Oltre ad apprezzare personalmente l'uso ironico dei giochi di parole che spesso proponi senza scadere mai in sciatti doppi sensi, ti domando quale rapporto hai instaurato col pubblico. Com'è salire sul palcoscenico per la prima volta?





Oh issa
parla di un ragazzo che si salva da un imminente e improvvisa apocalisse grazie all'incontro con persone immaginarie (Babbo Fatale, il Cavallo da somma, Re Salmone) che incontra uscendo di casa. I personaggi, tramite il gioco di parole (odio il termine ma lo uso per farvi capire meglio) inizia ad approfondire il senso della vita, inizia a estendere la personalità, a vedere le cose con una prospettiva diversa, il suo pensiero diventa “vasto” entrando in armonia con tutte le dinamiche della vita, metamorfosi che lo porterà a salvarsi. Il senso dell'opera sta nel concetto dell'immedesimazione sacra, quella di avere il coraggio di mettersi nei danni degli altri, di mettersi negli affanni degli altri, di moltiplicarsi, di diventare tutto e tutti, essere ogni cosa. Salire su un palco la prima volta, per me che ero senza esperienza e pieno di timidezza - e tra l'altro una cosa che mai avrei pensato di fare nella vita - è stato un trauma affascinante, ci sono andato ubriaco.

E, a proposito di ricezione pubblica e comunicazione poetica, non possiamo trascurare la tua poesia di strada. Ti chiedo quello che ho chiesto ai tuoi colleghi precedentemente intervistati: quali progetti, quale la risposta del pubblico, dove e quando agisci.

In strada promuovo un concetto ben fisso che è quello della gentilezza e della tenerezza. Le poesie sui muri a differenza dei libri che scrivo, sono più compatte, dinamiche e molto brevi, quasi sempre sono giochi di parole o locuzioni manomesse. Agisco di notte perché tanto io non ho mai sonno, ovunque mi trovi. Mi ricordo di aver iniziato in Francia. Lione ha la mia prima scritta sul muro. Il pubblico si divide in due categorie ben chiare: chi le trova geniali e chi pensa siano errori ortografici.


Con quali artisti o altri poeti di strada hai avuto modo di collaborare o scambiare opinioni?

Al festival Nottenera di Serra De Conti, dove ho fatto un'installazione di poesie di strada con mappa pirata e torcia, ho avuto la contentezza di conoscere artisti come Andrea Silicati e Nicola Alessandrini, artisti e pittori formidabili che spero di coinvolgere in qualche modo nei miei lavori futuri, magari anche per le copertine dei libri o in qualche spettacolo. Quest' anno sarò coinvolto nella terza edizione del festival poesia di strada, evento che mi ha fatto conoscere grazie alle preparative, poeti come Ivan Tresoldi e Poeti Der Trullo. Periodicamente mi sento con la poetessa Francesca Pels e Ma Rea, con il quale ci stiamo organizzando per un attacco poetico da fare insieme.

Concludiamo con il tuo ultimo lavoro: Teorema di un salto. Siamo curiosi di saperne di più, su queste poesie metafisiche...

Teorema di un salto è la mia ultima fatica e terzo libro, il secondo uscito con la Narcisuss. È nato perché avevo una paura fottuta di scrivere del e sull'amore, mi ero sempre rifiutato di scrivere a riguardo prima dello scorso anno, e così mi sentivo di dover rimediare. Teorema di un salto non è il famoso salto nel vuoto o nel buio, è il salto nel pieno, è il salto nella luce, ad occhi aperti. Il termine metafisico, anche questo non adottato da me, sta a indicare che la poesia invita ad andare oltre, ad abbandonare i concetti statici del realismo, ad abbattere i muri, io lo chiamo il MEMENTO MURI: ricordati di chi mura, di chi crepa ma resta in piedi, non abbatterti, abbattili e vai dall'altra parte. Sono per lo più poesie di amore, ma di un amore non conosciuto fino a prima. È un amore nuovo, un amore inventato, se non l'avessi scritto io vi inviterei alla lettura, ma datosi che è roba mia possiamo fare che ogni sera vi chiamo e ve ne leggo una. [sorride]